Rami, il nonno israeliano che il 7 ottobre ha salvato centinaia di vite. “Ma da allora non dormo più”
di Rossella TercatinGERUSALEMME – La mattina del 7 ottobre, Rami Davidian si accingeva ad andare in sinagoga. Quel giorno cadeva la ricorrenza ebraica di Simchat Torah, ma per Davidian, 59 anni, quattro figli e nove nipoti, era soprattutto l’anniversario della morte del padre, scomparso nel 1978. “Avevo solo tredici anni, il decino di dodici fratelli, e non fu facile”, ricorda Davidian, parlando con Repubblica. “Dovetti cominciare a lavorare nei kibbutzim della zona. Andavo in giro con la mia bicicletta e ben presto conoscevo il territorio palmo a palmo, tutte le strade, gli angoli nascosti. Non avrei mai potuto immaginare che 46 anni dopo, questa conoscenza mi avrebbe permesso di salvare tanti ragazzi".
Fino al 6 ottobre, la vita dell’uomo, un fornitore di carburante alle aziende agricole della zona, trascorreva tranquilla nel villaggio di Patish, dove Rami è nato e cresciuto, a una quindicina di chilometri dal confine con Gaza. Anche quella mattina, tutto era iniziato come al solito. “Avevo chiest…
GERUSALEMME – La mattina del 7 ottobre, Rami Davidian si accingeva ad andare in sinagoga. Quel giorno cadeva la ricorrenza ebraica di Simchat Torah, ma per Davidian, 59 anni, quattro figli e nove nipoti, era soprattutto l’anniversario della morte del padre, scomparso nel 1978. “Avevo solo tredici anni, il decino di dodici fratelli, e non fu facile”, ricorda Davidian, parlando con Repubblica. “Dovetti cominciare a lavorare nei kibbutzim della zona. Andavo in giro con la mia bicicletta e ben presto conoscevo il territorio palmo a palmo, tutte le strade, gli angoli nascosti. Non avrei mai potuto immaginare che 46 anni dopo, questa conoscenza mi avrebbe permesso di salvare tanti ragazzi".
Fino al 6 ottobre, la vita dell’uomo, un fornitore di carburante alle aziende agricole della zona, trascorreva tranquilla nel villaggio di Patish, dove Rami è nato e cresciuto, a una quindicina di chilometri dal confine con Gaza. Anche quella mattina, tutto era iniziato come al solito. “Avevo chiesto a mia moglie di prepararmi una tazza di caffè, e proprio in quel momento il telefono ha cominciato a squillare incessantemente. Era il mio amico Amir che mi pregava di andare a prendere suo figlio Ben al festival Nova perché era in difficoltà”, spiega Davidian. “L’ho rassicurato dicendo che sarei partito subito e mi sono fatto mandare la sua location per metterla nel navigatore". Il concerto di musica trance psichedelica che si stava svolgendo vicino al Kibbutz Re’im nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, cui partecipavano tra le tre e le quattromila persone è stato uno dei teatri dei peggiori massacri avvenuti durante l’attacco di Hamas, con oltre 360 vittime, una quarantina di rapiti, centinaia di feriti.
Molte delle violenze più efferate della giornata, comprese quelle sessuali, sono avvenute lì, sotto gli occhi terrorizzati di chi è riuscito a nascondersi e a sopravvivere. Rami però non sapeva niente di tutto questo. Sotto il cielo solcato da razzi e missili, l’uomo, senza armi o vera esperienza militare (durante la leva aveva servito con mansioni non combattenti) si è semplicemente messo in macchina per aiutare Ben.
Già fuori dal villaggio, Davidian ha cominciato a capire che qualcosa non andava, vedendo a terra delle biciclette accartocciate, e vicino dei resti umani, delle dita. “Le ho raccolte e infilate in un sacchetto di plastica all’angolo della strada. Ma pensavo che ci fosse stato un incidente stradale". Man mano che proseguiva il viaggio, la situazione degenerava, si sentivano incessanti colpi di arma da fuoco, la polizia non rispondeva al telefono. “Tutto ciò a cui riuscivo a pensare era che dovevo arrivare da Ben. Ho lasciato la strada principale e cominciato a percorrere viottoli secondari e all’improvviso mi sono ritrovato di fronte a migliaia di ragazzini che fuggivano. In tanti venivano da me e mi supplicavano di salvarli”.
Strage al rave in Israele, emergono nuovi video: così Hamas ha freddato due giovani inermi
Lì per lì, Davidian non riusciva quasi a credere alle storie che raccontavano, terroristi infiltrati, massacri, torture. Però aveva capito immediatamente che era necessario agire. “Nel giro di pochi minuti ho chiamato mio genero, i miei figli, tutti quelli che potevo, chiedendo aiuto per portare in salvo chi scappava. Poi mi sono rimesso in viaggio”. Finalmente Davidian è riuscito a raggiungere Ben, nascosto tra gli alberi insieme a una quindicina di compagni.“In qualche modo li ho fatti entrare tutti in macchina, sul tetto, nel bagaglio e siamo partiti. Ma una delle ragazze mi ha detto che le sue amiche erano rimaste indietro. “Così appena scaricato il gruppo al sicuro a Patish, Rami si è rimesso in auto verso la nuova location ricevuta sul cellulare. Il copione si è ripetuto più e più volte, con il numero di telefono dell’uomo passato tra centinaia di ragazzi terrorizzati nascosti tra campi, deserto e boscaglia, e genitori pazzi di angoscia che li aspettavano a casa. “Ogni giro diventava più difficile, i razzi, i colpi d’arma da fuoco, cadaveri ovunque”, ha spiegato Davidian.
A un certo punto lo ha chiamato una giovane donna, Amit Parizer, 23 anni, supplicandolo di aiutarla. “Sono riuscito a raggiungerla, ma quando sono arrivato, mi sono reso conto che non era più sola. I terroristi l’avevano catturata. Erano cinque o sei”. Davidian però non ha rinunciato a salvare Amit. Con una decisione fulminea, si è avvicinato e ha cominciato a parlare loro in arabo, imparato tanti anni prima quando aveva lavorato per un periodo nei Territori palestinesi e mai dimenticato. “Ho chiesto ai terroristi come stavano, e spiegato che ero musulmano come loro e venivo ad avvertirli che i soldati israeliani stavano arrivando e dovevano scappare. Loro mi hanno ringraziato e io ho li convinti a lasciare la ragazza, dicendo che sarebbe stata d’intralcio nella fuga e darla a me. Lo hanno fatto e io ho potuto portare Amit in salvo”.
Per 48 ore, Davidian ha continuato la sua missione, guidando senza sosta per le strade insanguinate del Sud di Israele. Per le tante, tantissime vite che l’uomo è riuscito a salvare, però c’erano i cadaveri di tutti coloro che non ce l’avevano fatta, spesso nudi, ragazzi e ragazze, legati, mutilati. “Mentre viaggiavo cercavo di coprire più cadaveri possibili, per rispetto”, ha spiegato Rami, che ha sottolineato come la vista delle giovani donne oltraggiate fosse particolarmente dolorosa. “Pensavo alle mie figlie”.
Talvolta, Davidian è arrivato troppo tardi. “In almeno due casi, dei genitori mi hanno chiesto di andare a salvare i loro figli in un posto specifico. Mi avevano mandato la loro descrizione, i vestiti che indossavano, i gioielli. Ma quando sono arrivato, erano tutti morti. In queste situazioni ho mentito. Ho detto loro che la zona era stata chiusa dall’esercito, e che li avrebbero contattati loro. Non sono riuscito a rivelare la verità”. In quelle terribili ore, Davidian ha spiegato di aver ricevuto oltre quattromila messaggi e richieste di aiuto. Settimane dopo, compilando le liste dei sopravvissuti è emerso come lui e i suoi familiari hanno salvato oltre 750 persone. Nonostante questo però, più di cinque mesi dopo il 7 ottobre, per Davidian l’incubo continua. “Da allora non riesco più a dormire, devo ricevere costanti cure psichiatriche e assumere continuamente psicofarmaci. I medici mi dicono che il mio corpo ha subito un trauma profondo. Ciò a cui ho assistito è qualcosa che nessun essere umano dovrebbe vedere”.
“Spesso oggi sento persone che mi ringraziano e raccontano ciò che è successo e non riesco a credere di essere stato davvero io. Faccio fatica a ricordare, quel giorno ho agito senza mai fermarmi a riflettere, in modo automatico. C’erano delle vite da salvare e ho fatto tutto ciò che ho potuto. La mia vita però non è più la stessa”.