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Diario da Gaza: la nostra nuova vita in tenda sulla spiaggia, stretti tra gelo e paura

(afp)

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Ci siamo trasferiti in cinquanta da Rafah al mare di Khan Yunis: in balia delle intemperie temiamo di finire i viveri ma almeno ora i bimbi possono giocare all’aria aperta
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KHAN YUNIS – La vita a Rafah si è fatta troppo pericolosa e nonostante le mie figlie abbiano ottenuto il visto per rifugiarsi in Olanda non sono ancora riuscite a lasciare Gaza. Così ci siamo infine trasferiti nella tendopoli che abbiamo costruito con altri amici nelle scorse settimane nell’area occidentale di Khan Yunis, a pochi passi dalla spiaggia, da tempo da noi individuato come luogo più sicuro dove rifugiarci. Un piccolo villaggio di tende in un pezzo di terra che appartiene a uno di noi. Ci abbiamo lavorato a lungo, abbiamo dovuto studiare tutto perché qui siamo lontani da tutto. Ogni famiglia ha la sua tenda. E poi ce n’è una più ampia, centrale, che utilizziamo come cucina. Abbiamo le scorte, l’acqua minerale, le bombole del gas. Ci ritroviamo spesso qui a bere del thè. Senza zucchero, perché ogni cosa dolce è finita da tempo. La cucina è per tutti e i beni di prima necessità sono condivisi. Ma ogni famiglia ha la sua piccola scorta. Poi però mangiamo tutti insieme e dividia…

KHAN YUNIS – La vita a Rafah si è fatta troppo pericolosa e nonostante le mie figlie abbiano ottenuto il visto per rifugiarsi in Olanda non sono ancora riuscite a lasciare Gaza. Così ci siamo infine trasferiti nella tendopoli che abbiamo costruito con altri amici nelle scorse settimane nell’area occidentale di Khan Yunis, a pochi passi dalla spiaggia, da tempo da noi individuato come luogo più sicuro dove rifugiarci. Un piccolo villaggio di tende in un pezzo di terra che appartiene a uno di noi. Ci abbiamo lavorato a lungo, abbiamo dovuto studiare tutto perché qui siamo lontani da tutto. Ogni famiglia ha la sua tenda. E poi ce n’è una più ampia, centrale, che utilizziamo come cucina. Abbiamo le scorte, l’acqua minerale, le bombole del gas. Ci ritroviamo spesso qui a bere del thè. Senza zucchero, perché ogni cosa dolce è finita da tempo. La cucina è per tutti e i beni di prima necessità sono condivisi. Ma ogni famiglia ha la sua piccola scorta. Poi però mangiamo tutti insieme e dividiamo quel che abbiamo. Stiamo ora alle prese con la costruzione di un forno d’argilla per il pane. E abbiamo dovuto tagliare molta legna che ci serve per accendere il fuoco necessario a cucinare ma anche a scaldarci.

C’era già un piccolo bagno in questo luogo ed è stato necessario ampliarlo. Ne abbiamo fatto un secondo in una tenda vicino che si aggancia alla medesima fognatura. Solo quello originale – che comunque è un gabinetto per le impellenze di chi un tempo lì lavorava la terra – ha una doccia. Fredda naturalmente: se vuoi fare una doccia calda devi bollire l’acqua. Già dalla prima notte ci siamo resi conto che due bagni non bastano per 50 persone. Tireremo su un’altra tenda-gabinetto. Non è difficile, ma procurarsi il materiale è incredibilmente costoso, servono circa 5mila dollari. Tutto costa almeno dieci volte più di prima. È un problema serio, uno dei tanti che ha la nostra piccola comunità: siamo ormai 50 fra adulti e bambini, ciascuno coi propri bisogni. Abbiamo due anziani non autosufficienti, che in bagno restano a lungo e vanno accompagnati e ripresi. Solo i più piccoli sembrano essere allegri: dopo aver passato mesi rinchiusi in spazi angusti, hanno la possibilità di giocare all’aria aperta e sono scatenati.

La nostra prima notte in tenda dall’inizio della guerra è stata lunghissima: abbiamo dormito vestiti, strati su strati di abiti. Nonostante le coperte, abbiamo patito un freddo terribile che ci ha svegliato continuamente. Sono tende fatte di legno e nylon: di giorno sono calde come l’inferno, ma di notte si gela. Invivibili: ma più sicuro star qui che in una zona abitata. Oltre al gelo, a tenerci svegli ha contribuito il frastuono di bombe e spari nell’area conosciuta come Hamad, quella costruita dal Qatar anni fa dove le case furono date ai più disperati della Striscia. La guerra da qui è terribilmente vicina: ma siamo in un’area agricola senza fabbricati, la stessa dove più volte l’esercito ha detto agli abitanti di Khan Yunis di evacuare. Questo luogo è il più sicuro. Ma con Sami e Ruba, le mie ragazze, per ora faremo avanti e indietro da Rafah. Per sapere se il loro nome è sulla lista che viene pubblicata tutte le sere alle 22 ho bisogno di internet: nella tendopoli non c’è segnale e dunque devo spostarmi spesso per controllare. Abbiamo provato a piazzare un router con un’antenna agganciata a un pannello solare. Ma non ha funzionato.

Se non ci uccide la guerra, può sempre ucciderci il freddo o la fame. Noi qui abbiamo scorte per alcune settimane. Ma le abbiamo fatte con l’ottimismo di pensare che alla tregua si sarebbe arrivati prima dell’inizio del mese sacro. Invece c’è il concreto rischio che il conflitto sia ancora lungo. Anche l’idea di Joe Biden di costruire un molo per portare aiuti, da una parte ci consola: dall’altra ci fa temere che la soluzione sia ancora lontana. E ci chiediamo anche perché Israele abbia accolto l’offerta. Non sono certo preoccupati che a noi arrivino aiuti, visto che al valico di Rafah sono fermi decine di camion pieni che i loro militari non fanno passare.

E allora pensiamo che per loro la via marittima sia un modo per far uscire i palestinesi che via Egitto non possono evacuare. Lo scopo è sempre lo stesso, insomma: spingerci il più possibile ad abbandonare le nostre case, la nostra terra natia. D’altronde a queste condizioni pochi sono ormai disposti a restare. A Nord ormai la gente muore di fame. Ho parlato con un mio cugino, uno stimato dentista che non è evacuato perché sua moglie è gravemente malata. Mi ha detto che da 5 giorni si nutrono di erba che a volte li fa star male. Certo, coi paracadute lanciano aiuti: ma intorno a ogni cassa si crea il caos. Mio cugino mi ha detto: «Morirò di fame perché non sono abbastanza barbaro da prendere a pugni gli altri che hanno fame come me»

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