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Soldatov: “I servizi segreti russi incapaci di prevenire gli attacchi, ora cooperino con gli stranieri per la sicurezza di tutti”

L’intervista con l’esperto dell’Fsb. “Sono competenti nel reprimere, aiutati da un vasto sistema di sorveglianza, ma per sventare un attacco servono strumenti e capacità diverse”
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MOSCA — Dietro al fallimento di Mosca nel prevenire l’attentato di venerdì alla Crocus City Hall, c’è un grande «problema di fiducia», non solo all’interno dei servizi russi, ma anche tra Paesi. A dirlo al telefono con Repubblica è il giornalista investigativo Andrej Soldatov, 48 anni, uno dei massimi esperti di servizi segreti russi. Cofondatore del sito indipendente Agentura.ru e coautore di diversi libri, nel 2002 fu indagato dall’Fsb per le sue scomode inchieste sull’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca. “Agente straniero” e “ricercato” in patria, dal 2020 è costretto a vivere in esilio a Londra ed è membro del Centro per le analisi delle politiche europee.

L’Fsb avrebbe potuto prevenire l’attentato alla Crocus City Hall?

«L’Fsb è un’agenzia molto abile nel reprimere, intimidire, uccidere o indagare su crimini già commessi. I quattro terroristi sono stati arrestati, ad esempio, in meno di 24 ore. Ma per prevenire un attacco, servono strumenti e capacità completamente diverse…

MOSCA — Dietro al fallimento di Mosca nel prevenire l’attentato di venerdì alla Crocus City Hall, c’è un grande «problema di fiducia», non solo all’interno dei servizi russi, ma anche tra Paesi. A dirlo al telefono con Repubblica è il giornalista investigativo Andrej Soldatov, 48 anni, uno dei massimi esperti di servizi segreti russi. Cofondatore del sito indipendente Agentura.ru e coautore di diversi libri, nel 2002 fu indagato dall’Fsb per le sue scomode inchieste sull’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca. “Agente straniero” e “ricercato” in patria, dal 2020 è costretto a vivere in esilio a Londra ed è membro del Centro per le analisi delle politiche europee.

L’Fsb avrebbe potuto prevenire l’attentato alla Crocus City Hall?

«L’Fsb è un’agenzia molto abile nel reprimere, intimidire, uccidere o indagare su crimini già commessi. I quattro terroristi sono stati arrestati, ad esempio, in meno di 24 ore. Ma per prevenire un attacco, servono strumenti e capacità completamente diverse. Bisogna investire nella condivisione e nella raccolta di informazioni, ma anche nella fiducia. La fiducia tra diverse agenzie di intelligence, fiducia all’interno della stessa agenzia, fiducia tra agenzie russe e partner stranieri. E già prima del conflitto in Ucraina, questa fiducia era scarsa. Ora ancora di più».

Che cosa pensa della proposta di Emmanuel Macron alla Russia di cooperare nella lotta al terrorismo?

«Penso che Macron abbia cercato di ricordare a Putin che la cooperazione internazionale nell’antiterrorismo è necessaria. Cerca un’opportunità per rilanciarla perché va a vantaggio di tutti. Non soltanto di Russia, Francia o Stati Uniti. Questa cooperazione esiste tuttora in qualche misura, ma le sue capacità, ovviamente, si sono notevolmente ridotte».

Gli Usa infatti avevano avvertito la Russia del rischio attentati. Mosca non li ha presi sul serio?

«Qualcuno può averlo fatto, ma il problema è che bisogna condividere le informazioni con diversi dipartimenti dell’Fsb e anche con i propri superiori. Qualcuno avrebbe dovuto insistere all’interno dell’Fsb dicendo che ci si può fidare degli statunitensi. Ed è un’impresa estremamente complicata dato il clima di paranoia e sospetto all’interno dell’agenzia, in particolare nei confronti degli statunitensi».

Andrej Soldatov 

Se non prevenire l’attacco, le agenzie di sicurezza avrebbero potuto fare di più almeno per scongiurare così tanti morti?

«La risposta dei servizi di emergenza è stata tutt’altro che competente. C’è stata una chiara mancanza di coordinamento e un evidente ritardo nella risposta il che ha provocato un fatto orribile: la maggior parte delle persone sono morte non perché uccisa dai terroristi, ma dall’incendio non domato. Lo abbiamo già visto tante volte in Russia. Significa che questi problemi continuano a non essere risolti».

L’Fsb ha inserito nella lista di “terroristi ed estremisti” lo scacchista Garri Kasparov o i collaboratori di Aleksej Navalny. Perde di vista i veri obiettivi?

«Se espandi a dismisura l’elenco delle organizzazioni terroristiche per includere la comunità Lgbt, dissidenti e attivisti, naturalmente sprechi risorse».

A furia di cercare nemici in patria e in Ucraina, le autorità hanno sottovalutato la minaccia jihadista?

«L’Ucraina potrebbe averle distratte, sì, ma non penso sia un fattore chiave delle colpe. Il problema sta nella mancata raccolta di informazioni e nel ritardo delle risposte. Succedeva già prima della guerra. Sono falle ataviche dei servizi di sicurezza russi. E sono lì da molti anni oramai».

A ogni attentato del passato, Vladimir Putin ha risposto con nuove leggi restrittive. Che cosa potrebbe accadere adesso? Una nuova mobilitazione o un’escalation in Ucraina?

«Difficile dirlo adesso, ma sembra che possiamo aspettarci una maggiore repressione. I servizi hanno sempre torturato i detenuti in passato, ma non lo hanno mai reso pubblico. A giudicare dal modo in cui hanno diffuso i filmati delle torture degli attentatori, sembra che un nuovo livello di brutalità sia la nuova norma. Non riguarda solo i terroristi. Potrebbe toccare a chiunque, perché le nuove norme tendono ad espandersi molto rapidamente ad altre categorie di nemici».

A tre giorni dall’attentato, Vladimir Putin ha riconosciuto l’operato di “estremisti islamici”, ma senza menzionare l’Isis e continuando a additare Ucraina e Occidente. Perché questa ambiguità?

«Putin evita di accusare direttamente l’Isis o l’Ucraina perché ha bisogno di avere un margine di manovra per i suoi giochi tattici. E per poter creare diverse narrazioni e lasciare spazio alla sua macchina di propaganda per sfruttare le opportunità offerte da questo attacco. Ci sono già molte teorie del complotto, alcune sostenute dal Cremlino. In pieno conflitto, fa sempre comodo demonizzare il nemico. È un buon modo di mobilitare la popolazione».

Putin ha costruito il suo potere proprio promettendo sicurezza. Il suo fallimento può indebolirlo?

«Putin ha un evidente problema di sicurezza. Non lo dimostra solo l’attentato, ma anche gli attacchi di droni, le raffinerie in fiamme. La gente non si sente sicura ma, perché diventi una questione politica, ci vorrebbero istituzioni che possano discuterne. Ci vorrebbero un vero Parlamento o media liberi e non li abbiamo. Perciò i cittadini, anche se non si sentono al sicuro, non riescono a elaborarlo e non possono fare nulla al riguardo».

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