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A Kiev la paura di una ritorsione dopo l’attentato di Mosca: “Mai usato metodi terroristici”

Prima ancora che emergesse la pista islamista l’Ucraina aveva negato ogni addebito, come i ribelli russi: “Non combattiamo i civili”
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Con tutti gli occhi puntati addosso, Kiev non ha atteso che arrivasse una rivendicazione — come quella (smentita) dell’Isis — per far girare altrove gli sguardi subito rivolti all’Ucraina: «Noi non c’entriamo nulla, è una false flag», reagiscono a caldo l’Ufficio presidenziale e i servizi ucraini.

Con una guerra aperta in corso da due anni, Kiev sapeva di essere il primo sospettato per l’attentato al Crocus di Mosca. La reazione è dunque immediata: nega con fermezza qualsiasi responsabilità e anzi ribalta le accuse: «L’attacco terroristico a Mosca è una provocazione pianificata e deliberata dai servizi speciali russi su ordine di Putin. Il suo obiettivo è giustificare attacchi ancora più duri contro l’Ucraina e la piena mobilitazione in Russia», sostiene il Gur, i servizi militari, poche decine di minuti dopo l’esplosione della notizia nelle aperture di tutti i media del mondo.

È il vecchio cliché usato mille volte da entrambe le parti, in questa guerra, per negare qualsiasi atta…

Con tutti gli occhi puntati addosso, Kiev non ha atteso che arrivasse una rivendicazione — come quella (smentita) dell’Isis — per far girare altrove gli sguardi subito rivolti all’Ucraina: «Noi non c’entriamo nulla, è una false flag», reagiscono a caldo l’Ufficio presidenziale e i servizi ucraini.

Con una guerra aperta in corso da due anni, Kiev sapeva di essere il primo sospettato per l’attentato al Crocus di Mosca. La reazione è dunque immediata: nega con fermezza qualsiasi responsabilità e anzi ribalta le accuse: «L’attacco terroristico a Mosca è una provocazione pianificata e deliberata dai servizi speciali russi su ordine di Putin. Il suo obiettivo è giustificare attacchi ancora più duri contro l’Ucraina e la piena mobilitazione in Russia», sostiene il Gur, i servizi militari, poche decine di minuti dopo l’esplosione della notizia nelle aperture di tutti i media del mondo.

È il vecchio cliché usato mille volte da entrambe le parti, in questa guerra, per negare qualsiasi attacco non commesso o non rivendicabile: contrattaccare affermando che si tratti di una manovra suicida del nemico con plausibili secondi fini. In questo caso, oltretutto, della «consapevole provocazione eravamo stati avvertiti dalla comunità internazionale», dice il portavoce dei servizi ucraini riferendosi all’allarme diramato il 7 marzo dall’ambasciata americana a Mosca: «Stiamo monitorando le segnalazioni secondo cui gli estremisti hanno piani imminenti per prendere di mira grandi raduni a Mosca, compresi concerti, e i cittadini statunitensi dovrebbero evitarli nelle prossime 48 ore».

(afp)

Ne nasce una bagarre che spinge subito il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, a precisare che «al momento non ci sono indicazioni che l’Ucraina o gli ucraini siano stati coinvolti nell’attacco armato». Come dire: quell’allarme non aveva nulla a che vedere con Kiev. Ma da Mosca è proprio in quella direzione che guardano: «Se fosse accertato che si tratta di terroristi del regime di Kiev, sarebbe impossibile trattare in modo diverso loro e i loro ispiratori ideologici. Tutti dovranno essere trovati e distrutti senza pietà come terroristi, compresi i funzionari dello Stato che ha commesso questa atrocità», la reazione a caldo del vicepresidente del Consiglio russo di sicurezza, Dmitry Medvedev.

(reuters)

Ma stavolta la smentita di Kiev è davvero rapida e corale. L’Ufficio presidenziale, attraverso il primo consigliere Mikhailo Podoliak, è perentorio: «Sia chiaro: l’Ucraina non ha assolutamente nulla a che fare con questi eventi. L’Ucraina non ha mai utilizzato metodi di guerra terroristici, conduce operazioni di combattimento efficaci, azioni offensive per distruggere l’esercito regolare russo». E smentiscono ogni addebito anche gli altri sospettati principali, i partigiani ribelli russi che agiscono in territorio russo in una evidente (ma mai ammessa formalmente) collaborazione con i servizi di Kiev. La Legione Russa della Libertà, i combattenti russi anti-Cremlino con sede in Ucraina, negano qualsiasi coinvolgimento: «Sottolineiamo che la Legione non combatte i civili russi», dicono incolpando «il regime terroristico di Putin». Ricalcando, cioè, la posizione ucraina.

Trascorrono ore di tensione prima che arrivi la rivendicazione dell’Isis, smentita però da Mosca, che sposterebbe la responsabilità a scenari diversi. A notte fonda i giornali ucraini non modificano la linea. I titoli ricalcano ancora le accuse rispedite al mittente, a Mosca e a Putin. Infine interviene anche il ministero degli Esteri ucraino: «Consideriamo le accuse una provocazione pianificata da parte del Cremlino...».

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