Bassirou Diomaye Faye, da una prigione di Dakar alla presidenza: chi è il vincitore delle elezioni in Senegal
di Leonardo MartinelliTUNISI – Da una prigione di Dakar alla presidenza del Senegal: dovrebbe essere questo il destino di Bassirou Diomaye Faye, 44 anni compiuti questo lunedì. Le presidenziali tanto attese (Macky Sall, capo di stato uscente, in carica dal 2012, aveva cercato invano di rinviarle a fine anno, scatenando un vero putiferio) si sono svolte domenica. I risultati definitivi arriveranno solo nei prossimi giorni, ma già nel pomeriggio di lunedì Amadou Ba, il candidato di Sall e della coalizione finora al governo, ha riconosciuto la vittoria di Faye, il suo principale rivale, candidato anti-sistema, portatore di un “panafricanismo di sinistra” (come viene definito), sovranista e sostanzialmente anti-francese, musulmano praticante (ha fatto campagna con le due spose al fianco, mai visto per un presidente in Senegal). Tutto questo in un paese relativamente stabile come il Senegal, dall’indipendenza mai vittima di un putsch, finora bastione solido dell’Occidente in terra africana.
TUNISI – Da una prigione di Dakar alla presidenza del Senegal: dovrebbe essere questo il destino di Bassirou Diomaye Faye, 44 anni compiuti questo lunedì. Le presidenziali tanto attese (Macky Sall, capo di stato uscente, in carica dal 2012, aveva cercato invano di rinviarle a fine anno, scatenando un vero putiferio) si sono svolte domenica. I risultati definitivi arriveranno solo nei prossimi giorni, ma già nel pomeriggio di lunedì Amadou Ba, il candidato di Sall e della coalizione finora al governo, ha riconosciuto la vittoria di Faye, il suo principale rivale, candidato anti-sistema, portatore di un “panafricanismo di sinistra” (come viene definito), sovranista e sostanzialmente anti-francese, musulmano praticante (ha fatto campagna con le due spose al fianco, mai visto per un presidente in Senegal). Tutto questo in un paese relativamente stabile come il Senegal, dall’indipendenza mai vittima di un putsch, finora bastione solido dell’Occidente in terra africana.
Diciamo che con Faye ne “paghi uno e ne prendi due”, perché colui che dovrebbe diventare il più giovane presidente senegalese sostituisce il compagno di partito (e amico fraterno) Oumane Sonko (arrivato terzo alle presidenziali del 2019), che questa volta non si è potuto presentare, inabilitato dalla Corte costituzionale. Entrambi, fino a una decina di giorni fa, si trovavano in carcere. Sono stati liberati grazie all’amnistia proclamata da Sall, dopo che il suo colpo di mano (un “colpo di stato camuffato”, secondo tanti senegalesi) è stato sventato, con proteste e giovani morti negli scontri con la polizia.
La popolazione senegalese ha per la metà meno di vent’anni e sono proprio i giovani ad appoggiare il Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità), il partito fondato dai due, Faye e Sonko (che ha 49 anni). Faye era stato imprigionato undici mesi fa, per un messaggio virulento postato sui social contro la giustizia, rea di prendersela con Sonko, accusato di violenza sessuale su una giovane donna, secondo i suoi sostenitori solo per sbarrarne l’ascesa.
Usciti dal carcere hanno effettuato una tournée trionfale attraverso il paese, con le giovani folle (spesso candidati all’emigrazione clandestina, come i protagonisti di “Io capitano”, il film di Matteo Garrone), che scandivano questo slogan in lingua wolof: “Sonko mooy Diomaye, Diomaye mooy Sonko”, che significa “Sonko è Diomaye, Diomaye è Sonko”.
Quanto a Sonko, nei giorni scorsi ha detto a proposito del suo candidato: “Bassirou, sono io”. Lui, Faye, è nato a Ndiaganiao, villaggio nell’Ovest del paese, in una famiglia di agricoltori. Di modeste origini come Sonko, i due hanno percorso lo stesso cammino: studenti brillanti, hanno poi superato il concorso dell’Ena (l’Ecole nationale d’administration, creata sul modello di quella francese, la scuola dell’élite). Entrambi sono diventati ispettori fiscali, per poi lanciarsi dal 2014 nell’avventura politica del Pastef. Faye insiste per ristabilire la “sovranità nazionale”, che è stata, secondo lui, “svenduta agli stranieri”. Promette di combattere contro la corruzione e di meglio ripartire le ricchezze. Vuole anche rinegoziare i contratti che il Senegal ha firmato con diverse multinazionali straniere per lo sfruttamento delle miniere, della pesca, di giacimenti petroliferi e di gas naturale. Lui stesso ha detto di rappresentare “la rottura” in una recente intervista rilasciata a Le Monde.
Alle accuse di simpatie per il salafismo, allo stesso giornale ha detto: “Sono musulmano e la mia pratica dell’islam è personale, si svolge nella mia intimità con Dio. Non impongo il mio culto a nessuno. Il Senegal resta un paese democratico, che ha scelto la laicità. Cristiani e musulmani hanno sempre coabitato pacificamente”. A livello economico uno dei suoi obiettivi è l’uscita del franco Cfa, moneta comune a gran parte dell’Africa dell’Ovest, considerata da tanti un retaggio colonialista di Parigi. “Il nostro rapporto con la Francia – ha specificato - non deve proseguire con un neocolonialismo che ci mantenga nella dipendenza”. E per “la difesa e la sicurezza, abbiamo accordi con la Francia, la Ue e gli Usa, finora non con la Russia. Ma non escludiamo di allargare questi partenariati ad altri paesi”. Negli ultimi anni (e mesi) Mosca sta estendendo la propria influenza nel Sahel (l’ultima pedina conquistata da Mosca è il Niger, dopo il putsch del luglio scorso). Sonko è molto simile a lui, anti-sistema e sovranista, ma forse ancora più radicale e con un piglio più aggressivo: favorevole alla pena di morte e a una criminalizzazione più forte (di quella già applicata in Senegal) contro gli omosessuali. Musulmano conservatore, è sospettato di essere sostenuto dai Fratelli musulmani (Tariq Ramadan lo elogia sui social). Faye, invece, che si veste spesso con un abito tradizionale bianco, mette in avanti un’immagine di sé stesso come di una persona particolarmente ragionevole e sensata. Dichiara di volere “il ritorno definitivo del Senegal alla serenità”.