Macron-Al Sisi-Abdallah, appello a tre voci per il cessate il fuoco a Gaza
di Fabio TonacciCon una lettera al Washington Post e a Le Monde, il presidente francese Macron, il monarca giordano Abdallah e il presidente egiziano Al-Sisi lanciano un appello per un immediato cessate il fuoco a Gaza e per la liberazione degli ostaggi, avvertendo Israele che un’offensiva terrestre a Rafah «porterebbe ulteriore morte e distruzione, alimentando il rischio di una escalation regionale». Non è la prima volta che Macron lo dice, però il gruppo dei tre leader è inedito. Nella lettera ripropongono la soluzione dei due Stati, due popoli, che ieri il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz, nell’intervista a Repubblica, ha definito «impossibile».
Un messaggio dunque significativo, soprattutto considerando che entro la fine di aprile è attesa la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul seggio permanente per la Palestina all’Onu. I Territori godono solo di un seggio in qualità di osservatore permanente, mentre una precedente richiesta di seggio per lo Stato di Pal…
Con una lettera al Washington Post e a Le Monde, il presidente francese Macron, il monarca giordano Abdallah e il presidente egiziano Al-Sisi lanciano un appello per un immediato cessate il fuoco a Gaza e per la liberazione degli ostaggi, avvertendo Israele che un’offensiva terrestre a Rafah «porterebbe ulteriore morte e distruzione, alimentando il rischio di una escalation regionale». Non è la prima volta che Macron lo dice, però il gruppo dei tre leader è inedito. Nella lettera ripropongono la soluzione dei due Stati, due popoli, che ieri il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz, nell’intervista a Repubblica, ha definito «impossibile».
Un messaggio dunque significativo, soprattutto considerando che entro la fine di aprile è attesa la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul seggio permanente per la Palestina all’Onu. I Territori godono solo di un seggio in qualità di osservatore permanente, mentre una precedente richiesta di seggio per lo Stato di Palestina era stata rapidamente respinta nel 2011. Il regolamento prevede una sessione dei 15 Stati membri a porte chiuse. Segue poi il voto: per passare, la mozione ha bisogno del sostegno di nove Stati e di non incorrere in alcun veto da parte dei cinque Stati con seggio permanente. È il vero ostacolo al progetto, dal momento che Stati Uniti e Regno Unito sono storici alleati di Israele.
Anche sulla questione Rafah l’appello rischia di rimanere inascoltato. Il premier Netanyahu infatti dice di avere già una data fissata sul calendario per l’ingresso dell’Idf nella città più a Sud della Striscia e prepara l’evacuazione: Israele sta acquistando 40mila tende dove ospitare gli sfollati. Una goccia nel mare rispetto al milione e mezzo di persone che popolano attualmente Rafah. Gli americani, tuttavia, non sono stati avvertiti di questa presunta data di inizio operazioni. «Continuiamo ad avere un dialogo con Israele — ha commentato il segretario di Stato Usa Antony Blinken — e siamo profondamente preoccupati per la sicurezza dei civili».
L’unica possibilità di far slittare l’operazione di terra è un’intesa su una tregua al negoziato in corso al Cairo. Gli Usa stanno spingendo per sei settimane di cessate il fuoco in cambio di 40 ostaggi israeliani, la liberazione di 900 detenuti palestinesi e il rientro al Nord di Gaza di una parte degli sfollati. Ma le notizie che arrivano dalla capitale egiziana sia da parte di Hamas sia da parte di Israele non sono incoraggianti: le posizioni sono distanti, soprattutto sulla tregua temporanea e il ritiro dell’Idf da tutta la Striscia come pretende Hamas.