Polizia schierata e saracinesche abbassate. Il Ramadan triste di Gerusalemme Est tra paura e incertezze
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Intorno alla porta di Damasco, il principale accesso per i musulmani alla Città vecchia di Gerusalemme, la polizia è già schierata in massa. I tre gabiotti che sorvegliano l’area sono pieni di uomini e donne in uniforme. Poco lontano, mucchi di transenne aspettano solo di essere posizionate. È un Ramadan diverso da tutti gli altri quello che inizia stanotte a Gerusalemme e nel mondo arabo: una festa triste per i musulmani, all’ombra della guerra di Gaza e delle sue quasi 31mila vittime. E una festa di paura, viste le imponenti misure di sicurezza annunciate dal governo israeliano (1000 agenti al giorno a sorvegliare la Città Vecchia, che diventeranno 2.500 il venerdì, giorno della preghiera) e l’atmosfera tesissima che si respira in città così come nei Territori palestinesi, dove ogni giorno ci sono scontri fra i soldati dell’Idf e la popolazione locale.
“Nulla da festeggiare”
“Non c’è nulla da festeggiare con 30 mila fratelli e sorelle uccisi a Gaza”, ci dice uno …
GERUSALEMME – Intorno alla porta di Damasco, il principale accesso per i musulmani alla Città vecchia di Gerusalemme, la polizia è già schierata in massa. I tre gabiotti che sorvegliano l’area sono pieni di uomini e donne in uniforme. Poco lontano, mucchi di transenne aspettano solo di essere posizionate. È un Ramadan diverso da tutti gli altri quello che inizia stanotte a Gerusalemme e nel mondo arabo: una festa triste per i musulmani, all’ombra della guerra di Gaza e delle sue quasi 31mila vittime. E una festa di paura, viste le imponenti misure di sicurezza annunciate dal governo israeliano (1000 agenti al giorno a sorvegliare la Città Vecchia, che diventeranno 2.500 il venerdì, giorno della preghiera) e l’atmosfera tesissima che si respira in città così come nei Territori palestinesi, dove ogni giorno ci sono scontri fra i soldati dell’Idf e la popolazione locale.
“Nulla da festeggiare”
“Non c’è nulla da festeggiare con 30 mila fratelli e sorelle uccisi a Gaza”, ci dice uno dei gestori dei negozi della porta. L’attenzione del mondo, da cinque mesi concentrata sulla Striscia, si è spostata qui: la Moschea di Al Aqsa sulla Spianata delle Moschee, il terzo luogo più sacro dell’Islam, è da sempre uno dei punti più caldi del conflitto israelo-palestinese, teatro di durissimi scontri. Quest’anno sullo sfondo della crisi di Gaza i rischi sono più alti del solito.
Per cercare di limitare la tensione il premier Benjamin Netanyahu ha respinto le richieste di limitare il numero degli accessi alla Spianata arrivate dal ministro della Sicurezza nazionale, il falco di destra Itamar Ben Gvir. Ma Al Aqsa resta il luogo che può far precipitare questa crisi ancora più in basso: Hamas ha invitato i suoi sostenitori a “inondarla di gente” e il presidente americano Joe Biden ha detto chiaramente di temere quello che potrà succedere qui se non ci sarà un accordo”.
“Gli affari vanno a rilento: la gente ha paura a venire per la situazione politica e perché c’è polizia a ogni angolo”, ci dice il gestore di uno dei più antichi negozi di dolci nella zona musulmana della città vecchia, chiedendo come tutte le persone con cui abbiamo parlato di non essere citato per nome. “Resteremo aperti, o almeno ci proveremo”.
La crisi nei negozi
Già tirare su la saracinesca è un atto di coraggio: la metà dei piccoli negozi che stanno nei vicoli fra la Porta di Damasco e la Spianata delle Moschee è chiusa. Le luci che addobbano l’area in questo periodo non ci sono. La gente non ha soldi per comprare abiti nuovi e regali, come da tradizione: e anche se li ha non viene qui.
“Ho venduto la metà della merce dello scorso anno e non mi aspetto che possa migliorare”, racconta il proprietario di una bottega che di solito in questo periodo vende soprattutto luci decorative. Anche i fruttivendoli se la cavano male: le fragole, che sono nel pieno della stagione, quest’anno sono carissime e molta gente non può permettersele. Di solito a riempire i banchi sono quelle che arrivano da Gaza, quest’anno però ci sono solo quelle della Cisgiordania: e i prezzi sono saliti.
“Dobbiamo solo sperare che Dio vegli su di noi”, dice uno di loro. Lo spera lui, lo spera il mondo: fra questi vicoli, nei prossimi giorni, si gioca il destino di Gerusalemme. E di tutta la regione.