Tra i rottami dello storico ponte di Baltimora: “Ora è a rischio l’economia della Costa Est”
dalla nostra inviata Anna LombardiBaltimora — Una manciata di secondi. E il Francis Scott Key Bridge di Baltimora, inaugurato nel 1977 nell’area industriale della città portuale a meno di un’ora da Washington e gemellata con la nostra Genova pure nella tragedia, «è venuto giù come un giocattolo rotto». Te lo dice Jeremiy Heinbuch, 29 anni, uno dei 20 operai di Brawner Builders che quando la portacontainer Deli ne ha colpito il pilastro centrale, ci stava sopra a riempir le buche. Otto suoi compagni sono finiti nelle gelide acque del fiume Patapsco: due sono stati recuperati, ma uno è morto in ospedale, mentre le ricerche degli altri sei sono in corso. «Siamo scampati perché la nave ha lanciato il “Mayday” comunicando il guasto alla guardia costiera che ci ha chiesto subito di bloccare il traffico sul ponte. Lo abbiamo fatto evitando la strage» dice ancora avvolto nel giaccone giallo da lavoro nonostante l’aria si sia scaldata da un pezzo. «Non ho la forza di andare a casa. Non hanno ripescato i miei compagni e ora dic…
Baltimora — Una manciata di secondi. E il Francis Scott Key Bridge di Baltimora, inaugurato nel 1977 nell’area industriale della città portuale a meno di un’ora da Washington e gemellata con la nostra Genova pure nella tragedia, «è venuto giù come un giocattolo rotto». Te lo dice Jeremiy Heinbuch, 29 anni, uno dei 20 operai di Brawner Builders che quando la portacontainer Deli ne ha colpito il pilastro centrale, ci stava sopra a riempir le buche. Otto suoi compagni sono finiti nelle gelide acque del fiume Patapsco: due sono stati recuperati, ma uno è morto in ospedale, mentre le ricerche degli altri sei sono in corso. «Siamo scampati perché la nave ha lanciato il “Mayday” comunicando il guasto alla guardia costiera che ci ha chiesto subito di bloccare il traffico sul ponte. Lo abbiamo fatto evitando la strage» dice ancora avvolto nel giaccone giallo da lavoro nonostante l’aria si sia scaldata da un pezzo. «Non ho la forza di andare a casa. Non hanno ripescato i miei compagni e ora dicono che la marea potrebbe aver portato i loro corpi lontano».
Le ricerche proseguono: elicotteri perlustrano l’area e barche leggere controllano i droni sottomarini che dall’alba ispezionano questo tratto di fiume nell’area di Dundalk, a Sud di Baltimora, dove si è pure allargata una chiazza di carburante. La squadra di sommozzatori della polizia, invece, non è riuscita a tuffarsi: la forte corrente rende pericoloso nuotare fra le lamiere contorte. E pensare che il ponte crollato che porta il nome dell’autore dello Star-Spangled Banner, l’inno americano, è considerato un capolavoro d’ingegneria per la sua forma ad arco in acciaio, la cui campata principale da 366 metri era (finora) la terza più ampia travatura reticolare continua al mondo. Lungo 2,5 chilometri era uno snodo cruciale, parte della Baltimora Beltway, la circonvallazione locale, strategico per raggiungere l’attivissimo porto. Il nono più attivo d’America, dove transitano annualmente 52,3 milioni di tonnellate di merci (soprattutto macchinari agricoli, zucchero, carbone) la cui temporanea chiusura rischia ora di provocare ritardi e interruzioni nelle forniture tali da impattare sull’economia del Paese. «Il crollo del Key Bridge influirà sul trasporto marittimo di container e sulla logistica degli autotrasporti dell’intera costa orientale» dice a Cnn Ryan Petersen, Ceo della società di logistica Flexport. I rottami crollati sul muso del cargo bloccano infatti ogni accesso da o verso lo scalo. Almeno 40 navi sono impossibilitate ad uscire e altre 30 erano attese in giornata.
L’Sos dell’equipaggio del Deli (24 persone, tutte in salvo), guidato in quel momento da piloti locali, è arrivato all’1.24: «Abbiamo perso propulsione, stiamo per impattare il ponte». La richiesta di bloccare il traffico ed evacuare la struttura da parte della Guardia Costiera è arrivata all’1.27: un minuto dopo, tutto è venuto giù. «Gli operai hanno agito subito salvando vite» ha detto il governatore democratico del Maryland dichiarando, all’alba, lo stato d’emergenza: «Si sono comportati da eroi». Il Deli, varato nel 2015 e battente bandiera di Singapore, era partito all’1 in punto con destinazione Colombo, Sri Lanka, dove era atteso il 27 aprile: noleggiato dal gigante marittimo danese Maersk il cui titolo ha subito dopo perso il 2% al Nasdaq di Copenaghen. Già protagonista di una collisione nel porto di Anversa nel 2016, durante un’ispezione in Cile l’anno scorso gli era stato riscontrato un difetto relativo a “macchine di propulsione e ausiliarie”. Di sicuro, è andato due volte in black-out prima di colpire il Key Bridge che ora l’ingegnere strutturale Ian Firth definisce «vulnerabile» parlandone al Washington Post. La struttura aveva sì dispositivi di protezione dalle navi, i cosiddetti “delfini” «ma non adeguati: ce n’erano due, ne servivano almeno cinque». Il pilastro colpito « sosteneva ogni cosa»: ma era protetto solo per l’eventualità di una nave che viaggiava per dritto, mentre la Deli «ha urtato di traverso». D’altronde «il ponte è stato costruito negli anni 70, quando le navi non erano così grandi». E il traffico certo meno intenso.
«Una tragedia impensabile, una scena da film» dice ai giornalisti radunati sotto il cartello North Interstate 695 il sindaco dem della città Brandon Scott, aggiornandoli sulle ricerche. «Si è trattato di un incidente, non ci sono indicazioni che riportino ad un atto terroristico», tranquillizza — si fa per dire — il capo della polizia locale Worley. Mentre in diretta dalla Casa Bianca il presidente Joe Biden, che due anni fa ha fortemente voluto il piano sulle infrastrutture da 1.200 miliardi di dollari Build Back Better (cifra dimezzata dai repubblicani e dunque non abbastanza per i troppi impianti obsoleti e di costosa manutenzione americani) ha subito affermato che «il governo coprirà tutti i costi della ricostruzione. Mi aspetto che il Congresso approvi lo sforzo. Nei prossimi giorni sarò in città a portare il mio appoggio».