I campanelli d’allarme del Super Tuesday: Biden perde alle Samoa, Trump il Vermont. Migranti, Gaza e età dei candidati tra i temi decisivi
di Anna LombardiJoe Biden e Donald Trump sempre più vicini alle nomination ufficiali dei rispettivi partiti e quindi al rematch della precedente elezione. Nella lunga giornata elettorale del Super Tuesday di ieri, il Super Martedì che ha visto svolgersi primarie in 15 Stati, hanno fatto il pieno di delegati vincendo quasi ovunque. Ma un paio di sorprese – in Vermont per Trump dove è stato battuto dalla rivale Nikki Haley e alle isole Samoa dove Biden è stato invece sconfitto da un emerito sconosciuto – e alcune percentuali di voto suonano per i due contendenti fragorosi campanelli d’allarme.
Biden e Trump verso la nomination
Mentre in alcuni Stati ancora si contano le schede, i primi risultati sono quelli previsti ed è ormai quasi certo che Biden e Trump si sfideranno ancora. Il presidente in carica è dato per vincente in tutti gli Stati dove si è votato (Iowa, Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, Carolina del Nord, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont …
Joe Biden e Donald Trump sempre più vicini alle nomination ufficiali dei rispettivi partiti e quindi al rematch della precedente elezione. Nella lunga giornata elettorale del Super Tuesday di ieri, il Super Martedì che ha visto svolgersi primarie in 15 Stati, hanno fatto il pieno di delegati vincendo quasi ovunque. Ma un paio di sorprese – in Vermont per Trump dove è stato battuto dalla rivale Nikki Haley e alle isole Samoa dove Biden è stato invece sconfitto da un emerito sconosciuto – e alcune percentuali di voto suonano per i due contendenti fragorosi campanelli d’allarme.
Biden e Trump verso la nomination
Mentre in alcuni Stati ancora si contano le schede, i primi risultati sono quelli previsti ed è ormai quasi certo che Biden e Trump si sfideranno ancora. Il presidente in carica è dato per vincente in tutti gli Stati dove si è votato (Iowa, Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, Carolina del Nord, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont e Virginia). Trump ne ha conquistati almeno 12, alcuni con percentuali enormi (il 70 per cento in Alabama, il 61 in Texas), tanto da affermare: “Lo chiamano Super Martedì per un motivo”.
Haley vince a sorpresa il Vermont
Trump non ha preso tutto: il Vermont è stato conquistato, a sorpresa, dall’ultima sfidante repubblicana ancora in gara, l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha fatto dell’età dei due candidati il cardine della sua campagna. Da altri due Stati i risultati devono ancora arrivare perché lì dove si è votato per posta ci vorranno giorni per contare tutte le schede. Ma grazie al sistema del “vincitore prende tutto”, The Donald farà sicuramente un bel bottino di delegati che gli assicureranno la nomination entro un paio di settimane.
Cosa gli dà il vento in poppa emerge dagli exit poll: le domande poste dagli analisti agli elettori in luoghi considerati in bilico come la Carolina del Nord, o moderati come la Virginia, mostrano che è soprattutto la questione dell’immigrazione a spingere gli elettori nelle braccia del tycoon. In Carolina del Nord il 43 per cento afferma infatti che è la questione più importante e Trump la tiene in cima alla sua agenda politica. E in Virgina, dove pure Haley ha preso un rispettabile 36 per cento, il 64 per cento dei votanti ha detto di preferirle Trump perché più in grado di garantire la sicurezza delle frontiere (con buona pace del fatto che sono stati proprio i repubblicani ad affondare una legge molto restrittiva in tal senso promossa da President Biden).
La scelta di Haley
Tutto a posto, dunque. E niente in ordine. Nonostante la vittoria, i segnali eloquenti di disaffezione nei confronti di Trump, sulla cui testa pesano 91 capi d’accusa ci sono, eccome. In diversi Stati Haley ha infatti ottenuto ottimi risultati. Ma soprattutto, solo il 21 per cento di chi ha votato per lei dichiara di essere pronto a votare un qualunque candidato repubblicano. Il che vuol dire che resta altissimo il rischio che gli elettori indipendenti non lo scelgano: e che dopo aver vinto le primarie Trump – molto indietro nel voto femminile addirittura di 22 punti, 58 a 36 – finisca per perdere le elezioni. Le cose andrebbero diversamente, dice un recente sondaggio di Quinnipiac University nell’ipotesi di uno scontro Biden-Haley: lei sarebbe in vantaggio su Biden addirittura di 16 punti. La repubblicana conta infatti sul sostegno dell’elettorato giovane, urbano e suburbano e con istruzione universitaria.
Nella notte, la portavoce della sua campagna ha dunque sottolineato il peso di tali risultati lanciando un chiaro avvertimento: “In tutti gli Stati rimane un ampio blocco di elettori repubblicani che esprimono la loro profonda preoccupazione nei confronti di Trump”. Se Haley a questo punto si ritira o resta ancora in gara – a febbraio ha raccolto 12 milioni di dollari e ha dunque le risorse per farlo – lo scopriremo fra poco. Il Wall Street Journal scrive che si ritirerà, e si attendono conferme.
Certo ha dalla sua la vittoria a sorpresa nel Vermont. Il “monte verde” da cui partì pure l’onda socialista di Bernie Sanders, che di quello Stato è senatore dem. Qui lei nei sondaggi era in svantaggio: invece, ha vinto, sia pure di misura, superando di poco il 50 per cento, seconda vittoria dopo quella di Washington DC dall’inizio della campagna.
Il sostegno, hanno spiegato gli elettori, è legato soprattutto alla battaglia per l’età: “Dobbiamo dare una possibilità a candidati più giovani”. All’inizio della settimana, lei ha affermato di non sentirsi impegnata – nonostante una precedente promessa – a sostenere Trump. Qualcuno pensa che possa addirittura candidarsi come indipendente per sottrargli voti.
La guerra a Gaza pesa su Biden
Le cose non sono rose e fiori nemmeno per l’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. Su di lui pesa soprattutto l’ombra della guerra di Gaza: come si temeva, più di uno Stato ha seguito l’esempio del Michigan, dove una settimana fa 101mila elettori (il 13 per cento del totale) avevano votato “uncommitted”, “non impegnato”, sulla scheda. Ebbene, ieri altri hanno fatto lo stesso. È accaduto in Minnesota, dove ben il 20 per cento degli elettori ha scritto la stessa parola, soprattutto nell’area di Minneapolis, la città più grande dello Stato, sede di un’ampia comunità somala, la stessa che ha portato al Congresso la candidata considerata della sinistra radicale Ilhan Omar. E pure nella appunto cruciale Carolina del Nord, Stato in bilico a novembre, dove dunque tutti i voti saranno necessari, il 12 per cento ha optato per “nessuna preferenza”.
Lo schiaffo delle isole Samoa
Anche se non peserà sulle elezioni generali, pure Biden ha dovuto incassare una sonora sconfitta. Nelle isole Samoa, dove a votare ai locali caucus erano meno di cento elettori, il presidente è stato infatti clamorosamente battuto da un semi sconosciuto. Tal Jason Palmer, 52 anni, sorta di candidato "invisibile" di queste primarie sebbene sia iscritto in 16 Stati. Un imprenditore che in passato ha lavorato alla Microsoft di Bill Gates e alla Bill & Melinda Gates Foundation, che dice di correre per portare alla Casa Bianca “qualcuno che appartenga più al 21° secolo di Biden”. Secondo i registri finanziari ha investito nella corsa mezzo milione di dollari di tasca propria: “Non puoi portarti i soldi dietro quando muori”, dice. "Ma puoi cambiare il mondo mentre sei qui”.
Ebbene: ha ottenuto addirittura il 56 per cento dei 91 voti espressi, equivalenti a 51. A Biden ne sono andati “appena” 40, ovvero il 44 per cento. In gioco c'erano sei delegati. Palmer ne ha presi quattro, Biden solo due. Il “vincitore” si è detto sorpreso del successo, tanto più che vive in Maryland e non ha mai visitato le isole, né incontrato nessuno dei 50mila abitanti, e la campagna l’ha condotta solo via zoom. "La cosa più importante da fare come democratici è sconfiggere Trump”, ha poi detto alla Cnn, spiegando perché andrà avanti nella sua corsa: “Voglio assicurarmi che Biden faccia una campagna vigorosa. Corro per dare energia ai giovani elettori e anche alle persone di centro con una visione positiva di ciò che possiamo fare nei prossimi quattro anni”. Insistendo: “Se Biden parla solo di Trump e politica estera, non vincerà a novembre. Bisogna avere un'agenda chiara e positiva". Pur lodando il leader appena sconfitto per il suo “servizio straordinario”, Palmer lo ha infine invitato a “passare il testimone alla prossima generazione di americani”. Un sentimento condiviso da molti, visto che secondo un recente sondaggio addirittura il 61 per cento di chi lo ha votato nel 2020 lo ritiene “troppo anziano per un nuovo mandato”.