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Israele: “Inonderemo la Striscia di aiuti”. Ma conferma il piano per invadere Rafah

(reuters)
L’economista Mostafa nominato premier Anp. Nuove sanzioni Usa negli insediamenti
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HOLIT (SUD DI ISRAELE) — La Striscia di Gaza è lì e i suoi palazzi si vedono benissimo: due chilometri in linea d’aria, cinque e mezzo passando per il valico di Kerem Shalom. Passare però è impossibile: zona militare protetta. Per noi così come per le 200 tonnellate di aiuti che mercoledì una cinquantina di volontari di Standing Together, organizzazione di ebrei e musulmani israeliani ha tentato di portare nella Striscia. I volontari sono stati respinti, ma la loro posizione da due giorni è più forte.

Con un cambiamento radicale di strategia Israele ha annunciato mercoledì sera per bocca del portavoce militare Daniel Hagari, di essere pronto a “inondare” la Striscia di aiuti umanitari. Il cammino individuato è la strada costruita dall’Idf all’altezza del kibbutz Be’eri, uno dei più colpiti dal massacro del 7 ottobre: qui mercoledì notte sono passati i primi sei camion umanitari Onu diretti a Nord e scortati dai militari dello Stato ebraico. Resta aperto il tema della distribuzion…

HOLIT (SUD DI ISRAELE) — La Striscia di Gaza è lì e i suoi palazzi si vedono benissimo: due chilometri in linea d’aria, cinque e mezzo passando per il valico di Kerem Shalom. Passare però è impossibile: zona militare protetta. Per noi così come per le 200 tonnellate di aiuti che mercoledì una cinquantina di volontari di Standing Together, organizzazione di ebrei e musulmani israeliani ha tentato di portare nella Striscia. I volontari sono stati respinti, ma la loro posizione da due giorni è più forte.

Con un cambiamento radicale di strategia Israele ha annunciato mercoledì sera per bocca del portavoce militare Daniel Hagari, di essere pronto a “inondare” la Striscia di aiuti umanitari. Il cammino individuato è la strada costruita dall’Idf all’altezza del kibbutz Be’eri, uno dei più colpiti dal massacro del 7 ottobre: qui mercoledì notte sono passati i primi sei camion umanitari Onu diretti a Nord e scortati dai militari dello Stato ebraico. Resta aperto il tema della distribuzione, ovvero chi e come si prende carico di cibo, acqua e medicinali una volta nella Striscia per evitare che finiscano nelle mani di Hamas o delle famiglie più potenti. Un problema riguarda anche la Open arms, nave sponsorizzata dalla Ue e partita da Cipro tre giorni fa, attesa nelle prossime ore.

La questione umanitaria è centrale in questo momento, sia per smorzare la tensione alle stelle dall’inizio del Ramadan e in particolare oggi, primo venerdì di preghiera. Sia perché con gli Stati Uniti e l’Europa che premono perché Israele non entri a Rafah (dove sono più di un milione di abitanti della Striscia fuggiti dall’offensiva) e Benjamin Netanyahu che insiste sulla necessità dell’operazione, alleviare le sofferenze della popolazione è diventata la moneta di scambio con cui il premier punta ad ottenere se non un via libera, un tacito assenso.

Così ricostruisce la stampa israeliana, raccontando fra l’altro di discussioni non solo fra Netanyahu e gli alleati-rivali Gantz e Eisenkhot, ma anche con il ministro della Difesa Yoav Gallant, preoccupato di individuare interlocutori affidabili a cui affidare la distribuzione. E, in prospettiva, il futuro della Striscia: ieri il presidente palestinese Mahmud Abbas ha scelto Mohammed Mostafa, economista a lungo alla Banca Mondiale per guidare il nuovo governo, in un tentativo di riforma dell’Anp che mira a donarle nuova legittimità. Per quanto riguarda la distribuzione degli aiuti, nei giorni scorsi Israele aveva fatto un tentativo di avvicinare i capi delle più importanti famiglie della Striscia: secondo notizie circolate sui media arabi e israeliani Hamas avrebbe risposto uccidendo il leader del più potente dei clan, i Dugmush, accusandolo di aver collaborato con il nemico.

Lo scontro sull’offensiva di Rafah è stata la miccia che ha scatenato ieri il durissimo discorso con cui Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato Usa, finora strenuo difensore di Israele, ha attaccato Netanyahu, chiedendo nuove elezioni e definendo il premier “un ostacolo per la pace”. Ieri dall’America sono arrivate anche nuove sanzioni contro tre estremisti responsabili della costruzione di insediamenti su territorio palestinese in Cisgiordania.

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