Israele-Hamas, sale la pressione sui negoziati al Cairo: ipotesi di una tregua a fine Ramadan
di Francesca CaferriUna tregua umanitaria in corrispondenza della festa di Eid el Fitr, domani, che segna la fine del Ramadan: è tutto quello che in tempi brevi ci si può aspettare dai negoziati su una possibile tregua e sul rilascio degli ostaggi israeliani che riprendono fra poche ore al Cairo secondo chi segue la trattativa da vicino. Agli incontri parteciperanno sia la delegazione di Hamas che quella di Israele: quest’ultima sarà rappresentata ai massimi livelli, con i responsabili dello Shin Bet e del Mossad, i servizi segreti interni e esterni del Paese.
La loro presenza dimostra il peso che il destino dei 129 ostaggi israeliani ancora a Gaza (un quarto dei quali sono morti, secondo le stime ufficiali) ha sull’opinione pubblica a sei mesi dall’inizio della crisi: nell’ultima settimana, con l’avvicinarsi della scadenza dei sei mesi, le famiglie hanno intensificato la pressione sul governo, portando accanto a sé migliaia di persone in piazza a Tel Aviv e Gerusalemme due giorni fa e ieri.
Ad infi…
Una tregua umanitaria in corrispondenza della festa di Eid el Fitr, domani, che segna la fine del Ramadan: è tutto quello che in tempi brevi ci si può aspettare dai negoziati su una possibile tregua e sul rilascio degli ostaggi israeliani che riprendono fra poche ore al Cairo secondo chi segue la trattativa da vicino. Agli incontri parteciperanno sia la delegazione di Hamas che quella di Israele: quest’ultima sarà rappresentata ai massimi livelli, con i responsabili dello Shin Bet e del Mossad, i servizi segreti interni e esterni del Paese.
La loro presenza dimostra il peso che il destino dei 129 ostaggi israeliani ancora a Gaza (un quarto dei quali sono morti, secondo le stime ufficiali) ha sull’opinione pubblica a sei mesi dall’inizio della crisi: nell’ultima settimana, con l’avvicinarsi della scadenza dei sei mesi, le famiglie hanno intensificato la pressione sul governo, portando accanto a sé migliaia di persone in piazza a Tel Aviv e Gerusalemme due giorni fa e ieri.
Ad infiammare gli animi la vicenda di Elad Katzir, il cui corpo è stato recuperato venerdì in un cimitero di Khan Yunis e restituito alla famiglia. «Vorrei che Netanyahu venisse qui a chiederti perdono, ma so che non accadrà» ha detto ieri la sorella Carmin Palty Katzir durante il funerale che ha portato nel piccolo kibbutz di Nir Oz, due chilometri in linea d’aria da Khan Yunis, migliaia di persone. La donna, che dal primo momento è stata uno dei volti più noti del comitato che unisce le famiglie, due giorni fa in un durissimo post su Facebook aveva accusato il governo di aver abbandonato il fratello al suo destino. Katzir, 47 anni, era stato rapito insieme alla madre, poi liberata, mentre il padre era stato ucciso.
Era apparso in due video della Jihad islamica a dicembre e gennaio e gli ostaggi liberati avevano raccontato che era in buona salute: la sua morte – l’esercito israeliano ha detto solo che è stato ucciso da Hamas dopo circa 90 giorni di prigionia – ha ulteriormente alimentato la rabbia di chi da mesi grida che ogni giorno è fondamentale per le persone rapite. «A casa. Adesso» è il grido che ancora ieri si è alzato dal palco di Gerusalemme.
Nonostante la rabbia e le proteste, non sembra essere il loro destino la ragione che ha spinto Israele a ritirare la maggior parte delle sue truppe da Gaza. Sulla trattativa che riprende oggi al Cairo incombono gli stessi ostacoli che da mesi l’hanno impantanata: il numero e i nomi dei prigionieri palestinesi che dovrebbero tornare liberi. La lista degli ostaggi vivi e di quelli morti che Hamas non ha consegnato. Il ritiro definitivo delle truppe israeliane. «Non cederemo alle richieste estreme» ha detto ieri il premier Benjamin Netanyahu, facendo capire che la strada del compromesso è ancora irta di ostacoli.