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Germania, studentessa di 16 anni scrive post-neonazi, la polizia l’ammonisce. Ma per l’estrema destra diventa una martire. “Erano solo video dei Puffi”

La leader Afd Alice Weidel (reuters)
La sedicenne era stata segnalata alle autorità dal preside della scuola. L’Afd ha attivato una macchina di fake news per screditare le accuse. Weidel: “Nessuno avrà più il coraggio di dire la propria opinione”. Ma la polizia mostra le prove
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BERLINO – Gli ingredienti per uno scandalo c’erano tutti: una sedicenne propaganda contenuti neonazisti sui social media, il preside la denuncia, la madre insorge. Ma la destra tedesca, nella programmatica mistificazione della realtà, ha cercato di rovesciare lo scandalo nel suo opposto, di trasformare l’adolescente dalle simpatie brune in una martire - con la complicità della madre. E l’aspetto più inquietante della vicenda è l’impressionante capacità di mobilitazione e di bombardamento propagandistico che la destra vanta ormai in Germania, persino negli angoli più remoti della provincia.

La storia si svolge in un’idilliaca cittadina affacciata sul Mar Baltico, Ribnitz-Damgarten. Un giorno qualcuno si accorge che una studentessa del liceo “Richard-Wossidlo” posta sui social media frasi razziste come “in Germania si parla tedesco”, “Heimat, libertà e tradizione, fine della società multiculturale”, e si mostra con una maglietta con la scritta “HH”, che sta per “Heil Hitler”. La sedice…

BERLINO – Gli ingredienti per uno scandalo c’erano tutti: una sedicenne propaganda contenuti neonazisti sui social media, il preside la denuncia, la madre insorge. Ma la destra tedesca, nella programmatica mistificazione della realtà, ha cercato di rovesciare lo scandalo nel suo opposto, di trasformare l’adolescente dalle simpatie brune in una martire - con la complicità della madre. E l’aspetto più inquietante della vicenda è l’impressionante capacità di mobilitazione e di bombardamento propagandistico che la destra vanta ormai in Germania, persino negli angoli più remoti della provincia.

La storia si svolge in un’idilliaca cittadina affacciata sul Mar Baltico, Ribnitz-Damgarten. Un giorno qualcuno si accorge che una studentessa del liceo “Richard-Wossidlo” posta sui social media frasi razziste come “in Germania si parla tedesco”, “Heimat, libertà e tradizione, fine della società multiculturale”, e si mostra con una maglietta con la scritta “HH”, che sta per “Heil Hitler”. La sedicenne si firma con il numero “1161” che nei codici dell’estrema destra sta per “Anti-antifascismo”, pubblica foto con la bandiera tedesca, rune e simboli nazisti, posta lo slogan “Gioventù tedesca avanti”, tipica di organizzazioni neonaziste come “Der III. Weg” (la Terza via).

A fine febbraio il preside della sua scuola in Meclemburgo-Pomerania, allarmato, avverte la polizia. Un paio di agenti compaiono in classe e vogliono parlare con la ragazza. Nel colloquio la polizia la avverte che quei contenuti non sono illegali, ma che la sedicenne si muove pericolosamente sul crinale di un reato penale, se posta contenuti ancora più estremisti. Poi gli agenti lasciano la scuola. Un banale ammonimento, in sostanza.

Ma la destra reagisce. E in maniera scomposta. La madre si concede al quotidiano estremista Junge Welt in un’intervista - ripresa acriticamente da alcuni media mainstream - in cui sostiene che la figlia sarebbe stata denunciata dal preside per un banale video sui Puffi. La figlia avrebbe postato alcuni fotogrammi del popolare cartone animato dei folletti blu scrivendo: “La Germania e i Puffi hanno una cosa in comune: sono blu”. Ossia, il colore della destra parlamentare Afd. La madre denuncia insomma un presunto tentativo di intimidazione verso la figlia da parte della scuola per le sue simpatie per la destra parlamentare. Apriti cielo. A questo punto, la micidiale macchina del fango della destra del Bundestag e quella extraparlamentare entra in funzione. E in perfetta sintonia. Contro il ginnasio e il suo preside si scatena l’inferno.

Col senno di poi è chiaro che a questo punto la ragazza ha cancellato i suoi post filonazisti. Resta in piedi la bugia del video dei Puffi. L’Afd del Meclemburgo-Pomerania pubblica una foto di manette e il capogruppo regionale Enrico Schult sostiene che la ragazza sia stata “trascinata via” dalla polizia. La storiella della povera studentessa bullizzata per un video filo-Afd diventa virale. A un certo punto intervengono persino i vertici del partito da Berlino. Alice Weidel scrive su X che “nessuno avrà più il coraggio di dire la propria opinione”. La vicecapogruppo al Bundestag, Beatrix von Storch sporge denuncia contro il preside, l’esponente berlinese dell’ultradestra parlamentare, Georg Pazderski, parla di “metodi da Stasi”, paragonabili ai temibili ex servizi segreti della Germania comunista.

Nei canali della destra la sedicenne diventa una martire. Anche perché gli altri partiti ammutoliscono e la polizia stessa aspetta per settimane prima di agire, anche per tutelare la privacy della ragazza. Settimane preziose che vengono riempite dal martellamento della propaganda bruna. E la scuola viene subissata di insulti e minacce: a un certo punto qualcuno annuncia che andrà lì fare una strage.

La campagna d’odio montata ad arte dai bruni culmina il 18 marzo. Militanti degli Identitari, un movimento di estrema destra extraparlamentare attivissimo in Germania e in Austria e famoso per le azioni spettacolari, srotola uno striscione dal tetto del ginnasio: “L’amore per la patria non è un crimine”. È uno dei capi del movimento, Martin Sellner, a rivendicare poco dopo l’azione. Per Sellner, peraltro, vale da ieri il divieto di ingresso in Germania: era stato uno dei protagonisti della famosa riunione sediziosa dello scorso autunno in Brandeburgo tra Afd e ambienti di estrema destra dove erano stati discussi piani di espulsione per milioni di migranti dalla Germania.

A metà marzo, finalmente, la polizia del Meclemburgo-Pomerania reagisce. E svela di aver fatto otto screenshot dei post della sedicenne, prove lampanti delle sue simpatie per movimenti radicali e neonazisti, zeppi di simbologie brune. E spiegano in un comunicato ufficiale che i Puffi non c’entrano nulla e che non sono mai stati oggetto del loro colloquio con la studentessa. La verità, finalmente, è venuta a galla. Ma forse è troppo tardi.

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