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Betlemme in crisi senza pellegrini: in Cisgiordania non c’è più lavoro

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Mancano i turisti, ai valichi vengano negati i permessi. Così la città muore: “È peggio che ai tempi del Covid”
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BETLEMME – Nel 2027, il negozio di souvenir di Rony Tabash, a meno di cento metri dall’ingresso della Chiesa della Natività di Betlemme, compirà cento anni: il più vecchio della città. Ma invece di iniziare a pensare ai festeggiamenti, il proprietario si chiede se al compleanno più importante arriverà mai. «Siamo usciti indenni dalla prima e dalla seconda Intifada, dall’assedio della chiesa e dal Covid ma questa volta davvero non so se ce la faremo», ci dice guardandosi intorno sconsolato. Dargli torto è difficile: delle decine di negozi che sorgono intorno alla piazza, solo quello di Tabash e un altro, in cima alla via, sono aperti. La piazza dove a Natale sorge il grande albero è un parcheggio disordinato di taxi in attesa di clienti che non si vedono. Chiusi i bar, i ristoranti e gli alberghi, paralizzato l’80 % dell’economia che dipende dal turismo. Ha le porte sbarrate anche il famosissimo Walled off di Bansky, l’hotel a pochi metri dal muro che separa Betlemme da Israele e dove …

BETLEMME – Nel 2027, il negozio di souvenir di Rony Tabash, a meno di cento metri dall’ingresso della Chiesa della Natività di Betlemme, compirà cento anni: il più vecchio della città. Ma invece di iniziare a pensare ai festeggiamenti, il proprietario si chiede se al compleanno più importante arriverà mai. «Siamo usciti indenni dalla prima e dalla seconda Intifada, dall’assedio della chiesa e dal Covid ma questa volta davvero non so se ce la faremo», ci dice guardandosi intorno sconsolato. Dargli torto è difficile: delle decine di negozi che sorgono intorno alla piazza, solo quello di Tabash e un altro, in cima alla via, sono aperti. La piazza dove a Natale sorge il grande albero è un parcheggio disordinato di taxi in attesa di clienti che non si vedono. Chiusi i bar, i ristoranti e gli alberghi, paralizzato l’80 % dell’economia che dipende dal turismo. Ha le porte sbarrate anche il famosissimo Walled off di Bansky, l’hotel a pochi metri dal muro che separa Betlemme da Israele e dove l’artista misterioso ha disegnato alcune delle sue opere più famose. «Non vediamo l’ora di rivedervi», è scritto sul sito.

Già, ma quando? Da cinque mesi a Betlemme non si vede neanche un pellegrino. All’indomani del 7 ottobre Israele ha chiuso il checkpoint 300 (quello che in tempi normali consente di essere a Gerusalemme in venti minuti) e tutti gli altri accessi alla città tranne uno. Per arrivare qui dalla Città Santa ci vuole un’ora, attraverso il campo profughi di Dheisheh e check point dove i soldati scrutano ogni macchina: non proprio il clima ideale per un pellegrinaggio.

In uscita poi è ancora più complicato: da cinque mesi ai palestinesi, qui come in tutti i Territori, non è consentito entrare in Israele se non con permessi di poche ore e per casi urgenti. Il che significa che 150 mila persone hanno perso il lavoro, precipitando in una crisi nerissima la già precaria economia dei Territori e facendo crescere l’allarme di chi – fra i servizi di sicurezza israeliani – teme che questo possa far salire la tensione, soprattutto nel già tesissimo periodo del Ramadan. Il permesso di tornare è stato dato solo a diecimila di loro.


A Betlemme a soffrire non sono solo i negozianti: Tabash ha cinquanta dipendenti, per la maggior parte artigiani. Per qualche tempo li ha fatti lavorare per incrementare le scorte: ora però fatica a pagarli. I fratelli Giacaman, titolari dell’altro esercizio aperto, posseggono una piccola fabbrica specializzata in presepi: ci lavorano venti persone. Finora sono rimasti in piedi grazie alle spedizioni dall’estero, ma da quando è iniziata la guerra non possono più fare affidamento sulla posta israeliana e tutto è diventato più difficile.


Il blocco agli ingressi ha paralizzando anche il 20 per cento dell’economia di Betlemme che non dipende dal turismo. «È una catena – ci spiega Abuna Issa, il parroco greco-ortodosso della Natività – gli alberghi non funzionano e quindi la merce resta nei campi e gli impiegati a casa. Allora non ci sono soldi per comprare vestiti, pagare le rette scolastiche o i pezzi di ricambio per le macchine. La Chiesa aiuta fino a che può: ma nella nostra comunità di 3500-4000 persone tutti hanno problemi. E noi non arriviamo».

Tabash non ha nulla da fare: e allora ci guida dentro la Basilica, come ha fatto con papa Francesco durante la sua visita nel 2014. Entrare in uno dei luoghi più sacri della cristianità in questi giorni fa impressione, che si abbia fede o no: nella navata dove centinaia di persone si accalcano per le celebrazioni di Natale e Pasqua ci siamo solo noi. Il vuoto assoluto della Grotta della Natività è, se possibile, ancora più estraniante. “Neanche durante il Covid era così. Questo è il luogo dove è nato il cristianesimo, dove Gesù è venuto a noi – dice – vederlo così mi fa paura. Betlemme sta morendo”.

I Giacaman, la cui famiglia è presente in città almeno dal 1636, non nascondono che stanno pensando di andare via. «Non per noi, ma per i figli. Noi siamo la generazione di Oslo, abbiamo sperato nella pace e siamo rimasti bruciati. I nostri bambini non hanno neanche quella speranza. Dobbiamo pensare a loro».

Quando lo diciamo ad Abuna Issa scuote la testa: la sua comunità ha perso 400 anime in pochi anni, fuggite per non tornare mai più. Anche grazie al fatto che per un cristiano ottenere un visto per i Paesi occidentali è più semplice che non per un musulmano. «Le persone che vivono qui sono le pietre viventi della cristianità. Ma come possiamo chiedere loro di restare senza lavoro né pace?».

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