Divergenze nell’amministrazione Biden dietro la mancata condanna delle elezioni russe da parte del G7
di Tommaso Ciriaco e Paolo MastrolilliROMA – NEW YORK - Una divergenza di vedute tra il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e il Dipartimento di Stato sarebbe all’origine del mancato comunicato di condanna delle elezioni russe da parte del G7. La versione è accreditata da fonti con una conoscenza diretta della mediazione.
Come rivelato da Repubblica, la presidenza italiana aveva predisposto una bozza di documento a nome del G7, ma Washington ha espresso parere negativo contro l’idea di ribadire il giorno dopo il voto la linea critica di chi considera le urne russe solo una farsa. In parte anche per non dare a Mosca la scusa per nuove ingerenze nelle presidenziali americane di novembre. Il Consiglio per la sicurezza nazionale era favorevole, ma il Dipartimento di Stato ha frenato, giudicando questo passo non opportuno.
La linea di Sullivan
Durante il briefing di lunedì con i giornalisti, il consigliere della Casa Bianca Jake Sullivan n…
ROMA – NEW YORK - Una divergenza di vedute tra il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e il Dipartimento di Stato sarebbe all’origine del mancato comunicato di condanna delle elezioni russe da parte del G7. La versione è accreditata da fonti con una conoscenza diretta della mediazione.
Come rivelato da Repubblica, la presidenza italiana aveva predisposto una bozza di documento a nome del G7, ma Washington ha espresso parere negativo contro l’idea di ribadire il giorno dopo il voto la linea critica di chi considera le urne russe solo una farsa. In parte anche per non dare a Mosca la scusa per nuove ingerenze nelle presidenziali americane di novembre. Il Consiglio per la sicurezza nazionale era favorevole, ma il Dipartimento di Stato ha frenato, giudicando questo passo non opportuno.
La linea di Sullivan
Durante il briefing di lunedì con i giornalisti, il consigliere della Casa Bianca Jake Sullivan non ha commentato direttamente la dichiarazione di condanna del G7, ma ha chiarito così la posizione ufficiale di Washington: "Non c'è stato nulla di libero o giusto in queste elezioni e il risultato era scontato. La realtà però è che Putin è il presidente della Russia. Abbiamo dovuto affrontare questa realtà durante tutta la guerra in Ucraina e continueremo ad affrontarla, ma tale realtà non nega il fatto che queste elezioni non abbiano soddisfatto alcun parametro di libertà o equità". Dunque la bocciatura delle elezioni è netta, ma nel rapporto con Putin deve prevalere per forza di cose il pragmatismo.
La linea di Blinken
Ieri anche il segretario di Stato Antony Blinken ha pubblicato il suo commento: "Le recenti elezioni presidenziali russe - dice - si sono svolte in un contesto di intensa repressione delle voci indipendenti e di incarcerazione, morte o esilio di praticamente tutta la vera opposizione politica. Il Cremlino ha sistematicamente emarginato i gruppi che sostengono i processi democratici e lo stato di diritto, compresi gli osservatori elettorali. Le autorità russe hanno anche negato la registrazione dei candidati pacifisti alle elezioni presidenziali con falsi pretesti tecnici e non hanno invitato l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, né alcuna organizzazione internazionale credibile, a osservare i seggi. Questi passi illustrano la misura in cui il Cremlino ha negato ai suoi cittadini un processo democratico trasparente e significativo. In questo contesto, le elezioni possono solo essere descritte come antidemocratiche".
Fin qui il giudizio coincide, ma poi Blinken aggiunge: "Vladimir Putin sta privando i cittadini russi dell’accesso alle informazioni, inclusa la partecipazione alla politica. Indipendentemente dall’esito predeterminato di queste elezioni, gli Stati Uniti continueranno a schierarsi con coloro che perseguono un futuro migliore per la Russia". Quindi il segretario di Stato offre il proprio appoggio agli oppositori esterni o interni al regime.
Trump e i prestiti all’Ucraina
Nel frattempo si cerca di superare anche le divergenze tra democratici e repubblicani sugli aiuti militari da inviare all’Ucraina, con il Gop che rilancia l’idea del suo candidato presidenziale Donald Trump di mandarli sotto forma di prestiti. Dei 60 miliardi chiesti da Biden, 48 in realtà non uscirebbero mai dagli Usa, perché andrebbero alle fabbriche americane che producono le armi per ricostituire l'arsenale Usa, da cui poi partirebbero gli aiuti per Kiev. I 12 miliardi rimanenti verrebbero dati invece attraverso un prestito a zero interessi, da restituire quando la guerra sarà finita. I democratici per ora frenano, ma potrebbe essere la soluzione.