La Marina Usa ritira le portaerei dal Mediterraneo e torna allo schieramento del 2021, dall’Italia alla Spagna salta la protezione Usa del fronte Sud
di Gianluca Di FeoLa Us Navy nel Mediterraneo torna allo schieramento del 2021, prima della stagione di conflitti. Dopo la portaerei “Gerald Ford”, anche la task force da sbarco con le due portaelicotteri “Bataan” e “Hall” ha varcato ieri Gibilterra e sta facendo rotta verso gli States. Si chiude così la massiccia mobilitazione della flotta americana decisa a ottobre per impedire che la guerra di Gaza si estendesse in tutto il Medio Oriente.
Adesso non ci sono più grandi navi statunitensi nel Mediterraneo, né unità in grado di far decollare aerei da combattimento: resta solo il normale presidio di cacciatorpediniere. E al momento non sono annunciati rimpiazzi. In apparenza sembra un segnale di pace: come se la Casa Bianca non temesse più rischi di escalation legati all’offensiva israeliana nella Striscia e fosse convinta che la situazione non richieda più lo schieramento di una forza agguerrita, con il deterrente incarnato da duemila marines pronti a intervenire con tutti i loro mezzi d’assalto.
La Us Navy nel Mediterraneo torna allo schieramento del 2021, prima della stagione di conflitti. Dopo la portaerei “Gerald Ford”, anche la task force da sbarco con le due portaelicotteri “Bataan” e “Hall” ha varcato ieri Gibilterra e sta facendo rotta verso gli States. Si chiude così la massiccia mobilitazione della flotta americana decisa a ottobre per impedire che la guerra di Gaza si estendesse in tutto il Medio Oriente.
Adesso non ci sono più grandi navi statunitensi nel Mediterraneo, né unità in grado di far decollare aerei da combattimento: resta solo il normale presidio di cacciatorpediniere. E al momento non sono annunciati rimpiazzi. In apparenza sembra un segnale di pace: come se la Casa Bianca non temesse più rischi di escalation legati all’offensiva israeliana nella Striscia e fosse convinta che la situazione non richieda più lo schieramento di una forza agguerrita, con il deterrente incarnato da duemila marines pronti a intervenire con tutti i loro mezzi d’assalto.
La realtà però è un’altra: il Pentagono non è in grado di gestire a lungo più crisi contemporanee. Lo scorso ottobre la portaerei “Ford” ha prolungato il pattugliamento nel Mediterraneo fino al record di otto mesi - quasi il doppio del previsto - proprio perché non c’era modo di sostituirla. E oggi la priorità strategica per gli Stati Uniti è nell’Indo-Pacifico, dove la Marina porta avanti il confronto con la Cina: in questo momento le portaerei “Reagan” e “Roosevelt” si trovano lì. C’è poi l’emergenza dello Yemen, direttamente collegata all’Iran, con la portaerei “Eisenhower” e un’altra squadra navale carica di Marines per fronteggiare la minaccia degli Houti. A questi due impegni si somma l’esercitazione Nato in Scandinavia. E all’Us Navy non resta altro da impiegare.
In tutto dispone di undici carrier group, ciascuno guidato appunto da una portaerei. La “Washington” è appena tornata in patria dopo una spedizione nell’Atlantico mentre l’equipaggio della “Ford” e quello della “Vinson” si stanno riposando dopo mesi in mare. “Truman”, “Bush” e “Stennis” sono in cantiere per lavori e manutenzione. Di riserva ci sono la vecchia “Nimitz”, che affronterà solo un’ultima missione prima del pensionamento, e la “Lincoln”.
Già dai tempi della presidenza Obama il Mediterraneo ha perso importanza: l’area di competenza della VI Flotta di Napoli è stata allargata all’intera Europa e si è deciso di privarla della presenza stabile di una portaerei. L’invasione dell’Ucraina e le sfide ad alta tensione con fregate e sottomarini russi tra Cipro e il Canale di Sicilia avevano imposto di spedire di corsa rinforzi in queste acque. Ma la linea americana non è cambiata: tocca alle marine della Ue – italiana e francese in primis - e alla Turchia farsi carico del Fronte Sud dell’Alleanza atlantica. Un compito che – in caso di vittoria elettorale di Donald Trump – nel prossimo futuro potrebbe diventare ancora più determinante.