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La memoria di Be’eri tra selfie e rovine: “Un giorno saremo di nuovo felici”

Nel kibbutz israeliano dove il 7 ottobre Hamas fece 100 morti e 26 ostaggi i sopravvissuti accolgono i turisti e si interrogano sul futuro: ricostruire per tornare o diventare un museo a cielo aperto
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BE’ERI (israele) — La primavera è arrivata anche a Be’eri. I fiori gialli e rossi e le foglie verdi degli alberi la fanno da padroni nei giardini e lungo i viali, ma la loro esplosione non riesce a cancellare la sensazione di morte che si prova camminando per le stradine del più grande kibbutz del Sud di Israele, 1.200 abitanti, 100 dei quali uccisi e 26 rapiti il 7 ottobre.

A cinque mesi da quel giorno questo è ancora un villaggio fantasma: solo una cinquantina di persone sono tornate a vivere qui, nelle aree meno toccate dalla violenza. Il resto del kibbutz è una distesa di case danneggiate o distrutte, dove solo i sorrisi nelle foto dei residenti uccisi o rapiti ricordano la vita di prima. «Eravamo una comunità felice, torneremo ad esserlo», dice Eyal Ben Zvi, 38 anni, nato e cresciuto qui all’ombra della nonna, che del kibbutz fu una delle fondatrici. La sua casa è a meno di venti metri dal cancello ripreso in uno dei video più famosi del 7 ottobre, quello che mostra un anzian…

BE’ERI (israele) — La primavera è arrivata anche a Be’eri. I fiori gialli e rossi e le foglie verdi degli alberi la fanno da padroni nei giardini e lungo i viali, ma la loro esplosione non riesce a cancellare la sensazione di morte che si prova camminando per le stradine del più grande kibbutz del Sud di Israele, 1.200 abitanti, 100 dei quali uccisi e 26 rapiti il 7 ottobre.

A cinque mesi da quel giorno questo è ancora un villaggio fantasma: solo una cinquantina di persone sono tornate a vivere qui, nelle aree meno toccate dalla violenza. Il resto del kibbutz è una distesa di case danneggiate o distrutte, dove solo i sorrisi nelle foto dei residenti uccisi o rapiti ricordano la vita di prima. «Eravamo una comunità felice, torneremo ad esserlo», dice Eyal Ben Zvi, 38 anni, nato e cresciuto qui all’ombra della nonna, che del kibbutz fu una delle fondatrici. La sua casa è a meno di venti metri dal cancello ripreso in uno dei video più famosi del 7 ottobre, quello che mostra un anziano palestinese con le stampelle entrare a Be’eri al seguito dei miliziani di Hamas: quel giorno Ben Zvi si è salvato per miracolo.


Oltre al suo lavoro, da qualche tempo ha un nuovo compito: una volta a settimana accompagna visitatori a Be’eri, spiegando loro cosa è successo e dove. Un compito in cui si alternano molti abitanti del kibbutz: «Ogni giorno arriva qualcuno – spiega Ben Zvi – giornalisti, delegazioni politiche o diplomatiche, potenziali donatori che vorrebbero contribuire alla ricostruzione. Non facciamo entrare tutti: questo non è un museo, ma crediamo anche che sia importante mostrare quello che è accaduto». Per farlo l’uomo ci fa strada senza esitazioni ma con il massimo rispetto: solo nei luoghi i cui proprietari hanno acconsentito si può entrare, solo alcune proprietà possono essere fotografate. Ben Zvi racconta: la casa dell’uomo di affari di successo ucciso in salone, la cui famiglia è stata portata via; quella dell’attivista per la pace il cui corpo è stato identificato solo due mesi dopo la morte, gli alberi sotto i quali si sono rifugiati i genitori che facendo scudo con i loro corpi hanno salvato i figli.

A voler vedere tutto ciò, per capire ma anche per celebrare il rituale dell’“io c’ero” tipico dell’era dei selfie, sono migliaia di persone. Per questo oggi a Be’eri, come negli altri kibbutz vicini a Gaza, si entra solo se autorizzati: nonostante ciò, il flusso di auto e pullman sulla strada è costante e le tante curiosità costringono gli abitanti a porsi domande difficili. «Cosa vogliamo essere? Cosa preservare e cosa ricostruire?», si chiede l’uomo. «Non lo sappiamo ancora. Stiamo cercando di capirlo. Non saremo Auschwitz-Birkenau, mi rifiuto di pensare ai miei figli che corrono fra case bruciate e turisti. Ma qualcosa dovremo fare».

Non serve dire dove Ben Zvi immagina il futuro: «Alla fine di tutto questo torneremo, ma ci occorre una soluzione, una pace. Non lo dico perché sono idealista ma perché sono un uomo pratico. Uccidere la gente di Gaza, affamarla, non ci porterà da nessuna parte senza un piano per il futuro. Ci odieranno di più», conclude.


A quattro chilometri da qui, le domande che si pongono Ben Zvi e gli abitanti di Be’eri hanno già trovato una soluzione. Per entrare nel luogo dove si svolgeva il rave del 7 ottobre non servono permessi: il risultato sono i torpedoni dei visitatori ben visibili dalla strada e la folla che si presenta davanti agli occhi quando l’auto arriva davanti a uno dei due memoriali già sorti a Re’im, dove vennero uccisi in 236.

«Siamo venuti per capire. Perché riguarda tutti gli israeliani», racconta Sharon Epstein, di Tel Aviv, che ha fatto saltare un giorno di scuola ai figli di 10 e 12 anni per portarli qui. Poco più avanti c’è Tomer Weiser, che con le lacrime agli occhi racconta a un gruppo di diplomatici delle ambasciate israeliane nel mondo come si è salvato. «Ho visto la morte in faccia più di una volta: l’unica spiegazione che mi sono dato è che sono sopravvissuto per raccontare, perché la gente sappia», ci dice dopo aver completato il tour e aver posato per un selfie con una donna.


Anche Roy Kaplan la pensa così: guida turistica, in assenza di lavoro si è convertito in organizzatore di tour a Re’im. Ma a differenza di quella di Weiser, la sua è una missione anche politica: il che lo porta a rifiutare con decisione la sola idea che selfie, video e pullman possano essere una mancanza di rispetto. Al suo gruppo, composto in maggioranza da ebrei provenienti dall’estero, legge le testimonianze delle vittime e spiega la «rappresentazione distorta della guerra fatta dai media internazionali nemici di Israele». Poco distante da lui, una famiglia in silenzio fissa l’immagine del figlio morto, sistemando una candela: il gruppo si gira e la guarda. E all’improvviso, solo per un attimo, a Re’im torna il silenzio.

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