Da recluta del Kgb ad autocrate che ha invaso l’Ucraina: tutte le tappe della vita di Putin
di Enrico FranceschiniLONDRA – Con le elezioni di questa settimana, allungate in ben tre giorni, dal 15 al 17 marzo, per favorire una confortante affluenza alle urne, ma dall’esito scontato perché non ci sono in lizza altri candidati reali, Vladimir Putin verrà confermato presidente della Russia per altri sei anni, fino al 2030, così superando il record di longevità al potere di Josif Stalin, con la prospettiva di restarci fino al 2036 se a quel punto verrà rieletto ancora una volta. Un primato sorprendente per un ex-tenente colonnello del Kgb che, tre anni prima di diventare capo del Cremlino, era un oscuro funzionario dell’apparato presidenziale. Ecco una timeline sulla storia dello zar di Mosca: l’autocrate che governa dal 1999 il Paese più grande del mondo, che ha invaso l’Ucraina e che minaccia l’Occidente.
Nato a Leningrado
Putin nasce a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo, il 7 ottobre 1952. Suo nonno era stato il cuoco di Lenin e Stalin. Suo padre è in Marina, la madre è operaia. Piccolo di …
LONDRA – Con le elezioni di questa settimana, allungate in ben tre giorni, dal 15 al 17 marzo, per favorire una confortante affluenza alle urne, ma dall’esito scontato perché non ci sono in lizza altri candidati reali, Vladimir Putin verrà confermato presidente della Russia per altri sei anni, fino al 2030, così superando il record di longevità al potere di Josif Stalin, con la prospettiva di restarci fino al 2036 se a quel punto verrà rieletto ancora una volta. Un primato sorprendente per un ex-tenente colonnello del Kgb che, tre anni prima di diventare capo del Cremlino, era un oscuro funzionario dell’apparato presidenziale. Ecco una timeline sulla storia dello zar di Mosca: l’autocrate che governa dal 1999 il Paese più grande del mondo, che ha invaso l’Ucraina e che minaccia l’Occidente.
Nato a Leningrado
Putin nasce a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo, il 7 ottobre 1952. Suo nonno era stato il cuoco di Lenin e Stalin. Suo padre è in Marina, la madre è operaia. Piccolo di statura e bullizzato dai ragazzi più grandi, Vladimir reagisce praticando il judo, sport in cui diventa cintura nera, e studiando sodo: a 23 anni si laurea in legge con una tesi in diritto internazionale e si iscrive al Pcus, il partito comunista sovietico. Uno dei suoi professori è Anatolij Sobchak, futuro sindaco della città e sostenitore delle riforme democratiche in Russia.
L’arruolamento nel Kgb
Appena terminati gli studi, nel 1975 si arruola nel Kgb, il servizio di spionaggio interno ed esterno dell’Unione Sovietica, occupandosi di controspionaggio: sorveglia in particolare i consolati stranieri di Leningrado e gli stranieri che visitano la città.
Lo shock per il crollo del muro
Dopo dieci anni di servizio, raggiunto il grado di tenente-colonnello, nel 1985 il Kgb lo invia a Dresda, nella Germania Est comunista, dove tiene i rapporti con la Stasi, l’onnipotente e onnipresente servizio segreto tedesco orientale. È appunto a Dresda, il 9 novembre 1989, quando comincia il crollo del muro di Berlino: si dice che quel giorno Putin abbia telefonato ansiosamente a Mosca per ricevere ordini, sentendosi rispondere che non ce ne sono: Mikhail Gorbaciov, leader sovietico dal 1985, promotore di libertà di stampa (glasnost) e riforme per democratizzare il comunismo (perestrojka), non interviene.
Le dimissioni dal Kgb
Putin rientra in Urss nel 1990 come membro della “riserva attiva”, con il compito di individuare studenti da reclutare nel Kgb all’università di Leningrado. Ne approfitta per riallacciare l’amicizia con il suo vecchio professore Sobchak, che in aprile di quell’anno viene eletto sindaco di Leningrado, seconda maggiore città russa, e il mese seguente nomina Putin consigliere per gli affari internazionali: sia per la sua conoscenza del tedesco, sia per l’esperienza nel Kgb, in giugno Putin riceve l’incarico di capo del comitato per le relazioni esterne del sindaco, con la responsabilità di promuovere investimenti esteri e rapporti commerciali, un posto da cui iniziano a passargli sotto il naso tangenti e bustarelle.
Ma soltanto nell’agosto 1990, al secondo giorno del tentato colpo di stato organizzato dal ministro della Difesa e dal capo del Kgb per defenestrare Gorbaciov, quando si capisce che il golpe è fallito, Putin si dimette formalmente dal Kgb. Sei mesi dopo crolla l’Urss, Gorbaciov si dimette e al suo posto al vertice del Cremlino subentra Boris Eltsin, il presidente della Russia, riformatore, eletto dal popolo ma con il vizio dell’alcol.
Vicesindaco di San Pietroburgo
Nel 1994 Putin diventa vicesindaco di San Pietroburgo, come Leningrado è stata ribattezzata, riprendendo il nome originale. Dirige la sezione locale di Nostra Casa Russia, il partito fondato dal primo ministro Chernomyrdin.
Burocrate al Cremlino
Nel giugno 1996, travolto dalla crisi economica che ha colpito tutto il Paese, per un soffio Sobchak non viene rieletto sindaco e Putin si ritrova disoccupato. Si trasferisce a Mosca, dove grazie alle amicizie coltivate negli ultimi anni trova lavoro nell’amministrazione del Cremlino come vicecapo dell’ufficio che gestisce le proprietà dello stato all’estero, un altro incarico con il quale può fare carriera sfruttando la corruzione che dilaga durante la selvaggia privatizzazione dell’economia russa.
Vicecapo dello staff
Nel 1997 Eltsin, evidentemente impressionato dalle sue qualità e dalla sua fedeltà, nomina Putin capo dell’ufficio per le proprietà all’estero e vicecapo dello staff presidenziale, un posto ancora più importante.
Capo dello spionaggio
Il 25 maggio 1998 Eltsin nomina Putin capo dell’Fsb, il servizio di spionaggio interno, erede del Kgb dell’era sovietica. In pratica, Putin diventa capo del servizio segreto nel quale aveva militato per quindici anni fino a raggiungere il modesto grado di tenente-colonnello.
Primo ministro
Il 9 agosto 1999 Eltsin nomina Putin primo ministro. Poco conosciuto in Russia, all’inizio viene considerato uno dei tanti premier che si sono avvicendati sotto Eltsin nel tentativo di ridare stabilità al Paese. Ma un mese dopo la popolarità di Putin sale improvvisamente: dopo una serie di misteriosi attentati in case popolari di Mosca, che fanno centinaia di morti e vengono attribuiti dalle autorità ai ribelli della Cecenia, il neo-primo ministro ordina di invadere la regione separatista nel Sud della Russia, scatenando una seconda guerra, dopo quella sostanzialmente persa dalle forze russe tra il 1994 e il ’96 e conclusa con un armistizio che dava grande autonomia ai ceceni. Stavolta la strategia cambia: Putin sprona i suoi militari a usare la mano pesante, con bombardamenti a tappeto che radono al suolo la capitale cecena Grozny e omicidi mirati per assassinare i leader della rivolta, corrompendo altri capi-clan ceceni per farli passare dalla parte di Mosca. Vince la guerra, guadagnando la fiducia di Eltsin.
Presidente a interim
Malato e sempre più alcolizzato, chiedendo scusa ai propri compatrioti per il caos del passaggio al capitalismo, il 31 dicembre 1999 Eltsin annuncia le dimissioni con un discorso televisivo al Paese e nomina Putin presidente a interim, in attesa che si svolgano le elezioni per scegliere un successore alle urne. Prima che l’orologio segni la mezzanotte, Putin firma il suo primo decreto presidenziale: un salvacondotto che assegna a Eltsin e a tutti i suoi familiari l’immunità perpetua da qualsiasi causa che possa essere loro intentata in futuro, per corruzione o altro. È l’atto con cui ha ottenuto l’appoggio definitivo di Eltsin a diventare suo erede. Nei mesi successivi vari procedimenti giudiziari per corruzione contro Eltsin e contro lo stesso Putin vengono insabbiati.
Prima elezione a presidente
Il 26 marzo 2000 si svolgono le elezioni presidenziali, con vari candidati in lizza. Putin vince ottenendo il 53 per cento dei voti, contro il 29 per cento di Gennadij Zjuganov, leader del ricostituito partito comunista, e il 6 per cento di Grigorij Javlinsky, un riformatore democratico sin dai tempi di Gorbaciov, ora leader del partito liberale.
Presidente per la seconda volta
Nonostante un paio di incidenti che gli attirano forti critiche - il disastroso affondamento del sottomarino Kursk nell’agosto 2000 in cui perdono la vita 118 marinai e il non meno disastroso intervento delle forze di sicurezza russe per liberare centinaia di ostaggi presi da ribelli ceceni in un teatro di Mosca, con l’uso indiscriminato di gas che provoca la morte di 130 ostaggi - il 14 maggio 2004 Putin viene rieletto con una maggioranza molto più alta di quattro anni prima: ottiene il 72 per cento dei voti contro il 14 per cento al suo unico avversario di rilievo, il comunista Nikolaj Kharitonov.
È il risultato del consenso ottenuto da Putin nel suo primo mandato presidenziale riportando ordine in Russia, riassestando l’economia e riducendo il potere dei cosiddetti oligarchi, la classe di miliardari fiorita negli anni di Eltsin, altamente impopolari fra l’opinione pubblica, ai quali Putin fa capire che possono continuare a fare i loro affari ma non devono intromettersi in politica: nel 2003 uno dei più noti, Mikhail Khodorkovskij, all’epoca considerato l’uomo più ricco di Russia, viene arrestato dalle forze speciali che circondano il suo aereo appena atterrato in Siberia, incriminato per frode e condannato a una lunga pena carceraria. Era diventato un finanziatore dell’opposizione a Putin e lui stesso aveva ambizioni politiche.
La nostalgia dell’Urss
Nel 2005, in un discorso al Cremlino, Putin pronuncia una frase che resterà famosa: “Il collasso dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo”.
L’assassinio della giornalista
Il 7 ottobre 2006 Anna Politovskaja, una giornalista del quotidiano di opposizione Novaja Gazeta che ha attaccato a lungo il Cremlino pubblicando inchieste sulla corruzione e sui legami oscuri con i nuovi leader filorussi della Cecenia, viene assassinata a colpi di pistola sulla porta del suo appartamento a Mosca. È il giorno del compleanno di Putin. I mandanti del delitto non verranno mai trovati.
Il tè avvelenato col polonio
L’1 novembre 2006 Aleksandr Litvinenko, un ex-agente del Kgb che dopo avere accusato Putin della creazione di “uno stato mafioso” è fuggito dalla Russia e vive a Londra, dove ha ricevuto asilo politico e da dove collabora con personaggi dell’opposizione russa, viene avvelenato con il polonio radioattivo e muore tre settimane dopo. Un’indagine britannica individua come esecutori dell’assassinio due ex-colleghi del Kgb di Litvinenko, che gli hanno messo gocce di polonio in una tazza di tè, dopo averlo invitato in un albergo della capitale britannica con la scusa di parlare di affari. L’indagine afferma che Putin è il mandante dell’omicidio.
Di nuovo premier
Poiché la Costituzione russa non permette più di due mandati presidenziali consecutivi, l’8 maggio 2008 Putin candida alla presidenza un suo fedelissimo, Dmitrij Medvedev, che vince con il 71 per cento dei voti e, il giorno dopo, nomina Putin primo ministro. La differenza, rispetto agli anni precedenti, è che i ruoli si sono invertiti: nei quattro anni successivi è il premier, cioè Putin, ad avere in mano tutti i poteri reali, mentre il presidente diventa una figura più che altro cerimoniale.
L’invasione della Georgia
In risposta alla richiesta di entrare nella Nato presentata da Georgia e Ucraina, due delle ex-repubbliche sovietiche diventate (come la Russia) stati sovrani al crollo dell’Urss nel 1991, l’1 agosto 2008 Putin ordina alle forze russe di invadere Ossezia e Abkhazia, due regioni georgiane dove vive un’ampia popolazione di lingua e origine russa. Restano ancora oggi sotto il controllo di Mosca.
Presidente per la terza volta
Dopo l’intervallo della presidenza Medvedev, il 4 marzo 2012 Putin può di nuovo candidarsi alla presidenza, il cui mandato è stato esteso da quattro a sei anni, e vince le elezioni per la terza volta ma con il 63 per cento dei voti, meno consensi rispetto al 2004. Circolano accuse di brogli secondo cui la percentuale ottenuta da Putin è ancora inferiore, specie a Mosca e nelle maggiori città, dove aumenta il dissenso contro il graduale abbandono delle libertà democratiche, la censura dei giornali, la presenza di ex-agenti del Kgb alla guida dei colossi energetici statali e la corruzione rampante del potere pubblico. Ispettori dell’Ocse affermano che almeno un terzo dei voti sono fraudolenti. Putin risponde alle critiche creando una milizia paramilitare ultranazionalista e organizzando comizi negli stadi in cui gli spettatori vengono portati da autobus speciali e ricevono ricompense in denaro. Il capo del Cremlino passa una serie di decreti autoritari, tra i quali un bando dell’omosessualità.
Il rilascio dell’oligarca
Dopo 10 anni di carcere, il 19 dicebre 2013 viene rilasciato l’ex-oligarca dissidente Mikhail Khodorkosvkij, grazie a un perdono presidenziale concesso inaspettatamente da Putin. Ragione ufficiale del perdono: “Dieci anni sono una punizione sufficiente e sua madre è malata”, afferma il capo del Cremlino. La vera ragione, secondo molti commentatori, sono le Olimpiadi invernali che si tengono due mesi più tardi in Russia, a Sochi, durante le quali Putin vuole evitare proteste o sanzioni occidentali per la prigionia di Khodorkovskij. Da allora l’ex-petroliere vive in esilio a Londra.
La prima invasione dell’Ucraina
Il 27 febbraio 2014 Putin ordina a forze paramilitari e militari di invadere l’Ucraina, annettendo parte del Donbass, la regione mineraria abitata dalla minoranza russa della popolazione ucraina, e la Crimea, anch’essa abitata prevalentemente da ucraini di origine russa. L’Occidente reagisce con proteste e sanzioni, che producono però soltanto un negoziato di pace inconcludente. Le forze ucraine resistono agli invasori, ma ne risulta un conflitto a bassa intensità, attestato in trincee, su una linea del fronte che non si muove più per anni.
L’assassinio di Nemtsov
Il 27 febbraio 2015, mentre passeggia sulla Piazza Rossa con la fidanzata, viene assassinato con quattro revolverate alla schiena Boris Nemtsov, leader dell’opposizione democratica, rivale di Putin sin dai tempi di Eltsin.
La guerra in Siria
Nel settembre 2015 la Russia interviene nella guerra civile in Siria a sostegno del presidente-dittatore Assad, aiutandolo a sconfiggere sia i gruppi jihadisti islamici, sia i ribelli che lottano per democrazia e indipendenza. Come in Cecenia, anche in questo conflitto Putin usa la strategia della terra bruciata, con intensi bombardamenti di civili. In Siria appaiono i mercenari del Gruppo Wagner, fondato dal suo ex-cuoco e socio d’affari Evghenij Prigozhin, che poi compiranno missioni militari analoghe in vari paesi africani.
Le interferenze a favore di Trump
Putin è accusato di pesanti interferenze nella campagna presidenziale americana del 2016, per danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton, percepita come una minaccia per Mosca, e favorire il repubblicano Donald Trump, considerato più malleabile, forse ricattabile, comunque un amico. L’anno dopo, in una intervista, il capo del Cremlino non esclude che “patrioti russi” abbiamo “spontaneamente” aiutato Trump a vincere con operazioni di hackeraggio e fake news.
Presidente per la quarta volta
Il 18 marzo 2018 Putin stravince le elezioni presidenziali con il 77,5 per cento dei voti, la sua percentuale più alta. Ci sono altri due candidati, uno comunista e uno di destra, ma raccolgono pochi voti e secondo molti osservatori rappresentano una finta opposizione. Il parlamento russo, del resto, è dominato da anni da Russia Unita, il partito nazionalista putiniano, sostenuto da imprenditori, forze armate, chiesa russo-ortodossa e media. Le accuse di brogli elettorali si moltiplicano, ma diventa sempre più difficile renderle pubbliche perché quasi tutti gli organi di informazione sono in mano al Cremlino, le manifestazioni dell’opposizione non vengono autorizzate e la repressione di quelle non autorizzate è sempre più dura. A questo punto, essendo stato eletto per altre due volte consecutivamente, nel 2012 e nel 2018, Putin non potrebbe di nuovo candidarsi nel 2024, ma anziché ricorrere al trucco di mettere al suo posto un presidente fantoccio, come aveva fatto nel 2008 con Medvedev, architetta un’altra soluzione: fa modificare la Costituzione al parlamento, in modo da fare ripartire teoricamente il sistema elettorale da zero e potersi così ricandidare altre due volte, nel 2024 e nel 2030, restando al potere fino al 2036.
La seconda invasione dell’Ucraina
Il 23 febbraio 2022 Putin ordina una nuova, più ampia invasione militare dell’Ucraina, con l’obiettivo di impadronirsi dell’intero Paese, impedendone il cammino verso una futura adesione all’Unione Europea e alla Nato. Secondo i suoi piani il conflitto dovrebbe durare poche settimane, ma incontra una fiera resistenza, spinge la Nato a fornire miliardi di aiuti militari a Kiev e due nazioni europee che non ne facevano parte, Finlandia e Svezia, a entrare nell’Alleanza Atlantica per sentirsi al sicuro da possibili aggressioni dello stesso tipo. Oggi, dopo oltre due anni di guerra, la Russia occupa circa un quinto dell’Ucraina. L’esito del conflitto dipende dalla volontà occidentale di continuare l’assistenza militare a Kiev.
La morte di Prigozhin
Nel luglio 2023 Evghenij Prigozhin, il capo del Gruppo Wagner, fino a quel momento impiegato in prima linea nella guerra in Ucraina, critica lo stato maggiore russo, afferma che l’invasione è stata un errore e marcia con i suoi mercenari verso Mosca. Ma a 400 chilometri dalla capitale, per ragioni poco chiare, si ferma e accetta di andare con i suoi uomini in esilio in Bielorussia. Il mese dopo Prigozhin muore nella misteriosa esplosione del suo aereo durante un volo da Mosca a San Pietroburgo.
La morte di Navalny
Il 16 febbraio 2024 Aleksej Navalny, il leader dell’opposizione russa, sopravvissuto a un avvelenamento con il gas nervino, condannato a vent’anni di carcere con un processo truffa, viene ritrovato morto per cause inspiegabili nel carcere dell’Artico siberiano in cui era rinchiuso. La moglie Yulia promette di continuare dall’esilio la sua lotta. Migliaia di persone a Mosca depongono fiori in sua memoria. La polizia porta via i fiori e compie centinaia di arresti. Tutto è pronto per incoronare Putin presidente una quinta volta. Stalin restò al potere 29 anni, lui può restarci 30 anni, o anche 36 anni se nel 2030 si ricandiderà per la sesta volta.