NEW YORK — La lotta per i diritti civili degli afroamericani portata avanti dal Black Panther Leo “Lee” Berry, morto qualche giorno fa a 78 anni per anossia cerebrale, resterà per sempre avviluppata alle tartine bacon noci e roquefort servite insieme a champagne il 14 gennaio 1970 nella lussuosa penthouse del direttore d’orchestra Leonard Bernstein, 13 camere da letto affacciata su Park Avenue a Manhattan. La celebre festa fu organizzata da Felicia — la moglie del compositore di West Side Story — per raccogliere fondi da devolvere appunto alle Pantere Nere, l’organizzazione marxista-leninista e nello specifico pagare la cauzione di Berry, prelevato da un letto d’ospedale con l’accusa di voler organizzare attentati dinamitardi a New York e duramente picchiato in carcere.
Una serata mondana cui partecipò la crème del mondo liberal newyorchese — e fra questi il regista Otto Preminger, l’anchorwoaman Barbara Walters, l’editrice Jean Stein, la filantropa Cynthia Phipps — insieme a diverse…
NEW YORK — La lotta per i diritti civili degli afroamericani portata avanti dal Black Panther Leo “Lee” Berry, morto qualche giorno fa a 78 anni per anossia cerebrale, resterà per sempre avviluppata alle tartine bacon noci e roquefort servite insieme a champagne il 14 gennaio 1970 nella lussuosa penthouse del direttore d’orchestra Leonard Bernstein, 13 camere da letto affacciata su Park Avenue a Manhattan. La celebre festa fu organizzata da Felicia — la moglie del compositore di West Side Story — per raccogliere fondi da devolvere appunto alle Pantere Nere, l’organizzazione marxista-leninista e nello specifico pagare la cauzione di Berry, prelevato da un letto d’ospedale con l’accusa di voler organizzare attentati dinamitardi a New York e duramente picchiato in carcere.
Una serata mondana cui partecipò la crème del mondo liberal newyorchese — e fra questi il regista Otto Preminger, l’anchorwoaman Barbara Walters, l’editrice Jean Stein, la filantropa Cynthia Phipps — insieme a diverse “pantere” con tanto di giubbotti di pelle e occhialoni neri, compreso il leader locale Donald Cox che subito dopo sarebbe finito sulla copertina di Newsweek, mentre prelibatezze gourmet venivano servite da camerieri in livrea, rigorosamente bianchi per non offendere gli ospiti neri. Una serata che in seguito lo scrittore Tom Wolfe, padre di quel New Journalism che per la prima volta fuse letteratura e giornalismo, immortalò in un indimenticabile e caustico articolo per il New York Magazine intitolato Radical Chic: That Party at Lenny’s, poi diventato il celeberrimo saggio Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers da cui il dispregiativo aggettivo che ancora oggi indica quei progressisti capaci di unire benessere materiale a retorica rivoluzionaria.
E pensare che vita e lotte di Berry, sopravvissuto lavorando come fotografo commerciale a East Harlem, furono sempre lontane da cotanto bel mondo. Veterano dell’esercito, congedato a causa dei disturbi schizofrenici che lo avrebbero tormentato tutta la vita, era entrato nell’organizzazione fondata in California nel 1966 come alternativa alla non violenza predicata da Martin Luther King, proprio dopo l’assassinio, a Memphis nel 1968, del pastore-icona dei diritti civili: «Un momento in cui stavamo perdendo ogni speranza» ha raccontato in un’intervista recente. Ai principi non violenti, le Pantere nere avevano infatti sostituito quelli dell’autodifesa, distinguendosi oltre che per la disciplina paramilitare e per le azioni di patrolling, pattugliamento in occasione di proteste per intimidire la polizia con armi in bella vista, per i diversi scontri violenti che li coinvolsero. Divennero immediatamente il nemico numero uno dell’Fbi che infiltrò diversi uomini nell’organizzazione, creando numerosi casi pretestuosi.
Come quello, appunto, che coinvolse Berry noto come Panther 21, il processo alle 21 pantere: 19 uomini e due donne che nell’aprile 1969 furono accusati da una talpa di voler far saltare in aria alcuni grandi magazzini di Manhattan, stazioni di polizia e pure l’orto botanico del Bronx. Imputazioni false, tutti assolti. All’epoca Berry, che aveva 24 anni e si era appena sposato, era in ospedale. Seppe dalla madre di essere ricercato e chiamò lui stesso la polizia per dire dov’era. Fu subito prelevato e brutalmente malmenato. Un pestaggio denunciato dalla moglie Marva insieme agli avvocati che all’epoca attirò l’attenzione pure del regista e attivista Sidney Lumet. Fu lui il primo a organizzare una raccolta fondi, invitando Marva a parlare del calvario del marito dietro le sbarre. Quel racconto scioccò Felicia Bernstein, invitata all’evento: «Non potevo credere che nel nostro Paese qualcuno potesse essere trattato in modo così inumano». Decise di darsi da fare a sua volta e raccogliere i fondi necessari alla cauzione di Lee.
Certo, le distanze culturali fra i liberal newyorchesi e le pantere nere invitate a casa Bernstein si riassumono nella conversazione che la moglie di Berry ebbe con una ricca signora bianca che le confessò di aver paura di essere uccisa insieme al marito capitalista nell’eventualità di una rivoluzione che pure idealmente avrebbe voluto sostenere: «Oh, no. Non abbia paura. Non c’è n’è alcun motivo» la consolò l’attivista afroamericana. Nonostante l’irrisorio resoconto di Wolfe, Marva Berry — che prima di divorziare da Lee ha avuto con lui 6 figli — parlandone al New York Times ancora si dice grata per quell’evento: «I Bernstein furono molto accoglienti e diedero attenzione al movimento quando ancora pochi capivano cosa noi neri stavamo subendo».