Alto Hospicio — Una montagna di jeans che sembra essere infinita. Di tutte le taglie e di tutti i colori. Da uomo, donna o bambino, alcuni bianchi e altri neri. Modelli di ogni tipo: casual, a vita bassa, sportivi, vintage, a zampa d’elefante. Ci sono pantaloni di marchi più economici, ma la maggior parte sono dei due colossi statunitensi Levi’s e Lee. La montagna di jeans è così grande che ci si può passare sopra con il fuoristrada, ma se si riesce ad arrivare nel punto più alto del cumulo di vestiti, il panorama è mozzafiato: intorno il sole mattutino illumina le decine di dune del deserto di Atacama, uno dei più belli del mondo e orgoglio del Cile.
Con i suoi 128mila chilometri quadrati, il deserto di Atacama si estende per quasi tutto il Nord del Paese e, grazie ai suoi incredibili paesaggi naturali, attira ogni anno centinaia di migliaia di turisti. Ma da alcuni anni ormai qualcosa infesta le sue preziose dune: tonnellate di vestiti abbandonati provenienti soprattutto da Europa …
Alto Hospicio — Una montagna di jeans che sembra essere infinita. Di tutte le taglie e di tutti i colori. Da uomo, donna o bambino, alcuni bianchi e altri neri. Modelli di ogni tipo: casual, a vita bassa, sportivi, vintage, a zampa d’elefante. Ci sono pantaloni di marchi più economici, ma la maggior parte sono dei due colossi statunitensi Levi’s e Lee. La montagna di jeans è così grande che ci si può passare sopra con il fuoristrada, ma se si riesce ad arrivare nel punto più alto del cumulo di vestiti, il panorama è mozzafiato: intorno il sole mattutino illumina le decine di dune del deserto di Atacama, uno dei più belli del mondo e orgoglio del Cile.
Con i suoi 128mila chilometri quadrati, il deserto di Atacama si estende per quasi tutto il Nord del Paese e, grazie ai suoi incredibili paesaggi naturali, attira ogni anno centinaia di migliaia di turisti. Ma da alcuni anni ormai qualcosa infesta le sue preziose dune: tonnellate di vestiti abbandonati provenienti soprattutto da Europa e Stati Uniti.
Sono abiti usati o di collezioni invendute, di marchi di fast fashion (come Zara o H&M) e di lusso (come Armani o Marc Jacobs) che arrivano nel porto di Iquique. Nella legislazione cilena, infatti, c’è un vuoto normativo che non riconosce il materiale tessile come rifiuto, e quindi ogni giorno sulle coste del Paese sbarcano migliaia di tonnellate di vestiti invenduti o inutilizzati che vengono spediti dai Paesi occidentali.
Al porto di Iquique vengono smaltiti fra decine di imprese che comprano container interi di vestiti per rivenderli in negozi sparsi in tutta l’America Latina. Ma la mole di abiti che affluisce al porto ogni giorno è enorme e, gli imprenditori, a fine giornata, cedono a prezzi irrisori i vestiti invenduti alle famiglie meno abbienti della zona. Che a loro volta li smerciano nei mercati di Iquique o — abitudine diffuda ormai da alcuni anni — li gettano nel deserto.
Ad Iquique il paesaggio è incredibile: le dune di sabbia dorata finiscono direttamente nel mare selvaggio del Nord del Cile. Quando il sole tramonta, il rosso del cielo si riflette sia sul mare che sulla sabbia, mentre le grandi barche da pesca a strascico fanno ritorno al porto. Il deserto di Atacama è vastissimo e cambia molto da zona a zona: se San Pedro è famosa per i paesaggi lunari, ad Iquique le dune di sabbia sembrano di seta.
Orientarsi in questa distesa è impossibile se non ci si è nati. Oggi a guidarti sono i cumuli di spazzatura che si ingrossano con i mesi. Il fuoristrada avanza in una strada lunghissima e tracciata dagli ammassi di merci abbandonate. Cumuli enormi di scarpe Nike, tute marchio Adidas di qualsiasi taglia e colore, ma non solo: ai lati della strada ci sono centinaia di pneumatici nuovi, costumi da bagno sportivi e caschi per biciclette e moto.
I rifiuti si concentrano ad Alto Hospicio, una città di oltre 100mila abitanti che si trova a lato di Iquique. Iquique ha una doppia natura: è una città industriale e una meta turistica. Alto Hospicio invece è uno dei luoghi più pericolosi del Cile ed è composto quasi esclusivamente da tomas, il corrispettivo cileno delle favelas, baraccopoli in cui l’estrema povertà si mischia agli affari dei narcotrafficanti.
«La situazione di Alto Hospicio è molto complicata perché in un contesto così povero e pericoloso, la municipalità ha altre priorità rispetto al riciclo dei rifiuti» — afferma Q’ala Blacker, geografa di 25 anni che ha studiato a lungo le conseguenze ambientali delle discariche illegali di abiti della zona di Iquique. «Ma anche perché molto spesso la vendita dei vestiti che poi finiscono buttati nel deserto, è l’unico sostegno economico per famiglie che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere. Inoltre non è facile intervenire perché non c’è un solo colpevole. Le persone che gettano vestiti o altri tipi di merci nel deserto sono molte e lo fanno in luoghi diversi».
A denunciare la terribile situazione che si vive ad Alto Hospicio è Desierto Vestido, un’organizzazione composta da un piccolo gruppo di giovanissimi studenti e lavoratori che si occupano di rendere noto il più possibile ciò che accade e che curano laboratori con cui riciclano gli abiti abbandonati ne deserto. Camminano veloci fra le dune di vestiti e raccolgono qualsiasi tipo di indumento: gessati da uomo, camicie di seta, zainetti per bambini, giacche invernali.
È impressionante: basta mettere una mano nel cumulo e afferrare il primo indumento che capita, sono tutti in perfette condizioni, moltissimi hanno ancora l’etichetta. Ma è impossibile sostare a lungo nelle discariche illegali: da qualche mese chi butta i vestiti nel deserto ha iniziato anche a bruciarli, causando un danno ambientale ancora più grave. E così alla sera, mentre il sole tramonta fra le dune del deserto di Atacama, brillano decine di fuochi.
L’aria irrespirabile impone di tornare in auto. «È la terribile conseguenza del consumismo, della necessità di acquistare sempre di più che porta i grandi marchi a creare continuamente nuove collezioni — ragionano gli attivisti. Il marcio della nostra società finisce tutto qui, alla fine del mondo, e trasforma uno dei deserti più belli del pianeta in una discarica illegale».