Diario da Gaza – Ospedali assediati e missili su Rafah: “Aspettiamo l’invasione israeliana”
di Sami al-AjramiRAFAH – Sono state notti difficili qui a Rafah, di bombardamenti che tolgono il sonno. Un missile, in particolare, ha distrutto una casa a 25 metri dalla nostra. Le schegge hanno danneggiato tutto il quartiere ma fortunatamente non ci sono state vittime perché in questo caso l’Idf, l’esercito israeliano, ha avvertito prima che avrebbe colpito quella casa, che così è stata evacuata. Perché proprio quell’abitazione? Sono andato a chiedere in giro e mi hanno detto che apparteneva agli Al Farrah, una famiglia vicina a Hamas: non sono dei ranghi alti, ma sono da sempre loro sostenitori. Mi hanno anche detto che regolarmente, da quando Hamas comanda nella Striscia, in ogni guerra con Israele la loro casa viene distrutta. E regolarmente poi loro la ricostruiscono.
Essere avvisati e riuscire a mettersi in salvo è comunque una fortuna. Forse in questo caso l’esercito ha valutato che si trattava di un bombardamento nel pieno centro di Rafah, nella strada principale, e che avrebbe rischiato…
RAFAH – Sono state notti difficili qui a Rafah, di bombardamenti che tolgono il sonno. Un missile, in particolare, ha distrutto una casa a 25 metri dalla nostra. Le schegge hanno danneggiato tutto il quartiere ma fortunatamente non ci sono state vittime perché in questo caso l’Idf, l’esercito israeliano, ha avvertito prima che avrebbe colpito quella casa, che così è stata evacuata. Perché proprio quell’abitazione? Sono andato a chiedere in giro e mi hanno detto che apparteneva agli Al Farrah, una famiglia vicina a Hamas: non sono dei ranghi alti, ma sono da sempre loro sostenitori. Mi hanno anche detto che regolarmente, da quando Hamas comanda nella Striscia, in ogni guerra con Israele la loro casa viene distrutta. E regolarmente poi loro la ricostruiscono.
Essere avvisati e riuscire a mettersi in salvo è comunque una fortuna. Forse in questo caso l’esercito ha valutato che si trattava di un bombardamento nel pieno centro di Rafah, nella strada principale, e che avrebbe rischiato di uccidere 200 persone. Ma i missili nelle altre parti della Striscia hanno fatto strage: almeno 134 morti e 200 feriti in 48 ore, con tante persone rimaste sotto le macerie. E ieri è stato colpito a Gaza City anche un edificio in cui operavano i media, tra cui Sky News, per fortuna senza vittime.
Nulla dunque è cambiato dopo l’approvazione della risoluzione Onu per un cessate il fuoco a Gaza, arrivata con l’astensione degli Stati Uniti. Gli ospedali, come all’inizio della guerra, sono di nuovo nel mirino di Israele, che sta distruggendo quello di Al Shifa, a Gaza City, e si sta impadronendo dell’Al Amal, a Khan Yunis: lo ha fatto evacuare, cacciando i pazienti e il personale medico.
Così, comunica l’Oms, soltanto 10 ospedali su 36 rimangono operativi nella Striscia.
È tutto folle. E folli siamo ormai diventati noi, qui ad aspettare che Israele sfoderi l’arma finale, la famosa invasione di terra di Rafah da attuare nonostante il dissenso della comunità internazionale.
La gente pensa che inizierà presto, in spregio alle Nazioni Unite. Forse persino durante Ramadan. E l’obiettivo di Israele non sarà quello di trovare i tunnel di Hamas e uccidere i suoi dirigenti. No, l’obiettivo sarà distruggere la città di Rafah, un altro pezzo della Striscia. Come è successo a Khan Yunis, dove il 90 per cento delle case è stato cancellato. Rafah è una città-tendopoli dove sono rifugiate un milione e mezzo di persone, qui arrivate su ordine di Israele, che doveva distruggere senza ostacoli il Nord e il Centro della Striscia.
L’invasione di Rafah, a cui anche gli americani si oppongono, porterebbe a un massacro: se finora siamo morti in 32mila penso che altri 32mila farebbero la stessa fine. Io proverei a raggiungere un posto nella parte occidentale di Khan Yunis, ma la stragrande maggioranza della popolazione verrebbe schiacciata vicino alla spiaggia, dove non c’è niente da comprare, dove moriremmo di fame e malattie e ci ammazzeremmo gli uni gli altri per l’ultimo pezzo di pane. Senza contare che in tanti già mi dicono che preferirebbero comunque rimanere qui a Rafah. “Piuttosto che morire in una tenda su una spiaggia, è meglio farlo qui – spiegano – difendendo le nostre poche cose dal saccheggio dei soldati israeliani”.