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“Mamma, dov’è la mia gamba?”. Le voci dall’ospedale italiano del Cairo che cura i bimbi di Gaza

Foto Alessia Candito 

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Dall’inizio della guerra nel centro guidato da cinque suore comboniane sono arrivati 111 bambini, tutti segnati da profonde ferite sia nel corpo che nella mente. Suor Pina: “Fermatevi. Per questi e gli altri bambini non ci sarà speranza fin quando non si fermeranno le bombe”
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IL CAIRO – “Mamma, dov’è andata a finire la mia gamba? Chi l’ha presa?”. Ahmed ha solo tre anni e mezzo. È uno dei 111 piccoli pazienti arrivati da Gaza che negli ultimi mesi sono stati accolti all’Umberto I, l’ospedale italiano del Cairo, per ricevere cure che dentro adesso sono impossibili. “Sono sempre di più”, dice Suor Pina, comboniana che guida le cinque sorelle che si occupano dell’assistenza ai malati, le cui attenzioni e cure da mesi ormai sono tutte focalizzate sui piccoli che escono dalla Striscia. Addosso portano i segni della guerra, la loro mente conserva quelli che non si vedono.

“Uno di loro - spiega alla delegazione di operatori umanitari e parlamentari, messa insieme da Aoi, Arci e Assopace e arrivata fino al valico di Rafah per chiedere il cessate il fuoco - appena finita la cena ha preso della frutta e del pane e se li è nascosti addosso”. Ci vorrà tempo per cancellare in lui la paura della fame, come ci vorrà tempo perché Ahmed recuperi fiducia nel futuro. È …

IL CAIRO – “Mamma, dov’è andata a finire la mia gamba? Chi l’ha presa?”. Ahmed ha solo tre anni e mezzo. È uno dei 111 piccoli pazienti arrivati da Gaza che negli ultimi mesi sono stati accolti all’Umberto I, l’ospedale italiano del Cairo, per ricevere cure che dentro adesso sono impossibili. “Sono sempre di più”, dice Suor Pina, comboniana che guida le cinque sorelle che si occupano dell’assistenza ai malati, le cui attenzioni e cure da mesi ormai sono tutte focalizzate sui piccoli che escono dalla Striscia. Addosso portano i segni della guerra, la loro mente conserva quelli che non si vedono.

“Uno di loro - spiega alla delegazione di operatori umanitari e parlamentari, messa insieme da Aoi, Arci e Assopace e arrivata fino al valico di Rafah per chiedere il cessate il fuoco - appena finita la cena ha preso della frutta e del pane e se li è nascosti addosso”. Ci vorrà tempo per cancellare in lui la paura della fame, come ci vorrà tempo perché Ahmed recuperi fiducia nel futuro. È disteso su un lettino che sembra quasi troppo grande, raggomitolato sotto una coperta colorata. Guarda il muro insistentemente, gira le spalle alla mamma Jidana e a chi gli riempie la stanza, si copre in fretta - arrabbiato, imbarazzato - quando improvvisamente gli si scopre un piede. L’altro non c’è più. A ottobre, uno dei primi bombardamenti ha colpito la sua casa a Nuseirat. Lui, la madre e una delle sorelline sono rimasti sotto le macerie. Sono sopravvissuti tutti, ma le sue ferite erano troppo gravi, la gamba compromessa. Dopo qualche settimana, gli è stata amputata.

“Mai avremmo creduto possibile che le bombe colpissero la nostra casa - dice Jidana – ci sentivamo al sicuro". Quella notte in ospedale c’erano centinaia di persone. Da allora, il piccolo Ahmed è stato operato più volte, la sorellina anche, fin quando il loro nome non è finito sulla lista dei pazienti autorizzati a lasciare Gaza. Lei è partita per prima, insieme al papà, a novembre. Adesso è ricoverata a Suez. Per lui e la mamma, la chiamata è arrivata tre settimane fa. Indietro sono rimaste due sorelline ancora.

“Sono con la nonna – spiega Jidana – Anche io sono stata ferita. La mia gamba non funziona ancora bene, Ahmed ha bisogno di attenzioni continue, non avrei potuto occuparmi di loro”. Non è stato facile - racconta - lasciarle in posto dove il cibo è scommessa e lotta quotidiana, si spara ancora, si muore ancora. “Ma dovevo fare qualcosa per lui”.

Nei prossimi giorni, gli verrà fornito un arto artificiale, poi ci vorranno mesi di terapia, per il corpo e per la mente. Non è il caso più grave fra i 14 ricoverati, spiega Suor Pina. Bisan ha due anni. Ha una malattia genetica e dopo il 7 ottobre negli ospedali di Deir el-Balah non poteva più fare terapia. Non c'erano i farmaci necessari. Una decina di giorni fa, il suo nome è finito sulla lista. “C’è una commissione in ospedale che decide chi è autorizzato ad uscire per ricevere cure fuori”. È uno dei canali. In altri casi, gli ospedali fanno sponda con il Paese che li finanzia per tirare fuori i pazienti più fragili, oppure le famiglie fanno valere ogni possibile legame all’estero o chiedono aiuto alle organizzazioni internazionali per cui lavorano per tentare di finire in lista.

Alla fine, tocca sempre al Cogat, l’Unità di coordinamento delle attività governative nei Territori del Ministero della Difesa israeliano, autorizzare l’uscita. L’ospedale italiano del Cairo, un punto di riferimento nella capitale egiziana dal 1903, è uno dei principali approdi . “Una donna è arrivata incinta al nono mese. Ha partorito qui da noi – spiega suor Pina –. Per mesi non ha potuto viaggiare, è diventata quasi una di famiglia. Ancora adesso mi manda foto di Giulia. La bimba l’hanno chiamata così”.

Foto Alessia Candito 

Colpa di una cantante o un’attrice, Suor Pina non sa dire. Come non sa dire quale dei tanti bimbi passati da lì le sia rimasto più nel cuore. Ibrahim la guarda storto. Sta aspettando che lo portino a comprare dei giocattoli. Ha una maglia gialla che, se possibile, fa sembrare il volto ancora più pallido. Anche lui è arrivato all’ospedale italiano perché nella Striscia non si può curare più. La sua sorellina è morta a sette anni per la medesima malattia, “speriamo che lui possa avere un destino diverso”, dice la zia Yasmin che lo accompagna. La sua mamma non c’è più. Il padre è bloccato a Gaza. Per gli uomini sotto i quarant’anni è più complicato uscire, c’è il control security check da passare. “Io faccio un appello a tutti quanti - dice Suor Pina - fermatevi. Per questi e gli altri bambini non ci sarà speranza fin quando non si fermeranno le bombe”.

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