Gaza, parla la madre della piccola Hind: “L’agonia della mia bimba, morta in auto tra i cadaveri sotto i colpi dei tank israeliani”
di Fabio Tonacci«Quando me l’hanno uccisa, Hannud aveva fame. Ero al telefono con lei. Per distrarla dal sangue e dagli spari le dicevo di mangiare i biscotti di sesamo, gliene avevo messi cinque in una borsetta rossa. Le piaceva tanto quella borsetta, la usava per giocare a fare la mamma. Ma Hannud era incastrata sotto al sedile posteriore della macchina e tra lei e la borsetta c’era il cadavere di sua cugina. Hannud aveva cinque anni e mezzo, ne avrebbe fatti sei a maggio, come poteva sollevare quel peso? I carri armati si avvicinavano e il sole tramontava. I soldati israeliani hanno colpito la macchina. A bordo sei cadaveri e mia figlia che mi supplicava, mamma perché non vieni a prendermi, mamma ho paura, mamma mi fa male il braccio… È morta a stomaco vuoto, la mia Hannud. Non sono riuscita nemmeno a darle i biscotti».
L’ultima premura di una madre nell’ultimo giorno della figlia: a un uomo non sarebbe venuto in mente un ricordo così. Ma le mamme non smettono mai di preoccuparsi per i figli,…
«Quando me l’hanno uccisa, Hannud aveva fame. Ero al telefono con lei. Per distrarla dal sangue e dagli spari le dicevo di mangiare i biscotti di sesamo, gliene avevo messi cinque in una borsetta rossa. Le piaceva tanto quella borsetta, la usava per giocare a fare la mamma. Ma Hannud era incastrata sotto al sedile posteriore della macchina e tra lei e la borsetta c’era il cadavere di sua cugina. Hannud aveva cinque anni e mezzo, ne avrebbe fatti sei a maggio, come poteva sollevare quel peso? I carri armati si avvicinavano e il sole tramontava. I soldati israeliani hanno colpito la macchina. A bordo sei cadaveri e mia figlia che mi supplicava, mamma perché non vieni a prendermi, mamma ho paura, mamma mi fa male il braccio… È morta a stomaco vuoto, la mia Hannud. Non sono riuscita nemmeno a darle i biscotti».
L’ultima premura di una madre nell’ultimo giorno della figlia: a un uomo non sarebbe venuto in mente un ricordo così. Ma le mamme non smettono mai di preoccuparsi per i figli, neppure quando sono morti. E la memoria si aggrappa a ciò che trova. La guerra di Gaza ha riservato alla palestinese Wissam Hamadah la sorte più indecente: in una sera d’inverno, le ha rubato il diritto di proteggere Hind, lasciandole però il dovere di sentirla morire al telefono. Di quel 29 gennaio Wissam non ha dimenticato niente, e viene da dire purtroppo. Le telefonate alla Mezzaluna rossa palestinese, la sensazione di non essere più in controllo di niente, l’attesa di un’ambulanza che non è mai arrivata. Durante l’intervista con Repubblica, Wissam chiama Hind con il diminutivo Hannud. Per come lo pronuncia questa donna che ha vissuto l’indicibile, è la carezza di un soffio.
«Hannud aveva fame perché prima di partire con la famiglia di mio fratello Bashar non aveva pranzato. Era il giorno stabilito per l’evacuazione, ma l’esercito bombardava lo stesso. Non c’era tempo, faceva freddo e pioveva. Vivevamo a Tal al-Hawa, quartiere ovest di Gaza City, era troppo pericoloso rimanere lì. Volevamo spostarci all’ospedale battista. La notte prima esplodevano i missili e Hannud è venuta a dormire con me. Mamma non mi lasciare mai, promettimelo... Voleva essere abbracciata. Saremmo dovute andare insieme. La mattina il bombardamento si è intensificato e nel caos lei è salita sulla macchina di Bashar. Sulla Kia erano in sette: due adulti, cinque bambini, tra cui Hannud e sua cugina Layan, che aveva 15 anni. Nel frattempo sparavano contro casa, mi sono nascosta al secondo piano con mio figlio Yahd, ferito alla testa da una scheggia. Dal balcone ho visto la Kia partire lungo una strada secondaria. Si è dovuta fermare quasi subito, vicino al distributore di benzina. C’erano i carri armati. E la macchina è stata colpita da un mezzo militare israeliano».
Erano le 2 del pomeriggio. Wissam racconta di aver chiamato subito Bashar, ma a rispondere è stata Layan. Perdeva sangue da un braccio e da una gamba. «Sono morti tutti, solo io e Hind siamo vivi!». Wissam le ha detto di strappare un pezzo della maglia per fermare l’emorragia con il tessuto. Layan è stata contattata anche dalla Mezzaluna rossa palestinese, la telefonata è stata registrata. Dura neanche un minuto: si sentono delle grida, una raffica e niente altro.
Wissam ha chiamato quel numero più volte. A un certo punto ha risposto Hind. «Singhiozzava, mi ha detto che il viso di Layan era sporco di sangue. Tutti morti tranne lei. Le ho spiegato che i cugini e gli zii si erano solo assopiti. Hannud era incastrata tra i corpi. Stai nascosta Hannud, non ti far vedere... Non riuscivo a calmarla, piangeva troppo. Mamma, i carri armati si avvicinavano... Pregavo Allah che la proteggesse. Abbiamo recitato il Corano insieme. Recitavo i primi versi, lei li ripeteva. Mamma, però dopo la preghiera vieni a prendermi perché è buio... mi ricordo le sue parole. Chiudi gli occhi, Hannud, così il buio si trasforma in un bel sogno… I nervi mi hanno ceduto. Impazzisco se penso a cosa ha dovuto provare. Per cinque ore è stata intrappolata tra i cadaveri. Ha sentito l’odore del sangue dei suoi parenti, era ferita a un braccio, aveva fame e sete. È sempre stata una bambina forte. Non volevo una ragazzina forte morta, volevo una ragazzina normale viva. Perché il mondo non si è fermato per andarla a soccorrere?».
Il mondo ci ha provato a salvarla. La Mezzaluna rossa palestinese, che dalle 2 alle 7 è stata in contatto non continuativo con Hind e Wissam, ha inviato un’ambulanza. L’intervento era coordinato dalle Israeli defence forces, ma a pochi metri dalla macchina di Hind, è stata bombardata e i due paramedici palestinesi sono morti. Nell’ultima chiamata registrata di Hind, la bimba diceva di vedere l’ambulanza, poi la comunicazione si è interrotta. Per dodici giorni Wissam non ha saputo più niente. Nessuno aveva risposte. L’Idf non ha detto una parola, non ha fatto inchieste. Solo quando l’esercito si è ritirato, i parenti hanno raggiunto il distributore. Hanno trovato la carcassa della Kia nera e i resti bruciati di sette corpi. Wissam oggi è ancora a Gaza. Vede nei biscotti la protezione che non è riuscita a dare a Hannud. Di notte sogna quando l’ha partorita. Di giorno piange perché l’ha sentita morire.