“Sono grata per il sostegno ricevuto in tutto il nostro grande Paese, ma è giunto il momento di sospendere la mia campagna. Volevo che gli americani facessero sentire la loro voce e l'ho fatto. Non ho rimpianti. Anche se non sarò più candidata, non smetterò di usare la mia voce per le cose in cui credo”. Nikki Haley abbandona le primarie repubblicane a la corsa per la nomination del suo partito alle presidenziali lasciando campo libero a Donald Trump. Ma il suo non sembra affatto essere un addio alle ambizioni. Le due modeste vittorie - quella della settimana scorsa a Washington DC e ieri in Vermont - non bastano, (sebbene sia la prima donna del suo partito ad averle ottenute). La 52enne figlia di immigrati indiani Nimarata “Nimrata “Nikki” Randhawa coniugata Haley (il marito è un maggiore della Guardia Nazionale di stanza in Africa che Trump ha insinuato più volte lei abbia tradito), ex govenratrice della Carolina del Sud ed ex ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite abbandona dunque la gara iniziata poco più di un anno fa, il 15 febbraio 2023, quando era stata la prima degli aspiranti presidenti a lanciare il guanto di sfida: “Serve un nuovo tipo di leadership e quel nuovo sono io”.
Addio o arrivederci?
È l’ultima a lasciare campo libero a The Donald, eterna seconda nonostante i 16 milioni di dollari ancora in cassa che le avrebbero permesso di andare avanti ancora un po’. Getta la spugna, pressata pure dai donatori, il potente petroliere David Koch in testa, che dopo la sconfitta in quella Carolina del Sud di cui è stata governatrice, aveva già annunciato che la sua potente organizzazione, American for Prosperity Action non avrebbe più sborsato un soldo per lei.
Nel corso del breve discorso fatto alle dieci del mattino davanti ai suoi sostenitori in quella Charleston, città più popolosa del suo stato natio, la stessa dove aveva iniziato la sua campagna, Haley ha dunque detto di essersi congratulata con l’avversario: rifiutando però di sostenerlo apertamente, come invece fatto precedentemente da tutti gli altri candidati repubblicani. “Si guadagni i voti di chi, nel partito e non solo, non lo ha sostenuto”, ha detto. Alludendo a quelle percentuali non irrilevanti di repubblicani che sulla scheda hanno barrato il suo nome a dimostrazione di quanto il partito sia spaccato. Tanto più che agli exit poll svolti durante il voto del Super Tuesday di ieri svoltosi in quindici stati, solo il 21 per cento di chi ha scelto Haley si è detto pronto a votare “un altro repubblicano”. Il che vuol dire che resta altissimo il rischio che gli indipendenti non scelgano Trump che dunque dopo aver vinto le primarie – molto indietro nel voto femminile addirittura di 22 punti, 58 a 36 e in quello dei giovani nelle città – potrebbe perdere le elezioni.
Guardando a Margaret Thatcher
“Sono sempre stata conservatrice e ho sempre sostenuto i candidati repubblicani", ha detto Haley. Ben sapendo di aver firmato, al momento della candidatura l’impegno col Comitato elettorale del suo partito, di sostenere qualunque vincitore delle primarie. Obbligo che le sue parole fanno ora apparire tutt’altro che scontato: “Margaret Thatcher ha dato ottimi consigli quando ha detto di ‘non limitarsi mai a seguire la folla’”, ha detto, citando la Lady di Ferro britannica: “Bisogna sempre prendere una decisione”. Parole che le lasciano aperte tutte le possibilità: ben sapendo che un affidabile sondaggio di Quinnipiac University la segnalava come capace di battere Biden più di quanto lo sia Trump: lei a distaccare di ben 16 punti l’attuale inquilino della Casa Bianca, il tycoon fermo a una forchetta fra il 4 e il 5 per cento.
Il dilemma di Nikki
Secondo qualche analista lei ora potrebbe scegliere di correre da indipendente. Ben sapendo che una scelta del genere potrebbe anche farne una paria del partito, come già accaduto alla un tempo numero tre del Gop, Liz Cheney, defenestrata dai suoi per aver attaccato apertamente The Donald.
Vendicativo com’è verso chiunque gli abbia fatto uno sgarbo, lui difficilmente le offrirà la vicepresidenza, che pure in altri contesti sarebbe la scelta più logica (e chissà se lei, che ha basato la sua campagna sulla necessità di un ricambio generazionale, accetterebbe un accordo del genere). Probabilmente resterà dunque a guardare, per poi dare il suo endorsement a Trump prima di novembre per il bene del partito, per poi poter dire, in caso di sconfitta “ve lo avevo detto”. Pronta, a quel punto, a prendere le redini dell’Elefante nel 2028.
La posizione sull’aborto
Conservatrice e con attitudine da falco in politica estera, deve la popolarità anche a posizioni più flessibili su questioni di politica interna che piacciono agli elettori moderati. Su tutte una meno drastica opposizione a quell’aborto le cui restrizioni nel 2022 provocarono la débacle dei repubblicani alle elezioni di Midterm: «Sono personalmente contraria, ma non voglio vedere le donne in prigione», ha ripetuto più volte, distanziandosi dai colleghi di partito e invocando un sistema dove l’aborto sia «sicuro, legale, raro». Comunque vada, è facile che continueremo a sentir parlare di lei: la sua grinta e la sua tenuta le daranno legittimità politica negli anni a venire.