Missili sulla città che si scopre indifesa: nelle strade di Odessa è tornata la paura
dal nostro inviato Daniele RaineriODESSA — Tre bombardamenti russi negli ultimi tre giorni e senza più nemmeno le difese antimissile dell’anno scorso, Odessa è nel suo periodo peggiore dall’inizio dell’invasione. «Ogni notte ci sono allarmi e adesso si corre giù nelle cantine e nei rifugi – dice Yulia, pallore in viso e scarponi ai piedi, infermiera di trentadue anni che lavora con le ambulanze del servizio di emergenza –: non è più come prima che si alzavano le spalle e nessuno si agitava. Quando senti la sirena hai tre minuti per scendere sottoterra». Sono bombardamenti veri. Prima c’era il sistema di difesa missilistica che buttava giù la stragrande maggioranza degli ordigni russi – ne passava soltanto uno su cinquanta. Adesso la percentuale di intercettazioni è crollata, sta un po’ sotto alla metà secondo i dati forniti dalla Difesa ucraina: vuol dire che la maggior parte degli ordigni che i russi fanno volare verso le città colpisce qualcosa invece che essere distrutto in volo. Sono stati un po’ più di mille nell…
ODESSA — Tre bombardamenti russi negli ultimi tre giorni e senza più nemmeno le difese antimissile dell’anno scorso, Odessa è nel suo periodo peggiore dall’inizio dell’invasione. «Ogni notte ci sono allarmi e adesso si corre giù nelle cantine e nei rifugi – dice Yulia, pallore in viso e scarponi ai piedi, infermiera di trentadue anni che lavora con le ambulanze del servizio di emergenza –: non è più come prima che si alzavano le spalle e nessuno si agitava. Quando senti la sirena hai tre minuti per scendere sottoterra». Sono bombardamenti veri. Prima c’era il sistema di difesa missilistica che buttava giù la stragrande maggioranza degli ordigni russi – ne passava soltanto uno su cinquanta. Adesso la percentuale di intercettazioni è crollata, sta un po’ sotto alla metà secondo i dati forniti dalla Difesa ucraina: vuol dire che la maggior parte degli ordigni che i russi fanno volare verso le città colpisce qualcosa invece che essere distrutto in volo. Sono stati un po’ più di mille nell’ultima settimana.
Dieci giorni fa otto colleghi di Yulia sono morti perché la Russia ha fatto un “double tap” a Odessa, la tecnica del doppio lancio per colpire i soccorritori, ma lei non c’era. Prima un missile balistico ha fatto un buco nel pavimento della città, poi c’è stata una pausa per lasciare che i soccorsi arrivassero e la gente si fermasse a guardare, a quel punto è arrivato un secondo missile – dicono che avesse una testata esplosiva regolata per esplodere prima del contatto con il suolo, a mezz’aria, e fare più male a chi si era assembrato in quella zona. Era una cosa che i russi facevano a Idlib e Aleppo, in Siria, e anche allora era uno stratagemma senza pietà, ma Odessa è una città che in teoria considerano loro e vogliono riprendere, è stata una meta di vacanze al mare per generazioni di russi. Se avesse ancora buone difese i russi non potrebbero tentare un double tap, perché il primo o il secondo missile sarebbero intercettati. Ma sono tempi nuovi.
Il merito è del Partito repubblicano americano, che negli Stati Uniti blocca un pacchetto di aiuti che include i costosi missili intercettori che prima facevano da scudo. E c’è questa domanda che fa salire l’acidità di tutti gli ucraini: se adesso che il presidente americano è democratico siamo messi così, che succederebbe se il presidente americano diventasse repubblicano?
Da tre mesi la città vive in uno stato che gli ingegneri di sistema chiamerebbero di soft failure: la situazione peggiora, ma in questa sua caduta Odessa tenta di mantenere un ordine, di cedere per prime le parti più sacrificabili e di conservare un aspetto normale. Da due giorni metà dei tram sono fermi nelle rimesse e il tempo fra le corse è raddoppiato perché un drone russo (anzi, iraniano) ha colpito la centrale elettrica che rifornisce la città. L’energia non basta a tutti, ci sono black-out controllati a rotazione fra i quartieri e molte luci spente dappertutto. Il bollettino municipale segnala l’arrivo di due sottomarini russi nelle acque davanti all’Ucraina, possibili sparatori di missili, come se parlasse di una previsione meteo. Altrimenti di solito la fonte dei bombardamenti, da dove partono droni e missili, è la Crimea occupata, secondo una cupa regola di guerra che vede ogni territorio ceduto trasformarsi in una piazzola avanzata per i lanci del nemico. «Le gente è stanca per le bombe tutte le notti – dice Roman, professore universitario, 47 anni – io no, ci ho fatto l’abitudine e dormo bene. Altri non hanno nervi così buoni e sono depressi. Visito spesso Kherson e la loro vita è più difficile che a Odessa».
In questa attesa guardinga di cose peggiori, da Mosca arriva la notizia che il direttore dei servizi segreti russi interni, Aleksandr Bortnikov, dichiara che il responsabile della strage alla sala da concerti Crocus di Mosca sarebbe il generale Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina. Una sparata completamente sconnessa dalla realtà, ma la direzione presa dalla propaganda di Putin è questa. «Allora perché è ancora vivo?», gli chiede un giornalista, lui risponde: «Ogni cosa a suo tempo». I militari russi, su input del presidente, potrebbero decidere da un momento all’altro di lanciare un bombardamento ancora più pesante del solito contro l’Ucraina come rappresaglia per l’attentato di venerdì. Che però è stato commesso dalla sezione afghana dello Stato islamico, anche se il Cremlino ha deciso di attribuirlo a Kiev.