Da Xi a Maduro, gli auguri allo zar: l’alleanza degli autocrati tifa Mosca
dal nostro inviato Paolo MastrolilliArabia Saudita, Egitto, Cuba, Corea del Nord, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Algeria, Autorità palestinese, più le ex repubbliche sovietiche di Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Azerbaigian, Kirghizistan e Uzbekistan. Sono i principali membri del club non propriamente esclusivo, e nella maggior parte dei casi non democratico, a cui si iscrive chi come il leader della Lega Matteo Salvini si congratula con Vladimir Putin per la schiacciante vittoria nelle elezioni, da cui è stato escluso l’oppositore più temibile a causa del suo sfortunato e improvvido decesso.
Forse non siamo ancora tornati esattamente sulle linee della divisione mondiale che imperava durante la Guerra Fredda, perché la Russia di oggi non riesce ad attirare le stesse complicità dell’Urss, mentre alcuni come India, Egitto e Arabia Saudita tengono il piede in due scarpe. Ma non è neppure “l’asse del male” di Bush. Si tratta invece dello schieramento ancorato soprattutto nel Sud globale, su cui puntano le autocraz…
Arabia Saudita, Egitto, Cuba, Corea del Nord, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Algeria, Autorità palestinese, più le ex repubbliche sovietiche di Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Azerbaigian, Kirghizistan e Uzbekistan. Sono i principali membri del club non propriamente esclusivo, e nella maggior parte dei casi non democratico, a cui si iscrive chi come il leader della Lega Matteo Salvini si congratula con Vladimir Putin per la schiacciante vittoria nelle elezioni, da cui è stato escluso l’oppositore più temibile a causa del suo sfortunato e improvvido decesso.
Forse non siamo ancora tornati esattamente sulle linee della divisione mondiale che imperava durante la Guerra Fredda, perché la Russia di oggi non riesce ad attirare le stesse complicità dell’Urss, mentre alcuni come India, Egitto e Arabia Saudita tengono il piede in due scarpe. Ma non è neppure “l’asse del male” di Bush. Si tratta invece dello schieramento ancorato soprattutto nel Sud globale, su cui puntano le autocrazie per demolire l’ordine mondiale basato sulle regole e i diritti, che dalla Seconda guerra mondiale in poi ha evitato al pianeta la ripetizione di una simile catastrofe, aiutando nel frattempo miliardi di esseri umani ad uscire da condizioni di povertà assoluta.
È presumibile che Salvini abbracci Putin per affinità elettive, bisogno di distinguersi dalla premier Meloni che gli fagocita il partito, o magari interessi come quelli diventati pubblici durante la famosa chiacchierata all’hotel Metropol. Quello che dovrebbe tenere presente, però, è che così compie una scelta di campo non solo ideologica, ma anche valoriale, che lo pone al di fuori della comunità occidentale. Infatti persino Trump, sul cui ritorno alla Casa Bianca punta apertamente, ha detto che spera di non essere costretto a scegliere tra Putin che “ingoia” l’Ucraina o l’invio di armi a Kiev. Non proprio una condanna netta del Cremlino, ma neppure una riverenza assimilabile a quella del capo della Lega.
Proprio l’amministrazione Trump, nel documento sulla strategia nazionale scritto dalla sua consigliera Nadia Schadlow, aveva denunciato la sfida lanciata da “potenze revisioniste” che puntano a cambiare gli equilibri globali. I nomi indicati in maniera esplicita erano quelli di Cina e Russia, che secondo il consenso bipartisan esistente a Washington hanno deciso di sfidare la leadership americana, proponendo un modello alternativo che si basa sui loro interessi ma accantona democrazia e diritti.
Da allora in poi l’offensiva di questa alleanza autocratica ha compiuto passi tragici, come l’invasione dell’Ucraina, e più strategici, come lo sviluppo ora impantanato della nuova Via della Seta, l’alternativa alle istituzioni finanziarie internazionali, o il generale corteggiamento del Sud globale, per non parlare delle operazioni di aperto terrorismo come quelle condotte dal gruppo Wagner in Africa e Medio Oriente. La spaccatura si è ripetuta quasi identica dopo il 7 ottobre, non solo per le divergenze sulla risposta israeliana all’attacco di Hamas, che peraltro ha generato distinguo pure a Washington, ma anche attraverso i missili degli Houti che prendono di mira le navi commerciali nel Mar Rosso, o tutti gli altri attacchi telecomandati dall’Iran nella regione.
Questo nonostante sia stato proprio Putin, con il blocco imposto alle esportazioni dei prodotti agricoli ucraini, a cercare di affamare i popoli più bisognosi per poi usare il loro dramma come arma di ricatto politica. Dunque un mondo dove democrazia e diritti umani rappresentano inutili cimeli di un passato inglorioso, ma anche l’economia di mercato e la libertà imprenditoriale che hanno consentito all’Italia settentrionale di diventare una delle regioni più prospere del pianeta sono anatema.
Abbracciando Putin, Salvini compie questa scelta di campo epocale, forse antistorica per la stessa base della Lega. Salvo poi correre il rischio di scoprire il 20 gennaio del 2025 di aver sbagliato i calcoli, anche se Trump tornasse alla Casa Bianca.