Il nunzio apostolico in Ucraina: “Francesco soffre per le vittime e chiede di aprire vie di dialogo”
di Iacopo ScaramuzziCITTÀ DEL VATICANO - «Il cuore del Papa è addolorato da tante vittime della guerra in Ucraina». È necessario «cercare le vie della pace». E per prima cosa la Russia «dovrebbe smettere di uccidere». Monsignor Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, contestualizza l’affermazione del Papa sulla «bandiera bianca» di Kiev.
«Si tratta di questioni molto serie, non andrebbero affrontate con domande episodiche», afferma l’arcivescovo lituano. «Bisognerebbe lasciare al Papa la possibilità di spiegarsi in modo più articolato. Il Papa ha risposto con linguaggio spirituale ad una domanda politica. Ma faccio fatica a capire come si possa iniziare domandando se l’Ucraina debba alzare bandiera bianca o no. Perché si parte dalla vittima, dall’aggredito? Ma che domanda è?».
Il Papa, però, nella risposta ha fatto sua la domanda, pur precisando che «il negoziato non è mai una resa»…
«Mi domando perché il giornalista abbia usato l’immagine della bandiera bianca. Se essa significa l’invito …
CITTÀ DEL VATICANO - «Il cuore del Papa è addolorato da tante vittime della guerra in Ucraina». È necessario «cercare le vie della pace». E per prima cosa la Russia «dovrebbe smettere di uccidere». Monsignor Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, contestualizza l’affermazione del Papa sulla «bandiera bianca» di Kiev.
«Si tratta di questioni molto serie, non andrebbero affrontate con domande episodiche», afferma l’arcivescovo lituano. «Bisognerebbe lasciare al Papa la possibilità di spiegarsi in modo più articolato. Il Papa ha risposto con linguaggio spirituale ad una domanda politica. Ma faccio fatica a capire come si possa iniziare domandando se l’Ucraina debba alzare bandiera bianca o no. Perché si parte dalla vittima, dall’aggredito? Ma che domanda è?».
Il Papa, però, nella risposta ha fatto sua la domanda, pur precisando che «il negoziato non è mai una resa»…
«Mi domando perché il giornalista abbia usato l’immagine della bandiera bianca. Se essa significa l’invito a tutte le parti a cercare le vie per la pace, allora è un’immagine che mi pare giustissima. Evidentemente, il cuore del Papa è addolorato da tante vittime della guerra in Ucraina, a cominciare dai bambini. Qui, al fine di fermare la guerra, il Papa è il primo ad alzare la bandiera bianca nel senso di invitare tutti al dialogo, perché lo addolora il continuo scorrere del sangue. Inoltre, se il giornalista volesse fare un discorso equilibrato dovrebbe chiedere al Papa, per prima cosa, cosa pensa che la Russia dovrebbe fare. Basta aprire gli occhi: da dove sono arrivati i missili, i carri armati e i militari due anni fa? Dall’Ucraina in Russia o dalla Russia in Ucraina? La risposta è empirica, non serve né la filosofia né la teologia. Cominciamo da lì: per finire la guerra cosa direbbe il Papa alla Russia?».
Ecco, cosa direbbe lei alla Russia?
«Dovrebbe smettere di uccidere. La legge numero uno è non uccidere, lo pensano anche tanti cristiani e tanti musulmani che vivono in Russia. E invece si continua ad uccidere, anche stanotte, anche questa mattina. Non uccidere, non mandare sul territorio ucraino né militari, né missili, né droni, né minacce, questo è il punto numero uno. Al Papa, e anche a me in quanto suo rappresentante, spetta il discorso spirituale, morale e umanitario più che quello politico. Il mio primo compito è pregare per tutti, per chi aggredisce e per l’aggredito: quando prego chiedo che la Russia non uccida più e che l’Ucraina trovi il modo più saggio possibile per far fronte a questa aggressione, a questi dolori immensi. È una questione che gli ucraini si pongono».
Come va letto, in questa chiave, l’invito del Papa a negoziare?
«L’ipotesi del negoziato esiste, viene discussa dai politici e dalla società in Ucraina. Ma quella ipotesi viene accompagnata anche dalla domanda: cosa porterà più vittime? Cercare di affrontare questa guerra o arrendersi? Gli ucraini conoscono la propria storia, sanno che cosa è successo più volte, sanno che il costo di sottomettersi a un potere di questo tipo nella storia è costato molto di più: non solo le vittime, ma anche le torture personali e quelle collettive come l’Holodomor. E dunque ci si domanda: cosa produrrà più vittime, cercare di opporsi all’aggressore o fare qualche accordo? E in caso, che tipo di accordo? Non può essere una sottomissione».
Cosa dovrebbero fare gli ucraini?
«Non pretendo di avere una saggezza così alta da avere una risposta. Quando discutiamo con gli ucraini lo facciamo sotto forma di dialogo: è un porsi domande a vicenda e riflettere insieme. Ci poniamo domande, ascoltiamo, riflettiamo insieme: non ho una ricetta».
Questo rientra nell’invito a non chiudere la porta al negoziato?
«Certo, quest’invito è parte della missione della Chiesa e della Santa Sede. A volte questa missione viene denominata “l’arte della pace attraverso il dialogo”. Noi incoraggiamo l’apertura e il dialogo tra i popoli, questo è indiscutibile, e il Papa ha voluto sottolineare questo aspetto. Per un credente tutta l’umanità dovrebbe convivere da fratelli e il dialogo è una delle espressioni principali della fraternità, ed anche lo strumento per superare gli ostacoli più gravi».