NEW YORK — In gioco c’è la sopravvivenza politica di Joe Biden e Bibi Netanyahu, che in questo momento sembrano escludersi a vicenda. Quindi quanto è avvenuto ieri al Consiglio di Sicurezza non riguarda solo la strategia a Gaza, la stabilità del Medio Oriente o gli equilibri geopolitici tra Washington, Mosca e Pechino, ma lo stesso futuro della più importante democrazia del mondo.
La scelta del presidente Biden di non usare il veto per bloccare la risoluzione dell’Onu sul cessate il fuoco a Gaza ha almeno due motivi fondamentali. Primo, quello strategico: gli Usa vogliono eliminare Hamas dalla Striscia, e in generale dall’equazione per il futuro della regione, però ritengono che la maniera più efficace di raggiungere l’obiettivo non sia un’altra operazione come quella condotta al Nord, con l’alta probabilità di fare molte vittime civili che danneggerebbero lo stesso Stato ebraico. Piuttosto suggeriscono di lanciare raid mirati, per colpire in maniera specifica la leadership del g…
NEW YORK — In gioco c’è la sopravvivenza politica di Joe Biden e Bibi Netanyahu, che in questo momento sembrano escludersi a vicenda. Quindi quanto è avvenuto ieri al Consiglio di Sicurezza non riguarda solo la strategia a Gaza, la stabilità del Medio Oriente o gli equilibri geopolitici tra Washington, Mosca e Pechino, ma lo stesso futuro della più importante democrazia del mondo.
La scelta del presidente Biden di non usare il veto per bloccare la risoluzione dell’Onu sul cessate il fuoco a Gaza ha almeno due motivi fondamentali. Primo, quello strategico: gli Usa vogliono eliminare Hamas dalla Striscia, e in generale dall’equazione per il futuro della regione, però ritengono che la maniera più efficace di raggiungere l’obiettivo non sia un’altra operazione come quella condotta al Nord, con l’alta probabilità di fare molte vittime civili che danneggerebbero lo stesso Stato ebraico. Piuttosto suggeriscono di lanciare raid mirati, per colpire in maniera specifica la leadership del gruppo terroristico e gli eventuali reparti ancora operativi a Rafah.
Secondo, il motivo politico: Biden rischia di perdere le elezioni presidenziali, a causa dell’appoggio dato agli israeliani, perciò per sopravvivere ha assolutamente bisogno di cambiare percezione e sostanza prima del voto del 5 novembre, a maggior ragione perché il suo avversario repubblicano Trump sta già spingendo pubblicamente il messaggio esattamente opposto. Un’opportunità politica, dunque, ma anche una minaccia per l’impatto che potrà avere sugli elettori ebrei e arabi americani, e non solo.
Solo la settimana scorsa, dopo che Russia e Cina avevano bloccato col veto la risoluzione presentata dagli Usa per il cessate il fuoco, l’ambasciatrice americana all’Onu Thomas Greenfield aveva giudicato insufficiente il nuovo testo scritto dai dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, perché era troppo morbido nei confronti di Hamas e avrebbe incoraggiato i responsabili dell’attacco del 7 ottobre a rifiutare l’accordo in corso di negoziazione per liberare gli ostaggi in cambio di una tregua di sei settimane. Durante il fine settimana però la valutazione di Washington è cambiata, decidendo l’astensione.
I motivi strategici erano stati chiariti da tempo dagli americani, che avevano apertamente definito “un errore” la probabile operazione a Rafah, tanto perché non raggiungerebbe l’obiettivo di cancellare Hamas, quanto perché danneggerebbe in maniera forse irreversibile l’immagine di Israele e dei suoi alleati. In questi giorni negli Usa c’è il ministro della Difesa Gallant, per colloqui previsti da tempo al Pentagono, ma a conferma delle tensioni Netanyahu ha cancellato la visita di una delegazione guidata dal ministro per gli Affari Strategici Dermer e il consigliere per la sicurezza nazionale Hanegbi, invitata da Biden durante l’ultimo colloquio col premier per discutere un approccio diverso a Rafah. Ieri il segretario di Stato Blinken incontrando Gallant gli ha ripetuto che ci sono alternative all’attacco.
Dal punto di vista politico il problema del presidente è molto serio. Nelle recenti primarie del Michigan l’iniziativa degli arabi americani di non votare per lui ha avuto un grande successo, che poi si è ripetuto in altre consultazioni. Se questi scontenti non andassero a votare il 5 novembre, basterebbero per far perdere al capo della Casa Bianca alcuni stati chiave per la rielezione, regalando il successo a Trump. Uno scontro che si è accentuato nelle ultime ore, con l’intervista che Donald ha dato ad un giornale israeliano, per offrire il suo incondizionato appoggio alla strategia di Netanyahu. A Washington non manca chi sospetta che il premier voglia prolungare la guerra proprio per favorire la vittoria di Trump alle presidenziali.
Biden ha un lungo e difficile rapporto con il leader israeliano. Una volta si era rivolto a lui così: «Bibi, io ti amo, ma non condivido una sola cosa che tu dici». La relazione ora si è complicata, perché da essa dipende la sopravvivenza politica di entrambi, e quindi Joe ha deciso che non può più fare sconti.
Il primo segnale era venuto dal discorso del leader democratico del Senato Schumer, in cui l’ebreo che ricopre la posizione più alta nelle istituzioni americane aveva auspicato un cambio di governo in Israele. Biden lo aveva pubblicamente apprezzato. Ora quindi l’astensione Usa all’Onu acquista un valore che va oltre la questione strategica di Rafah, gli equilibri internazionali con Russia e Cina, o l’immagine dello Stato ebraico e i suoi alleati nel mondo. Altri presidenti in passato avevano fatto pressioni pesanti, come Bush padre su Shamir, ma ora Joe potrebbe usare la risorsa degli armamenti. Da ottobre a dicembre gli Usa hanno fornito ad Israele 15.000 bombe e 57.000 pezzi di artiglieria, ma soprattutto si preparano a passare un pacchetto di aiuti da 14 miliardi di dollari. Senza questa assistenza Netanyahu difficilmente potrebbe proseguire le operazioni a Gaza e difendersi da Hezbollah e Iran. Forse Biden sta puntando non solo a frenarlo, ma anche a realizzare l’auspicio di Schumer.