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Prime aperture di Hamas su tregua e ostaggi. Resta lo scoglio di quali detenuti palestinesi liberare

Il governo Netanyahu boccia le controproposte, ma invia una sua delegazione a Doha per trattare. I gruppi armati contestano la nomina dell’economista Mustafa a premier dell’Anp
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GERUSALEMME – Nel giorno più difficile, quello dei vicoli deserti, della polizia schierata in massa e delle transenne pronte, la speranza, improvvisamente, torna a fare capolino. Così è in questa parte di mondo: dove l’ovvio non è mai ovvio e la soluzione non è mai quella più facile. Capita così che mentre il mondo guardava a Gerusalemme Est, al fiume di uomini e donne che passavano dalla Porta di Damasco per raggiungere la Spianata delle Moschee nel primo venerdì di preghiera di Ramadan, la partita vera si giocasse a Tel Aviv.

Dove ieri mattina il gabinetto di guerra si è riunito per esaminare la risposta di Hamas alla proposta di tregua arrivata (inaspettatamente) giovedì sera. Una proposta che, per la prima volta da mesi, segna un’apertura alle condizioni di Israele: e che è stata discussa nelle stesse ore in cui, nelle intenzioni di Hamas, gli 80 mila giunti a pregare a Gerusalemme avrebbero dovuto marciare su Al Aqsa. Mentre la preghiera si è svolta senza incidenti.

E dunque…

GERUSALEMME – Nel giorno più difficile, quello dei vicoli deserti, della polizia schierata in massa e delle transenne pronte, la speranza, improvvisamente, torna a fare capolino. Così è in questa parte di mondo: dove l’ovvio non è mai ovvio e la soluzione non è mai quella più facile. Capita così che mentre il mondo guardava a Gerusalemme Est, al fiume di uomini e donne che passavano dalla Porta di Damasco per raggiungere la Spianata delle Moschee nel primo venerdì di preghiera di Ramadan, la partita vera si giocasse a Tel Aviv.

Dove ieri mattina il gabinetto di guerra si è riunito per esaminare la risposta di Hamas alla proposta di tregua arrivata (inaspettatamente) giovedì sera. Una proposta che, per la prima volta da mesi, segna un’apertura alle condizioni di Israele: e che è stata discussa nelle stesse ore in cui, nelle intenzioni di Hamas, gli 80 mila giunti a pregare a Gerusalemme avrebbero dovuto marciare su Al Aqsa. Mentre la preghiera si è svolta senza incidenti.

E dunque in attesa di capire quale delle due voci di Hamas – quella più dialogante che fa capo alla leadership in esilio a Doha o quella più dura che risponde a Gaza – sia quella autentica, il gabinetto di guerra ha esaminato la risposta: che prevede che Hamas accetti una tregua di 4-6 settimane e non uno stop definitivo, come chiesto finora. E accetti di rilasciare gli ostaggi, vivi e morti, comprese donne e soldati. In cambio Hamas vuole che tornino liberi fra i 700 e i 1.000 prigionieri palestinesi, compresi – e qui sta l’ostacolo – cento condannati all’ergastolo, dunque colpevoli agli occhi di Israele di aver ucciso o collaborato all’uccisione di suoi cittadini.

L’ufficio di Netanyahu ha giudicato “irricevibile” l’idea ma il governo ha comunque inviato a Doha una delegazione: un passo avanti frutto delle pressioni internazionali e di quelle dei parenti degli ostaggi. Intanto, i piani per l’attacco a Rafah (dove sono stipati più di un milione di palestinesi fuggiti dal resto della Striscia) sono stati approvati dal gabinetto di guerra, nonostante la richiesta degli Stati Uniti e Unione europea di fermarli. L’ipotesi, e i tempi, dell’attacco restano condizionati al negoziato.

Mentre a Tel Aviv la discussione era in corso, a poca distanza dalle coste di Gaza attraccava la nave dell’ong spagnola Open arms: l’operazione di trasferimento di acqua e cibo è iniziata, ma non è chiaro a chi sia affidata la distribuzione a terra. Un punto chiave: fra mercoledì e giovedì 21 persone sono state uccise da colpi di arma da fuoco mentre si accalcavano attorno a camion di aiuti. Israele esclude che i proiettili siano partiti dai suoi soldati, mentre Hamas getta la colpa sui militari.

L’episodio è l’ennesima dimostrazione di come parti della Striscia siano ormai senza legge: il tentativo del presidente palestinese Abu Mazen di dare nuova legittimità al suo governo, nominando come premier l’economista Mohammad Mustafa anche in vista di un futuro ruolo nella Striscia, non parte con il piede giusto. Ieri sia Hamas che gli altri gruppi armati hanno criticato la scelta del leader, che non li ha consultati.

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