Quattro presidenti a New York: tra Gaza e criminalità sfida a distanza tra Biden e Trump
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK – Metti una sera Joe Biden, Barack Obama e Bill Clinton a una prestigiosa raccolta fondi al Radio City Hall di Manhattan. E Donald Trump a una veglia funebre nel Queens. Quattro presidenti nella Grande Mela: ed è subito caos. Fra traffico in tilt a causa delle tante strade chiuse per permettere ai membri del club più esclusivo che ci sia – quello degli ex presidenti, appunto - di attraversare con facilità una città già solitamente intasata. E dure proteste pro-Gaza sulla trafficatissima Sixth Avenue.
Trump per “legge e ordine”
Donald Trump ha voluto rilanciare il suo messaggio “Law & Order”, legge e ordine, partecipando nel Queens alla veglia funebre dell'agente di polizia Jonathan Diller, assassinato martedì a un posto di blocco, dal pregiudicato Guy Rivera con almeno 21 arresti alle spalle. Tragico evento ma anche gustosa occasione, per il candidato repubblicano, di fare campa…
NEW YORK – Metti una sera Joe Biden, Barack Obama e Bill Clinton a una prestigiosa raccolta fondi al Radio City Hall di Manhattan. E Donald Trump a una veglia funebre nel Queens. Quattro presidenti nella Grande Mela: ed è subito caos. Fra traffico in tilt a causa delle tante strade chiuse per permettere ai membri del club più esclusivo che ci sia – quello degli ex presidenti, appunto - di attraversare con facilità una città già solitamente intasata. E dure proteste pro-Gaza sulla trafficatissima Sixth Avenue.
Trump per “legge e ordine”
Donald Trump ha voluto rilanciare il suo messaggio “Law & Order”, legge e ordine, partecipando nel Queens alla veglia funebre dell'agente di polizia Jonathan Diller, assassinato martedì a un posto di blocco, dal pregiudicato Guy Rivera con almeno 21 arresti alle spalle. Tragico evento ma anche gustosa occasione, per il candidato repubblicano, di fare campagna attaccando la gestione dem della città per l’alto livello di criminalità: «Quell’uomo non sarebbe mai dovuto tornare in libertà».
La mega raccolta fondi dem
In contemporanea, nel cuore di Manhattan, si teneva la raccolta fondi più importante della campagna democratica: un evento capace di raccogliere la cifra record di 25 milioni di dollari in una sola sera, cui hanno partecipato, al fianco del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, i suoi predecessori Barack Obama e Bill Clinton moderati da Stephen Colbert, conduttore del popolarissimo programma satirico Late Show.
Biglietti in piccionaia (pochi e subito sold out) a partire da 250 dollari e cifre sempre più alte man mano che ci si avvicinava ai big: fino ai “golden ticket” da 250mila e 500mila dollari per partecipare pure al successivo after party organizzato dall’ex direttrice di Vogue Anna Wintour. E 100mila dollari per una foto coi tre: un’opera unica, giacché dietro la macchina fotografica c’era addirittura la celeberrima Annie Leibovitz.
Un evento inframmezzato dall’esibizione di artisti del calibro di Queen Latifah, Lizzo e Ben Platt, inusuale almeno in questa stagione di primarie. Di solito infatti gli ex presidenti aspettano la convention per salire sul palco col candidato di partito. Ma evidentemente serviva a dare un’immagine di unità, tanto più che nel campo avversario, l’ex vice di Trump, Mike Pence, ha preso le distanze dal suo ex boss.
Le proteste dei filopalestinesi
La kermesse non è però piaciuta ai circa 300 manifestanti pro Gaza che fin dal primo pomeriggio hanno assediato l’iconico Radio City gridando slogan durissimi come “Genocide-Joe” e “There is always one solution: Intifada revolution” (c’è sempre una soluzione, la rivoluzione dell’Intifada). Fra questi, molti giovanissimi, in parte legati ad organizzazioni come Our Revolution (nata ai tempi della candidatura di Bernie Sanders) che invitava a votare scheda bianca alle primarie dem di martedì sull’esempio della protesta iniziata in Michigan qualche settimana fa e poi portata avanti anche in altri stati.
«Mentre offrono cene lussuose ai loro grandi finanziatori, newyorkesi di ogni tipo sono qui a dar voce al loro no al genocidio. Non possiamo rimanere inerti mentre il nostro presidente è complice di quella strage», ha detto Mosaab Sadia leader di un’organizzazione che riunisce studenti arabo-americani dall’eloquente nome “Abandon Biden”. C’erano poi anche esponenti di “Jewish Voice for Peace”, come Aaron Konigsberg, che lavora pure per la no profit Public Citizen: «È inaccettabile questa guerra ed è inaccettabile che si combatta con armi fornite da noi americani», ti dice mentre i presidenti scendono dalle loro limousine accolti dagli insulti della folla urlante.
Anteprima di una protesta che potrebbe andare avanti così fino alle convention e danneggiare non poco la campagna dem. Le contestazioni, d’altronde, sono proseguite anche all’interno: «Avete le mani sporche di sangue» li si è sentiti urlare. E anche «Vergogna, Biden». Con una di loro, la candidata indipendente al Senato Diane Sare, che ha pure aperto uno striscione con su scritto “War Pigs All”, maiali guerrafondai. Trascinata fuori dalla sala, è uscita urlando: «Siete fuori di testa».
La replica dei tre dem
Come già al comizio di due giorni fa a Raleigh, in Carolina del Nord, Biden ha tentato di mediare: «Lasciateli andare. Ci sono persone molto... Ci sono troppe vittime innocenti sia fra gli israeliani che fra i palestinesi». A replicare con durezza ai manifestanti ci ha però pensato Barack Obama: «Non è così che funziona la democrazia. Non potete parlare tutto il tempo e non ascoltare. Abbiamo tutti il cuore spezzato. Abbiamo prima assistito a un massacro incredibilmente crudele che ci fa appoggiare inequivocabilmente il popolo di Israele. E abbiamo il cuore spezzato pure nel vedere gli innocenti uccisi a Gaza. È la posizione di Joe: cercare di affrontare tutto questo in modo che tutti vivano in pace, gli uni affianco agli altri». Pure Bill Clinton li ha ammoniti: «Fidatevi del lavoro di Joe: vuole la soluzione basata sui due Stati, non fa per dire. Mira a ridurre le sofferenze palestinesi senza mettere in pericolo Israele. Tutti e tre qui crediamo nella legittimità di uno stato palestinese». Parole che hanno entusiasmato i sostenitori, subito pronti a rilanciare la richiesta di “4 more years”, quatto altri anni. Ma che non sembra aver convinto i manifestanti che appunto, martedì, presidieranno i seggi chiedendo di far pressione attraverso l’astensione.