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Assange, la battaglia della moglie Stella: “Julian è un prigioniero politico, se va in America può essere ucciso”

(fotogramma)
“La domanda da fare al presidente Biden è: perché non fa cadere il caso come già pensò di fare Obama?!, chiede la donna
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Londra — Per Stella Assange è la battaglia di una vita. Anzi, quattro vite. La sua, quella del marito Julian sposato in carcere nel 2022 e infine i loro due figli, Gabriel e Max, 6 e 5 anni, nati durante l’autoreclusione di 7 anni del fondatore di Wikileaks nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra: «Vedono il padre solo una o due volte alla settimana. Non è giusto».

Stella Moris, 40 anni, sudafricana e avvocata dei diritti umani, arriva nel palazzo di giustizia alle 10,30 in punto: sguardo e passo tesi, bolla la sentenza che ha rinviato la decisione sull’estrazione come «sconvolgente, oltre che davvero bizzarra. I britannici vogliono lavarsi le mani, chiedendo agli Stati Uniti garanzie per noi assolutamente inaffidabili. Durante l’amministrazione Trump e quando Mike Pompeo era capo della Cia, nel 2017 gli americani parlavano di voler rapire o uccidere Julian», come all’epoca sostenne Yahoo News. «Solo dopo questa scoperta, il Dipartimento di Giustizia americano ha accusato e incriminato …

Londra — Per Stella Assange è la battaglia di una vita. Anzi, quattro vite. La sua, quella del marito Julian sposato in carcere nel 2022 e infine i loro due figli, Gabriel e Max, 6 e 5 anni, nati durante l’autoreclusione di 7 anni del fondatore di Wikileaks nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra: «Vedono il padre solo una o due volte alla settimana. Non è giusto».

Stella Moris, 40 anni, sudafricana e avvocata dei diritti umani, arriva nel palazzo di giustizia alle 10,30 in punto: sguardo e passo tesi, bolla la sentenza che ha rinviato la decisione sull’estrazione come «sconvolgente, oltre che davvero bizzarra. I britannici vogliono lavarsi le mani, chiedendo agli Stati Uniti garanzie per noi assolutamente inaffidabili. Durante l’amministrazione Trump e quando Mike Pompeo era capo della Cia, nel 2017 gli americani parlavano di voler rapire o uccidere Julian», come all’epoca sostenne Yahoo News. «Solo dopo questa scoperta, il Dipartimento di Giustizia americano ha accusato e incriminato Assange. Come possiamo fidarci? Se mio marito viene estradato in America», continua la donna, «verrà ucciso o costretto al suicidio».

In onore della lotta per il consorte, Stella Moris Assange ha cambiato persino il suo vecchio nome — Sara Gonzalez Devant — da quando è entrata nel team del 52enne australiano. Durante l’incontro con la stampa ieri a Londra, prima fuori dal tribunale e poi in una conferenza stampa, sostiene più volte che «Julian è un prigioniero politico» e che «sta pagando per tutti: gli Stati Uniti vogliono punirlo per spaventare e silenziare i giornalisti. È un attacco alla libertà e contro chi sfida il potere e denuncia i crimini dei governi. È una vergogna per la democrazia. Se Julian viene punito, tutti voi sarete nel mirino».

Ci sono però anche i lati oscuri di questa versione dei fatti. Moris smentisce che il marito sia un hacker, nonostante in passato in Australia sia stato condannato da una corte proprio per questo reato. Insiste che Assange non ha nulla a che fare con il furto di dati e cablogrammi segreti americani. «Non è cittadino americano, non era negli Usa quando è successo, non è lui la fonte dei documenti e ha semplicemente pubblicato quanto gli è stato consegnato, come fanno editori e giornalisti».

A proposito, come sta Assange? Qualche settimana fa non si è presentato alle udienze dell’Alta Corte perché «in cattive condizioni di salute». Ora Stella preferisce non parlare di lui, se non che comunicano 10 minuti al giorno e che «per Julian è una battaglia ogni mattina, dopo cinque anni di ingiusta detenzione, senza un’incriminazione nel Regno Unito. È in un limbo legale».

Nei giorni scorsi, il Wall Street Journal ha scritto che il Dipartimento di Giustizia americano avrebbe contattato i legali di Assange per concordare un patteggiamento. «Noi non ne sappiamo nulla», ribatte Stella, «dovreste chiederlo al governo Usa. In ogni caso, la vera domanda da fare al presidente Joe Biden è: perché non fa cadere il caso, come aveva già pensato di fare l’amministrazione Obama? Per questo, a tutti coloro che mi ascoltano, posso fare solo un appello: aumentiamo la pressione e unitevi alla mia battaglia».

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