✕

Il silenzio strategico e le reclute caucasiche. L’attacco dell’Isis-k nato nei campi afghani

(ansa)
Lo Stato Islamico del Khorasan dispone di reclute che arrivano dalle repubbliche ex Urss dell’Asia centrale per colpire in Russia: i tagiki hanno un visto automatico di 90 giorni
2 minuti di lettura

A un certo punto, alla fine di agosto, lo Stato islamico in Afghanistan fece in una sua pubblicazione – Khorasan Gag, la voce del Khorasan – un’affermazione singolare: non stiamo più facendo molti attacchi perché in questa fase non vogliamo attirare l’attenzione. Siamo entrati, dissero, in un periodo di silenzio strategico. Ora, è sempre complicato fidarsi di una dichiarazione dello Stato islamico e in questo caso la ragione della diminuzione degli attacchi potrebbe essere che i talebani, che controllano l’Afghanistan, sono riusciti a fare una campagna di disinfestazione brutale contro il gruppo terrorista e quindi gli attentati sono molti meno. E però è successo che mentre in Afghanistan gli attacchi dello Stato islamico (conosciuto anche con la sigla Iskp) diminuivano, nel resto del mondo aumentavano: negli ultimi dodici mesi sono ventuno le operazioni all’estero dell’Iskp, riuscite oppure fallite, delle quali abbiamo notizia.

Dalla Germania all’Austria, dall’Iran, dove il 3 gennai…

A un certo punto, alla fine di agosto, lo Stato islamico in Afghanistan fece in una sua pubblicazione – Khorasan Gag, la voce del Khorasan – un’affermazione singolare: non stiamo più facendo molti attacchi perché in questa fase non vogliamo attirare l’attenzione. Siamo entrati, dissero, in un periodo di silenzio strategico. Ora, è sempre complicato fidarsi di una dichiarazione dello Stato islamico e in questo caso la ragione della diminuzione degli attacchi potrebbe essere che i talebani, che controllano l’Afghanistan, sono riusciti a fare una campagna di disinfestazione brutale contro il gruppo terrorista e quindi gli attentati sono molti meno. E però è successo che mentre in Afghanistan gli attacchi dello Stato islamico (conosciuto anche con la sigla Iskp) diminuivano, nel resto del mondo aumentavano: negli ultimi dodici mesi sono ventuno le operazioni all’estero dell’Iskp, riuscite oppure fallite, delle quali abbiamo notizia.

Dalla Germania all’Austria, dall’Iran, dove il 3 gennaio due attentatori suicidi hanno ucciso novantacinque persone, a Istanbul, dove il 28 gennaio un terrorista ha ucciso un fedele in una chiesa cattolica. Viene in mente la dichiarazione che nel febbraio 2023, quindi sei mesi prima della dichiarazione di silenzio strategico dell’Iskp, fece Michael Kurilla, un generale del Comando centrale americano, la divisione del Pentagono che si occupa delle missioni in Medio Oriente, Afghanistan e Pakistan: «Entro sei mesi lo Stato islamico in Afghanistan sarà in grado di lanciare operazioni all’estero».

Il Comando centrale conosce da vicino la materia, perché nel 2021 ha ricevuto dall’Amministrazione Biden il compito di sorvegliare con attenzione raddoppiata quello che succede in Afghanistan. Per Biden i gruppi armati afghani sono una scommessa terribile, che non può permettersi di perdere soprattutto ora a ridosso delle elezioni presidenziali: lui ha dato l’ordine di ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan, lui deve garantire che da laggiù non arriveranno altri attacchi terroristici contro gli Stati Uniti come accadde con al Qaeda e l’11 settembre 2001. Dopo il ritiro da Kabul e l’ascesa al potere dei talebani, l’Amministrazione americana ha assicurato che avrebbe sorvegliato con attenzione le fazioni terroristiche e che, in caso di pericolo, sarebbe intervenuta con raid di droni cosiddetti “over the horizon”, da oltre l’orizzonte – nel senso che i droni vengono da lontano, perché non ci sono più basi americane in territorio afghano.

Di questa sorveglianza speciale fanno parte le intercettazioni elettroniche, che sono particolarmente strette, e questo spiega perché l’Amministrazione americana ha molte informazioni su quello che sta facendo lo Stato islamico in Afghanistan – anche quando i complotti non sono diretti contro gli Stati Uniti. L’Amministrazione segue una regola chiamata “duty to warn”, dovere di avvertire, che impone la condivisione di informazioni di intelligence quando un gruppo di terroristi minaccia la vita di cittadini stranieri. Per questo Washington ha avvisato l’Iran prima della strage di Kerman e la Russia prima della strage di Mosca – ma in entrambi i casi gli avvertimenti sono stati inutili.

Lo Stato islamico in Afghanistan prende di mira soprattutto i vicini: l’Iran, la Turchia, la Russia. Come lo Stato islamico in Siria e in Iraq prima del suo declino lanciava grandi operazioni devastanti nelle capitali europee, perché aveva molti volontari europei – da Belgio, Francia, Gran Bretagna e altri – così l’Iskp dispone di reclute che arrivano dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, in particolare dal Tagikistan. Le reclute non afghane ci mettono la loro capacità di viaggiare e i loro passaporti validi, che arrivano molto più lontani dei passaporti afghani: per entrare in Russia i tagiki hanno un visto di lavoro automatico che dura novanta giorni, per esempio.

Lo Stato islamico ci mette i campi di addestramento, dove i volontari imparano a sparare, ricaricare e muoversi come abbiamo visto nei video della carneficina di Mosca. Ma lo Stato islamico in Siria e Iraq ha perso il suo territorio, quello afghano no, ha ancora basi e appartamenti sparpagliati per il Paese e i risultati si vedono all’esterno. Territorio sicuro vuol dire operazioni.

I tagiki dell’Iskp sono arrivati in Germania, nei Paesi Bassi, in Turchia, in Iran e in Russia. L’impressione, a vederli ammazzare centoquaranta civili russi a volto scoperto davanti a decine di telecamere e poi andarsene senza la precauzione più elementare – quella di cambiare almeno il veicolo – è che non si aspettassero di uscire vivi dalla missione. È un fallimento dei servizi di sicurezza russa che va oltre le previsioni degli attentatori e ricorda il 7 ottobre dei kibbutz israeliani.

Leggi i commenti