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Il coraggioso appello di Manizha la cantante russo-tagika che condanna “la tortura pubblica” di Putin

Il coraggioso appello di Manizha la cantante russo-tagika che condanna “la tortura pubblica” di Putin

In due video postati sul suo profilo Instagram, una nota musicista russo-tagika critica le violenze sui detenuti. E accende una luce sull’ondata di xenofobia che ha travolto la comunità centroasiatica residente in Russia

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TBILISI – In due video postati sul suo profilo Instagram, una nota musicista russo-tagika critica l’uso della «tortura pubblica». E accende una luce sull’ondata di xenofobia che ha travolto la comunità centroasiatica residente in Russia: una violenta reazione legata alla nazionalità, tagika, dei quattro principali accusati per il terribile attentato dello scorso venerdì, apparsi in tribunale con chiari segni di sevizie. «È importante che il nostro sistema di valori non diventi disumano: è ciò che ci distingue dai terroristi».

Pacifista e femminista

Pacifista, femminista, solidale con la comunità LGBT, impegnata per i diritti delle minoranze etniche, Manizha lancia il suo coraggioso messaggio da Mosca, città che non ha lasciato nonostante le sue posizioni politiche le abbiano creato numerosi problemi. La cantante è stata la stella dell’Eurovision del 2021, l’ultima a rappresentare la Federazione prima che l’invasione su larga scala dell’Ucraina portasse alla sua esclusione dalla competizione.

Sembra un’era geologica fa, quando la carismatica artista portava sul palco di Rotterdam la lotta per l’emancipazione della donna russa, criticando il ruolo tradizionale in cui la società cerca di imprigionarla. L’esibizione, stigmatizzata duramente dai circoli vicini al Cremlino, le è valsa valanghe di insulti online che prendevano di mira la sua origine etnica. Ma nulla in confronto a quanto subito nel 2022. All’indomani dell’aggressione lanciata contro Kiev, Manizha si pronuncia contro quella che non esita a definire una «guerra fratricida», condotta «contro la volontà del popolo».

Per lei, scappata all’età di due anni con la famiglia dal Tagikistan, preda, alla caduta dell’Urss, di un conflitto civile che ha devastato il Paese, è impossibile tacere. Tutte le date che aveva in programma quell’estate le vengono cancellate. La sua esibizione più recente in Russia risale al 2021 proprio al “Crocus City Hall”, il cui nome sarà per sempre associato alla strage costata la vita ad almeno 143 persone. «Spaventoso cullare tua figlia a 10 chilometri dalla sala in fiamme dove si è tenuto il tuo ultimo concerto, e dove ora sparano alla gente», ha scritto sul suo profilo Instagram.

Il post sulla tortura

Poi il post pubblicato martedì, in cui reagisce ai più recenti episodi di violenza e razzismo ai danni dei migranti provenienti dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, presenti a milioni in Russia, dove costituiscono la base dell’economia svolgendo i lavori più umili e malpagati in un contesto saturo di discriminazioni. Pestaggi, esercizi commerciali dati alle fiamme, migliaia di richieste di aiuto in pochi giorni alle organizzazioni che si occupano di tutelare i diritti delle minoranze etniche: un’ondata d’odio che potrebbe avere conseguenze profonde e durature. «Ogni estate», scrive Manizha, «la trascorrevo a Dushanbe [la capitale del Tagikistan, ndr] con mia nonna». La musicista ricorda l’insegnamento più prezioso da lei ricevuto: «Mangia solo dal lato del piatto rivolto verso di te».

Un invito all’umanità

I tagiki consumano il plov, un piatto di riso comune a tutta la regione, da un unico recipiente, e la lezione che se ne ricava consiste nell’essere umili, accettare «quello che il destino ti dà e non prendere mai ciò che non ti appartiene». Parole che vogliono restituire umanità a quella moltitudine di persone dai tratti così simili a quelli, sfigurati, dei presunti responsabili dell’attentato della scorsa settimana. «Mia nonna», continua, «non c’è più, e in questi anni ho pensato molto a quanto sono felice che non stia attraversando ciò che sta accadendo a noi e al mondo. Sono felice che le ripercussioni che investiranno i tagiki e tutti gli abitanti dell'Asia centrale non la sfioreranno. E sono felice che non abbia vissuto quella notte brutale, che non abbia visto come la risposta della legge a un atto atroce sia la tortura pubblica». «Un assassino non ha nazionalità», dice parafrasando le parole del presidente tagiko Emomali Rahmon in un colloquio telefonico con l’omologo russo Vladimir Putin.

«Malgrado tutto l'orrore e l'oscurità dobbiamo restare umani». Al primo video fa seguito un altro, pubblicato ieri sera: Manizha, il volto visibilmente provato, risponde a chi l’ha criticata e, verosimilmente, alle minacce ricevute in privato. «Devono ricevere la punizione più dura», chiarisce. Ma, sottolinea, «secondo la legge». Tanti i commenti solidali con la musicista, tra cui quello di Alla Pugacheva, forse la cantante russa più conosciuta al mondo, e dell’autorevole giornalista Katerina Gordeeva, “agente straniero” ma ancora al lavoro a Mosca, nonostante tutto. Punte dell’iceberg di quella Russia che esiste e resiste, sommersa dal mare della repressione.

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