India verso il voto, la difficile sfida di Rahul Gandhi al potere di Modi
di Carlo PizzatiMUMBAI – Domenica sera tra una foresta di tricolori indiani innalzati sul tramonto della baia di Mumbai, Rahul Gandhi ha sviscerato tutto il suo vigore per inaugurare la campagna elettorale della coalizione raccolta nell’acronimo di India (Indian National Developmental Inclusive Alliance) che mira a sconfiggere il premier Narendra Modi, il quale punta invece a un terzo mandato quinquennale. Sarà difficilissimo che l’opposizione riesca a disarcionarlo. La popolarità di Modi resta alta nei sondaggi, anche se non sono sempre attendibili. Saranno le seconde elezioni più lunghe nella storia indiana: a partire dal 19 aprile più di 960 milioni di aventi diritto potranno votare, il 10% della popolazione mondiale. Nei diversi Stati si andrà avanti per 44 giorni, fino a maggio, arrivando all’annuncio del vincitore solo il 4 giugno. Vista l’alta affluenza del 2019 (67%) il voto richiederà 15 milioni di scrutatori che viaggeranno in treno, elicottero, a cavallo o in barca per raggiungere i villag…
MUMBAI – Domenica sera tra una foresta di tricolori indiani innalzati sul tramonto della baia di Mumbai, Rahul Gandhi ha sviscerato tutto il suo vigore per inaugurare la campagna elettorale della coalizione raccolta nell’acronimo di India (Indian National Developmental Inclusive Alliance) che mira a sconfiggere il premier Narendra Modi, il quale punta invece a un terzo mandato quinquennale. Sarà difficilissimo che l’opposizione riesca a disarcionarlo. La popolarità di Modi resta alta nei sondaggi, anche se non sono sempre attendibili. Saranno le seconde elezioni più lunghe nella storia indiana: a partire dal 19 aprile più di 960 milioni di aventi diritto potranno votare, il 10% della popolazione mondiale. Nei diversi Stati si andrà avanti per 44 giorni, fino a maggio, arrivando all’annuncio del vincitore solo il 4 giugno. Vista l’alta affluenza del 2019 (67%) il voto richiederà 15 milioni di scrutatori che viaggeranno in treno, elicottero, a cavallo o in barca per raggiungere i villaggi e le spiagge più remote. Saranno con tutta probabilità le elezioni più costose al mondo, visto che nel 2019 si spesero almeno 7 miliardi (valore in euro), ma contando i fondi sommersi molto di più. Questa primavera si prevede che i costi raddoppieranno. E anche in queste elezioni la polizia confischerà, come cinque anni fa, centinaia di milioni in euro destinati a corrompere gli elettori con contanti, oro, liquori o droga. Sì perché, al di là dei comizi come quello di domenica nella capitale finanziaria indiana, la realtà è che il livello di corruzione e di voti comprati resta alto, sbiadendo la definizione di India come la più grande democrazia al mondo.
Però Gandhi, lassù sul palco, ci crede, attorniato dai leader della coalizione come il baffuto governatore del Tamil Nadu, Stalin. Sabato ha concluso proprio a Mumbai una lunga marcia da Est a Ovest, dal confine con il Bangladesh e Myanmar passando per il Nord della nazione, arrivando a piedi sin qui. La Marcia per la giustizia di 6600 km è servita a incontrare chi non ha voce, i più poveri, i più miseri e speranzosi. E a ricordare la proposta politica dell’opposizione, le 5 colonne della giustizia: donne, giovani, contadini, lavoratori ed eguaglianza. Nei mesi precedenti, Gandhi aveva percorso a piedi l’India da Sud a Nord, dal Kerala al Kashmir, nella marcia dell’Unità, per “rendere di nuovo unito il Paese”, a suo dire spaccato da inimicizie religiose fomentate dai fondamentalisti indù al governo.
Ecco l’India che sogna il Congress party della famiglia Nehru-Gandhi che si passa il testimone della leadership da padre o madre in figlio, una dinastia politica con un programma di sinistra che si traduce in promesse di aiuti specifici: 1000 euro l’anno per le donne sotto la soglia della povertà, che guadagnano meno di 3 euro al giorno, e più assunzioni di funzionari statali per le classi bisognose. Sono proposte che fanno fremere di speranza i sostenitori anti-Modi che vedono nelle marce eroiche del rampollo dei Gandhi un gesto ispirato, un sacrificio, un simbolo di un’India che ricorda l’altro Gandhi (che non era parente), il Mahatma, con il suo messaggio di umiltà e unione.
Ma sono temi che appaiono antichi nell’India del 2024. Idee che, pur legittime, rivelano una mancanza di vero rinnovamento e di una seria sfida contro il partito di governo, quel temibile Bharatiya Janata Party che oltre ai 303 seggi parlamentari del 2019 ne ha altri 49 dai partner di coalizione, per un totale di 352 seggi, mentre il Congress Party ne ha solo 52. La rimonta sarò ardua, se non quasi irrealizzabile. Ce ne siamo resi conto in un viaggio attraverso l’India in queste ultime settimane, nel Sud, tra Chennai e Bangalore, nel Nord-Est, tra Guwahati e Shillong e poi a Mumbai. Ovunque si parla delle elezioni. Ma nessuno degli imprenditori, operatori finanziari, pensionati, giornalisti, galleristi, intellettuali, medici, insegnanti, ingegneri, autisti, ristoratori, operai o camerieri con cui abbiamo parlato crede che la coalizione dei Gandhi abbia alcuna chance. Un po’ è perché sotto il governo Modi molti leader dell’opposizione sono stati incarcerati o espulsi dal Parlamento, com’è il caso di Gandhi stesso per una causa di diffamazione. Un po’ perché la stampa da anni è intimidita nel criticare l’operato del governo.
Ma molto è anche grazie alle capacità strategiche del Bjp. Al messaggio mirato di Modi, al suo carisma da guru. E ai favoritismi nei lucrosissimi appalti pubblici vinti dagli imprenditori vicini al governo, indebolendo quelli che sono rimasti amici dell’opposizione. Ad esempio, una recente decisione della Corte Suprema ha costretto a rivelare chi erano gli anonimi acquirenti di un meccanismo di finanziamento chiamato Obbligazioni elettorali, un sistema certificabile, ma anonimo, per pagare i partiti. È risultato che in più occasioni a pagare erano grandi aziende che di recente erano state perquisite o indagate per corruzione, frode o altre imputazioni. Le donazioni servivano a scrollarsi di dosso le indagini, una mazzetta ufficiale.
Quindi mentre al parco di Shivaji sulla Baia di Mumbai, Gandhi promette una battaglia seria, in realtà nei locali appena sotto la Lodha Trump Tower, nel cuore della Mumbai ricca e di destra, si brinda all’imminente apertura di un enorme serie di tunnel e di sopraelevate sul mare, lo SeaLink, che rovinerà senz’altro la vista panoramica della metropoli del “Milionario”, ma che dovrebbe far fluire il traffico con più facilità. È questa l’India che osserva i continui lavori in corso nella rete stradale del Paese, che testimonia un aumento dei consumi interni di una classe media sempre più abbiente, che plaude all’invio di una sonda indiana sulla luna e al ruolo sempre più potente nel mondo, l’India che chiude un occhio sulla corruzione, sul fatto che si sta accumulando troppo denaro tra i monopolisti amici di Modi che chiamano a raccolta i potenti e le star globali per celebrare un pre-matrimonio nel Gujarat, come hanno fatto gli Ambani.
È un’India, questa, che difficilmente si farà sedurre dalle urla della voce un po’ strozzata dell’erede della dinastia Gandhi, un’India che con tutta probabilità confermerà Modi nel suo terzo mandato. E ciò è problematico perché potrebbe rafforzare la deriva antidemocratica del governo, far crescere la tracotanza del partito induista che sentendosi confermato al potere per 15 anni potrebbe spadroneggiare oltre i limiti della democrazia, più di quanto non abbia già fatto finora. Ma le elezioni indiane possono sempre riservare colpi di scena. Ed è per questo che sarà bene seguirne attentamente lo sviluppo in queste settimane.