Bloccati gli aiuti a Gaza, ora si cercano mediatori. L’Idf colpisce la base di Issa, numero 3 di Hamas
dalla nostra inviata Francesca CaferriGerusalemme — Chi distribuirà gli aiuti alla popolazione di Gaza una volta che arriveranno sulle coste della Striscia, via Cipro con la nave sponsorizzata dall’Unione europea o con il molo provvisorio che costruiranno gli americani? L’interrogativo che aleggia nelle stanze delle autorità israeliane da giorni è anche quello che tiene ferma a Cipro la nave dell’ong spagnola Open arms, con a bordo 200 tonnellate di aiuti preparati dal World central kitchen: la nave dovrebbe arrivare in una zona della Striscia controllata dagli israeliani.
Gli operatori del gruppo stanno già lavorando nella zona ma il timore è che una volta scaricati gli aiuti e spostati, possano ripetersi scene come l’assalto ai camion della popolazione affamata, che ha provocato più di cento morti fra le persone uccise dal fuoco dei militari israeliani e quelle schiacciate nella calca. «In alcune zone di Gaza non c’è più legge – spiega un operatore delle Nazioni Unite che ha partecipato alla distribuzione degli aiu…
Gerusalemme — Chi distribuirà gli aiuti alla popolazione di Gaza una volta che arriveranno sulle coste della Striscia, via Cipro con la nave sponsorizzata dall’Unione europea o con il molo provvisorio che costruiranno gli americani? L’interrogativo che aleggia nelle stanze delle autorità israeliane da giorni è anche quello che tiene ferma a Cipro la nave dell’ong spagnola Open arms, con a bordo 200 tonnellate di aiuti preparati dal World central kitchen: la nave dovrebbe arrivare in una zona della Striscia controllata dagli israeliani.
Gli operatori del gruppo stanno già lavorando nella zona ma il timore è che una volta scaricati gli aiuti e spostati, possano ripetersi scene come l’assalto ai camion della popolazione affamata, che ha provocato più di cento morti fra le persone uccise dal fuoco dei militari israeliani e quelle schiacciate nella calca. «In alcune zone di Gaza non c’è più legge – spiega un operatore delle Nazioni Unite che ha partecipato alla distribuzione degli aiuti dentro la Striscia – la scelta è fra rischiare di morire di fame e rischiare di morire per arrivare per primi agli aiuti. Organizzare una distribuzione controllata come pure facciamo in moltissime zone di crisi del mondo, in alcuni casi è impossibile».
La possibilità di rivolgersi alle grandi famiglie che, da decenni, controllano alcune zone della Striscia è una di quella che i militari israeliani stanno prendendo in considerazione. E che l’ipotesi sia reale lo dimostra l’avvertimento lanciato due sere fa da uno dei portavoce di Hamas. «Collaborare con Israele per la distribuzione di aiuti sarà considerato tradimento e non verrà tollerato».
Eppure, una soluzione alla questione andrà trovata in tempi rapidi perché la situazione umanitaria nella Striscia è catastrofica e, nelle parole del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, potrebbe diventare «ancora più infernale» se partisse l’operazione contro Rafah. A un’azione sulla zona dove hanno trovato rifugio la maggior parte dei civili fuggiti dal Nord e dal Centro della Striscia (più di un milione di persone, secondo l’Onu) si oppongono gli Stati Uniti che hanno fatto arrivare il loro parere contrario a diversi media israeliani.
Ma ieri Benjamin Netanyahu in un’intervista a Fox News ha ribadito che l’offensiva nell’area è «necessaria per eliminare Hamas» e che l’unione fra Israele e gli Stati Uniti «aiuterà a vincere prima» la guerra: è il secondo giorno consecutivo che il premier parla con la stampa americana, nel tentativo di spegnere le polemiche scatenate dalla frase di Joe Biden secondo cui il premier «sta facendo più male che bene a Israele» visto l’elevato numero di vittime palestinesi a Gaza. Le ultime stime del ministero della Salute controllato da Hamas parlano di 31.112 morti, di cui 94 solo lunedì, primo giorno di Ramadan.
Fra di loro ci sono le cinque persone morte domenica notte quando Israele ha preso di mira un tunnel sotterraneo nel campo profughi di Nuseirat, dove secondo l’intelligence si nascondeva il numero tre di Hamas, Marwan Issa, vice di Mohammed Deif, capo dell’ala militare del gruppo. La sua morte non è stata confermata al momento né dall’esercito israeliano né da Hamas: se lo fosse, sarebbe il colpo peggiore inflitto al movimento dall’inizio della guerra. Issa è l’uomo che gestiva i collegamenti fra Deif e Yahya Sinwar, responsabile politico di Hamas nella Striscia: a gennaio l’Idf aveva diffuso un video di una villa di lusso nella zona di Nuseirat che sarebbe appartenuta al comandante, con piscina, gazebo e prati all’inglese. I dettagli dell’operazione restano avvolti nel mistero: la radio militare israeliana si limita a citare “fonti di intelligence” che sostengono che nel nascondiglio centrato non ci sarebbero stati ostaggi. «Altrimenti l’operazione non sarebbe andata avanti».
La sorte delle 134 persone (di cui almeno trenta sono morte) portate via il 7 ottobre resta al centro dell’attenzione nazionale: ieri Sara Netanyahu, moglie del premier, ha scritto alla sceicca Moza Al Thani, potentissima madre dell’attuale emiro del Qatar, per chiedere anche a lei di intervenire per la loro liberazione. Ma sul fronte della trattativa, in cui Doha gioca un ruolo determinante, non ci sono al momento novità.