Michael Kugelman: “La Russia è un nemico storico dell’Isis. La soffiata dei servizi Usa a Mosca è normale”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK - «L’attacco di Isis-K a Mosca deve allarmarci tutti: dal punto di vista dello Stato Islamico siamo nemici dei musulmani alla stessa maniera. È comunque un attacco all’Europa e all’Occidente. E deve allarmarci anche perché oggi la Russia è un paese dove il controllo sulla popolazione è molto esteso, considerato “sicuro”: eppure i terroristi sono riusciti a colpire ben lontano dai loro confini». Michael Kugelman è il direttore del South Asia Institute del Woodrow Wilson Center, fra i think tank più influenti d’America che offre consulenze al Congresso su questioni politiche globali.
Perché l’Isis ha colpito Mosca?
«La Russia è un target di quello specifico braccio fin dall’inizio della guerra ucraina: nei loro opuscoli parlano infatti di trarre vantaggio dal “conflitto fra crociati ortodossi che opprimono i mussulmani”. Mosca d’altronde è un nemico storico: per via dell’invasione dell’Afghanistan, della guerra cecena, per l’amicizia con l’Iran sciita e per le operazioni m…
NEW YORK - «L’attacco di Isis-K a Mosca deve allarmarci tutti: dal punto di vista dello Stato Islamico siamo nemici dei musulmani alla stessa maniera. È comunque un attacco all’Europa e all’Occidente. E deve allarmarci anche perché oggi la Russia è un paese dove il controllo sulla popolazione è molto esteso, considerato “sicuro”: eppure i terroristi sono riusciti a colpire ben lontano dai loro confini». Michael Kugelman è il direttore del South Asia Institute del Woodrow Wilson Center, fra i think tank più influenti d’America che offre consulenze al Congresso su questioni politiche globali.
Perché l’Isis ha colpito Mosca?
«La Russia è un target di quello specifico braccio fin dall’inizio della guerra ucraina: nei loro opuscoli parlano infatti di trarre vantaggio dal “conflitto fra crociati ortodossi che opprimono i mussulmani”. Mosca d’altronde è un nemico storico: per via dell’invasione dell’Afghanistan, della guerra cecena, per l’amicizia con l’Iran sciita e per le operazioni militari in Siria al fianco di Assad. Senza dimenticarne le buone relazioni con i talebani, nemici giurati dell’Isis-K».
L’attacco arriva in un momento delicato, con due guerre in corso. Il pericolo di una ripresa del terrorismo islamico apre uno spiraglio di dialogo fra le due superpotenze?
«No, l’ostilità fra Russia e Stati Uniti è troppo profonda. E nonostante le rivendicazioni credibili, la Russia sta formalmente continuando ad accusare Kiev. Semmai le tensioni aumenteranno».
Perché Washington ha avvertito i russi e perché non è stata presa sul serio?
«Probabilmente Mosca non ha creduto agli americani. Putin d’altronde ha pubblicamente irriso quell’avvertimento. O forse hanno provato a indagare ma senza successo. Non è però strano che gli Stati Uniti abbiano avvertito Mosca: quando si tratta di terrorismo, le agenzie di intelligence tentano di condividere almeno in parte le informazioni, perfino con stati cosiddetti “canaglia”. E comunque sottobanco la diplomazia continua a tenere canali aperti».
Abbiamo sottovalutato la persistenza dell’Isis?
«È sempre sbagliato dichiarare la morte dei gruppi terroristici. Lo abbiamo già visto con al Qaeda, resiliente anche dopo la decapitazione dei vertici. Certo, di recente non ci sono state azioni significative per numero di morti. Ma sappiamo di diversi azioni minori o tentativi di azioni da parte dello Stato Islamico. L’Isis come organizzazione-madre, sopravvive grazie ai suoi affiliati: che in Africa e appunto in Afghanistan è evidentemente capace di agire anche lontani dai propri bastioni».
E ora?
«Già Putin se la sta prendendo con l’Ucraina. Potrebbe usare l’attentato per ottenere nuovo supporto pubblico alla guerra. Certo, se l’Isis ha attaccato ora è perché sa che la Russia è focalizzata altrove e non ha la forza di rispondere fuori dai suoi confini».
Siamo tutti in pericolo?
«Sì. L’Isis ne esce rafforzato. Visto il successo dell’attacco, la possibilità che altre cellule si attivino cresce ovunque. Allarmi in paesi Nato sono già circolati. L’Occidente deve vigilare».