GERUSALEMME — I contatti erano partiti sin da gennaio, senza però andare a buon fine. E si sono intensificati – secondo quanto scrive il Jerusalem Post – la settimana scorsa, dopo la morte di più di cento persone colpite da proiettili israeliani o schiacciate mentre cercavano di raggiungere gli aiuti umanitari trasportati da un convoglio di camion appena entrati nel Nord della Striscia di Gaza. Nell’assenza di un’alternativa reale al potere di Hamas a Gaza, Israele ha provato a contattare le famiglie più potenti della Striscia per cercare di bypassare il gruppo islamista nel coordinamento e nella distribuzione degli aiuti umanitari che entrano a Gaza.
I contatti in questa fase sarebbero in mano al Cogat, il dipartimento dell’esercito israeliano incaricato di gestire gli aiuti: ma per il futuro il sostegno dei clan sarebbe un’opzione su cui Israele vorrebbe poter contare nella prospettiva di Striscia senza Hamas. L’esperimento è simile a uno già tentato in Cisgiordania alla fine d…
GERUSALEMME — I contatti erano partiti sin da gennaio, senza però andare a buon fine. E si sono intensificati – secondo quanto scrive il Jerusalem Post – la settimana scorsa, dopo la morte di più di cento persone colpite da proiettili israeliani o schiacciate mentre cercavano di raggiungere gli aiuti umanitari trasportati da un convoglio di camion appena entrati nel Nord della Striscia di Gaza. Nell’assenza di un’alternativa reale al potere di Hamas a Gaza, Israele ha provato a contattare le famiglie più potenti della Striscia per cercare di bypassare il gruppo islamista nel coordinamento e nella distribuzione degli aiuti umanitari che entrano a Gaza.
I contatti in questa fase sarebbero in mano al Cogat, il dipartimento dell’esercito israeliano incaricato di gestire gli aiuti: ma per il futuro il sostegno dei clan sarebbe un’opzione su cui Israele vorrebbe poter contare nella prospettiva di Striscia senza Hamas. L’esperimento è simile a uno già tentato in Cisgiordania alla fine degli anni ’90, nel tentativo di bypassare il governo palestinese con dei “consigli di villaggio”: ma come ricorda in uno studio l’International Crisis Group non finì bene.
Chi sono
Dugmush. Hilles. Al Masri. Bakr. Sinwar. Sono solo alcune delle famiglie più potenti della Striscia, alcune presenti sin dall’800, altre arrivate con i 200mila profughi giunti da Israele nel 1948. «Ma definirle famiglie è riduttivo – spiega Dror Zeevi, storico della Ben Gurion University che ne ha studiato le dinamiche – Sono gruppi che si sono uniti nel tempo nel nome di un legame di sangue che non necessariamente è reale: oggi i più grandi di loro contano 15–20mila membri. Gestiscono affari e politica, ma anche reti di protezione sociale e posti di lavoro. Oltre che aree geografiche ben delineate all’interno del territorio». I Dugmush per esempio hanno in mano il fiorente mercato degli pneumatici. I Bakr quello della pesca. I Masris la coltivazione di fragole nel Nord della Striscia, gli Abu Naja quella di fiori nel Sud.
La politica
A parte alcune affiliazioni dirette (vedi i Sinwar), negli anni i clan non si sono riconosciuti in un partito preciso. Alcuni, sottolinea Zeevi, possono essere considerati più vicini a Fatah, altri ad Hamas: ma in generale per garantire la sopravvivenza della loro rete hanno mantenuto canali aperti e inviato uomini a ingrossare le fila di entrambi i movimenti. Nei primi mesi del potere di Hamas sulla Striscia il confronto fra gli islamisti e i clan (in particolare i Dugmush e gli Hilles) è stato duro, con scontri diretti e morti. Poi si è arrivati a un equilibrio durato fino al 7 ottobre.
Gli aiuti
«I nostri camion non sarebbero in grado di fare 500 metri senza essere assaltati da gente affamata se non ci coordinassimo con chi controlla la zona», racconta un funzionario Onu che chiede di restare anonimo mentre ci spiega che sì, i clan in queste settimane hanno svolto un ruolo nella distribuzione degli aiuti umanitari. Ma non necessariamente positivo: «I clan pensano ai clan: il che vuol dire che danno priorità alla loro gente nella distribuzione. Lavorare con uno significa dargli potere a spese degli altri. Per questo abbiamo cercato di coinvolgerne diversi in diverse zone». Ma questo non è bastato a impedire che alcuni convogli venissero fermati e depredati: Hamas? Altri clan? «Impossibile dirlo nel caos che regna oggi a Gaza: nella disperazione totale è saltato ogni controllo».
Il futuro
«Certamente c’è un tentativo di raggiungere le famiglie per bypassare Hamas», conferma Michael Kobi, ex agente dello Shin Bet che a Gaza ha passato più di dieci anni. «Ma non può essere la soluzione definitiva». Dello stesso parere il generale Jacob Amidror, ex consigliere militare di Benjamin Netanyahu ancora oggi vicino a chi decide i destini della guerra: «Potranno avere un ruolo in piccole zone, non su tutta la Striscia. Ma solo dopo la perdita di controllo di Hamas».
Anche Zeevi, lo storico, mette in guardia chi pensa di aver trovato la soluzione. «I clan pensano solo ai clan. Lo insegna la Storia. Ci volteranno le spalle in un minuto per rivolgersi ad Hamas o a Fatah a seconda della convenienza del momento». O magari non si faranno neanche tentare dall’offerta di Israele: «Pensare che una società secolare ed avanzata come quella palestinese possa essere controllata in questa maniera è ridicolo», conclude Dimitri Diliani, uomo vicino a Mohammed Dahlan, a lungo uomo forte di Fatah nella Striscia.