Il report della Marina: “Troppe crisi, servono 5000 militari in più”
di Gianluca Di FeoUn anno tempestoso. Per la Marina Militare il 2023 è stato frenetico, con un moltiplicarsi di impegni ed emergenze. Nel rapporto di sintesi dell’attività, il vertice della forza armata lo definisce “un anno particolarmente sfidante”: ci sono state navi e sottomarini russi che si infilano nei nostri mari “con un atteggiamento a tratti imprudente”; le minacce ai gasdotti e ai cavi in fibra ottica nei fondali; le “contese latenti” con altri Paesi per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi scoperti sotto il Mediterraneo; infine l’ondata di droni d’ogni tipo lanciati contro i mercantili nel Mar Rosso.
Gli equipaggi globetrotter
In questa mobilitazione continua, la nostra flotta non sente il bisogno di nuovi mezzi ma ha una necessità drammatica di personale: donne e uomini sono stati letteralmente spremuti, costretti a saltare riposi e ferie per correre da una crisi all’altra. Come la fregata Fasan, che il 22 dicembre ha ricevuto all’improvviso l’ordine di cambiare rotta e in cinque …
Un anno tempestoso. Per la Marina Militare il 2023 è stato frenetico, con un moltiplicarsi di impegni ed emergenze. Nel rapporto di sintesi dell’attività, il vertice della forza armata lo definisce “un anno particolarmente sfidante”: ci sono state navi e sottomarini russi che si infilano nei nostri mari “con un atteggiamento a tratti imprudente”; le minacce ai gasdotti e ai cavi in fibra ottica nei fondali; le “contese latenti” con altri Paesi per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi scoperti sotto il Mediterraneo; infine l’ondata di droni d’ogni tipo lanciati contro i mercantili nel Mar Rosso.
Gli equipaggi globetrotter
In questa mobilitazione continua, la nostra flotta non sente il bisogno di nuovi mezzi ma ha una necessità drammatica di personale: donne e uomini sono stati letteralmente spremuti, costretti a saltare riposi e ferie per correre da una crisi all’altra. Come la fregata Fasan, che il 22 dicembre ha ricevuto all’improvviso l’ordine di cambiare rotta e in cinque giorni è arrivata in zona di combattimento alle prese con gli attacchi degli Houti: lo scorso anno i marinai del Fasan sono stati in viaggio per 232 giorni. O il rifornitore Vulcano che a inizio novembre in soli tre giorni si è preparato a fare da ospedale ed è approdato alle porte di Gaza per curare donne e bambini palestinesi feriti. Per questo lo Stato Maggiore della Marina scrive senza mezzi termini che servono più militari. Tanti di più.
L’aumento di 3.250 persone già approvato dal Parlamento porterà l’organico totale della Marina a 30.500 militari, mentre il minimo per tirare avanti viene stimato in 35 mila. E si tratterebbe comunque di un palliativo, perché “il modello di riferimento ritenuto adeguato è il raggiungimento di 39 mila”.
Stiamo quindi parlando di una forza superiore del trenta per cento all’attuale: un calcolo che nasce dalla situazione concreta vissuta negli ultimi due anni, con navi spedite a fronteggiare burrasche in ogni angolo del pianeta, obbligando gli equipaggi a rinunciare alle famiglie per mesi. “Un equipaggio unico che deve essere supportato al meglio - scrive il capo di Stato maggiore, l’ammiraglio Enrico Credendino - incrementando la qualità del lavoro con una crescente attenzione al welfare, a partire dagli alloggi”.
L’impegno record
In media ogni giorno sono state operative trenta navi, due sommergibili, dodici sezioni di aerei o elicotteri e dieci squadre d’abbordaggio pari a circa quattromila marinai. Il record assoluto è stato registrato il 27 aprile 2023, quando sono state schierate ben 42 navi, quattro sommergibili e 18 sezioni aeree, per un totale di 7.324 donne e uomini. Sono numeri decisamente straordinari: un terzo dell’intero organico quel giorno era in missione. Con una situazione senza precedenti: in quello stesso aprile c’erano navi italiane in prima linea in squadre alleate di portaerei nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nel Pacifico.
Questo sforzo impone anche di potenziare il personale civile che si occupa in particolare di installazioni e manutenzione: un settore dove “permane la forte criticità degli organici e dell'età media molto avanzata. La soglia minima dovrebbe attestarsi intorno alle 9000 unità”. Il che significa tremila operai e tecnici civili in più per la Marina.
In pratica, il Parlamento e il Paese vengono posti davanti all’esigenza di incrementare i ranghi con quasi cinquemila militari, ma in prospettiva ne servirebbero novemila, e tremila civili. Questo per garantire la sicurezza della navigazione - tema che non è più teorico dopo gli assalti nel Mar Rosso - e delle infrastrutture energetiche, ma soprattutto per tutelare gli interessi nazionali, altro termine che è diventato di scottante attualità. L’alternativa quale sarebbe? “Ridurre la presenza aprirebbe opportunità per l’iniziativa di Paesi che stanno investendo molto in marittimità, a scapito dei nostri interessi come sistema Paese: fallire nel mantenere il vantaggio strategico marittimo renderebbe la Nazione più vulnerabile”.
Le lezioni del 2023
Ci sono alcune lezioni prioritarie che nascono dall’attività svolta nel 2023. Anzitutto, l’attenzione a quello che sta sotto le onde - la dimensione subacquea - “che è al centro degli interessi tecnologici, energetici, economici e di sicurezza dell’Italia”. La centralità del “valore globale delle infrastrutture critiche sottomarine”, da cui dipendono energia e comunicazioni quindi tutta la vita del Paese.
La necessità di rendere sicuri “i colli di bottiglia marittimi”: come nel passato, gli stretti tornano a essere la chiave del potere navale. E questo è dovuto alla “pervasività e efficacia” delle armi telecomandate in cielo, in mare e persino sotto il mare: quello che sta avvenendo a Bab el-Mandeb per le incursioni degli Houti può ripetersi altrove, condizionando i collegamenti mercantili che alimentano la nostra economia. Inoltre si è visto il duello tra numeri limitati di mezzi ad alta tecnologia e una moltitudine di sistemi low tech, come i droni iraniani usati dai miliziani yemeniti.
Le navi del futuro
Quanto agli strumenti, la Marina sta lavorando al futuro di navi e sottomarini, che vengono concepiti in modo diverso: saranno “hub strategici facilmente dislocabili dove serve e quando serve, in grado di generare localmente massa critica ed effetti rilevanti”. Ognuno sarà una base navigante di droni d’ogni genere: volanti, marittimi, sottomarini e anche terrestri. Droni o addirittura robot automi con funzioni diverse, dalla ricognizione all’attacco, dallo sminamento alla rimozione d’ostacoli.
A bordo di queste nuove unità ci saranno per lunghi periodi equipaggi ridotti: “la concezione stessa di equipaggio, inteso come team che consente l’esercizio delle capacità operative, sarà ripensata, in quanto parte delle attività potranno essere svolte in remoto. Anche la manutenzione potrà essere remotizzata e virtualizzata, integrandola con la possibilità di realizzare parti di rispetto direttamente a bordo con sistemi di stampa 3D”.
Prove tecniche di futuro, che vengono già sperimentate dalla Marina assieme alle industrie e alle università. Ma questo documento ricorda una questione fondamentale: più delle tecnologie contano le persone. E sono loro l’investimento che fa la differenza, in pace e soprattutto in tempi di guerra.