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Il Klimt ritrovato a Vienna, i nazisti e l’asta dei misteri. “Non vendete il ritratto della signorina Lieser”

Dai passaggi di proprietà all’identità della donna, inchiesta sul dipinto del maestro dello Jugendstil. Che verrà battuto, con molta fretta, il 24 aprile
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VIENNA – Nel 1917 Margarethe Constance Lieser è costretta a posare per nove volte nello studio viennese di Gustav Klimt. Farsi ritrarre dal grande pittore dello Jugendstil significa anzitutto armarsi di una grande pazienza. La diciottenne dai grandi occhi bruni viene dipinta su uno sfondo arancione, il vestito è un profluvio di colori: il quadro è uno degli ultimi capolavori di Klimt, commissionato dai genitori di Margarethe, i Lieser. Una famiglia della grande borghesia industriale dell’impero austroungarico; sono ebrei convertiti al cattolicesimo.

All’inizio del 1918, Gustav Klimt muore. E il “Ritratto della signorina Lieser”, rimasto incompiuto, viene consegnato alla famiglia per poi sparire nel nulla; nei cataloghi degli storici dell’arte resta per un secolo una foto in bianco e nero, il pallido ricordo di un oggetto legato al tragico destino di una famiglia costretta negli anni Trenta a fuggire dai nazisti. Dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania di Hitler, nel marzo del 193…

VIENNA – Nel 1917 Margarethe Constance Lieser è costretta a posare per nove volte nello studio viennese di Gustav Klimt. Farsi ritrarre dal grande pittore dello Jugendstil significa anzitutto armarsi di una grande pazienza. La diciottenne dai grandi occhi bruni viene dipinta su uno sfondo arancione, il vestito è un profluvio di colori: il quadro è uno degli ultimi capolavori di Klimt, commissionato dai genitori di Margarethe, i Lieser. Una famiglia della grande borghesia industriale dell’impero austroungarico; sono ebrei convertiti al cattolicesimo.

All’inizio del 1918, Gustav Klimt muore. E il “Ritratto della signorina Lieser”, rimasto incompiuto, viene consegnato alla famiglia per poi sparire nel nulla; nei cataloghi degli storici dell’arte resta per un secolo una foto in bianco e nero, il pallido ricordo di un oggetto legato al tragico destino di una famiglia costretta negli anni Trenta a fuggire dai nazisti. Dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania di Hitler, nel marzo del 1938, le tracce del quadro si disperdono. Quell’anno la madre, Silvia Lieser, muore dopo essere scappata dalla figlia a Budapest. Negli Anni ’60 il ritratto riemerge brevemente a Vienna per essere di nuovo inghiottito nel nulla.

Il figlio di Margarethe, il finanziere William de Gelsey, non si rassegna al quella sparizione: cerca disperatamente di rintracciare il ritratto di sua madre, soprattutto a partire dagli Anni ‘80. Non ha mai dubbi che la “signorina Lieser” sia sua madre: lo sa dai racconti di Margarethe stessa, che muore a Londra, la città dove vive anche lui, negli Anni ’60. E il banchiere ha persino un nomignolo per quella tela: la chiama il “Ritratto con l’artiglio”, per la nervosa posa della mano della madre. Nel 2021, William de Gelsey muore all’età di 99 anni. Nel testamento, il finanziere lascia una strana nota. Chiede agli eredi - non ha figli: il lascito viene affidato a un trust - di non desistere dalla ricerca, in sostanza, di “recuperarlo”. E prima di morire sostiene spesso che “quando non ci sarò più, il quadro salterà fuori”.

E infatti. A fine gennaio del 2024 una notizia-bomba fa il giro del mondo. Il “Ritratto della signorina Lieser” è stato ritrovato. L’annuncio arriva non da Sotheby’s o da Christie’s, ma da una piccola casa d’aste austriaca: imKinsky. E’ un ritrovamento sensazionale, di quelli che avvengono una volta in un secolo. L’asta ci sarà il 24 aprile e si parte da un valore tra i 30 e i 50 milioni di euro. Ma gli esperti stimano persino che potrebbe essere ceduto per 70 milioni di euro o più. Il punto, però, per parafrasare Manzoni, è che questo quadro non s’ha da vendere. Almeno, finché l’origine e l’identità non ne siano definitivamente chiarite. Perché oltre all’incredibile ritrovamento, la casa d’aste annuncia anche una novità che sconvolge gli storici. E che sta trasformando l’intera vicenda in un giallo.

La donna ritratta nel quadro non sarebbe Margherete, ma Helene: sua cugina. Perché il quadro non sarebbe stato commissionato da Silvia Lieser, bensì da sua cognata Henriette Lieser, detta Lilly, deportata nel 1942 dai nazisti e morta a Riga, forse fucilata dai nazisti, forse assassinata l’anno successivo ad Auschwitz.

Le incongruenze di questo improvviso cambio di identità della “signorina” di Klimt sono tante. L’ignoto che ha consegnato il ritratto alla casa d’aste imKinsky vuole rimanere tale. Il che non è inusuale. Ma già nella prima telefonata con il proprietario della casa d’aste, Ernst Ploil, l’attuale possidente precisa già che ci sono “problemi che riguardano la provenienza”. La casa d’aste lo ha ammesso a gennaio, durante la conferenza stampa. E sul sito di imKinsky non si rintraccia alcun accenno a un team di ricerca per rintracciare l'origine della tela, come avviene di solito per le grandi case d'aste che vendono quadri importanti. Soprattutto, quanto quel ritratto e le circostanze del suo rinvenimento siano ancora avvolte nella nebbia lo dimostrano esperti interpellati e documenti visionati in esclusiva da Repubblica.

L'interno della casa d'aste dove è tenuto il quadro in attesa della vendita 

Tobias G. Natter è tra i maggiori esperti di Klimt al mondo. Nel 2012 è uscito il suo monumentale catalogo completo delle tele del genio dello Jugendstil, e lui ci confessa di “sentirsi responsabile per quel ritratto”, che nel suo “Werkverzeichnis” viene ancora mostrato in bianco e nero. Lo storico dell’arte lo aggiornerà, ci racconta, ma sottolinea anche “di non vedere alcuna ragione per cambiarne l’identità”. Il caso di Margarethe si è arricchito di un elemento opaco: “Perché non sono stati volutamente interpellati gli esperti di Klimt, come ogni casa d’aste internazionale farebbe, in un caso del genere?”. Né a Natter, né a un altro grande studioso del maestro dello Jugendstil, Alfred Weidinger, è stato chiesto alcun parere. Inoltre, aggiunge, “esistono tre prove essenziali e indipendenti tra di loro che dimostrano l’identità della donna: Margarethe. Una proviene dal figlio del più importante collezionista di Klimt a Vienna, Erich Lederer (collezionista a sua volta di Klimt e Schiele), l’altra è la testimonianza della cognata di Margarethe che si chiamava anche lei Margarethe ed era la seconda moglie del fratello Hans. Le chiesero due volte, nel 1984, chi fosse la donna ritratta, e lei rispose sempre: Margarethe. E poi c’è l’ossessiva ricerca del figlio banchiere William, che dagli Anni ’80 viene ripetutamente a Vienna per cercare il ritratto. Dalle sue lettere non ci sono dubbi che ritenga la donna ritratta sua madre. Per me - conclude Natter - la plausibilità è travolgente: William è il figlio della donna ritratta. Che è Margarethe Constance Lieser”.

A infittire il mistero della “signorina” ritratta da Klimt ci sono le imprecisioni e le omissioni nel catalogo della casa d’aste imKinsky. Repubblica ha rinvenuto la “Dichiarazione del patrimonio” della presunta committente del ritratto, Henriette (“Lilly”) Lieser, la lista dettagliata degli averi imposta nel 1938 agli ebrei di Vienna, già nel periodo del terrore nazista. Ebbene: c’è un elenco minuzioso di tazze, lenzuola, barattoli per lo zucchero, anelli con zaffiri, braccialetti con brillanti o poltrone Biedermeier, persino sei quadri elencati con autore e valore appesi nell'appartamento nel centro di Vienna, oltre a “riproduzioni di quadri” custoditi in una villa. Ma non c’è nessuna traccia del grande ritratto di Klimt. Impensabile, all’epoca nazista, omettere un dettaglio del genere, per una donna ebrea. Perché quel documento non viene mai citato nel catalogo che sostiene sia lei la committente e proprietaria del quadro?

Esiste inoltre un documento della Commissione per la restituzione di Vienna del 1949 che, citando una testimone, sostiene che Henriette avrebbe venduto dei suoi averi dopo l’annessione di Hitler per mantenersi. Si parla di “libri, mobili e vestiti”. Mai di quadri. Un' altra incongruenza riguarda una retrospettiva di Klimt citata dal catalogo imKinsky in cui sarebbe stata esposta la “Signorina Lieser”, nel 1926. Un documento ottenuto da Repubblica dimostra invece che il gallerista, Otto Kallir-Nirenstein, avesse cancellato il ritratto dai quadri da esporre. L’unica prova presumibilmente contemporanea che la casa d’aste cita per il cambio d’identità della donna è una cartella d’archivio che attribuisce il quadro a una proprietaria che vive nella Argentinierstrasse numero 20, l’indirizzo di Henriette. Ma è un documento redatto in realtà ex post, nel 1942 o addirittura dopo.

Il documento che dimostra la rimozione della "Signorina Lisier" dalle opere da esporre nel 1926 

La questione di fondo è: perché è stata cambiata l’identità del quadro senza consultare gli esperti? C’è chiarezza sui passaggi di proprietà avvenuti nell’ultimo secolo? Il ritratto è stato a un certo punto sottratto illegittimamente alla famiglia durante il nazismo?

Erika Jakubovits, direttrice culturale della Comunità ebraica di Vienna, si occupa da decenni della restituzione delle opere d’arte rubate dai nazisti. “Per me il ‘Ritratto della Signorina Lieser presenta ancora troppe questioni irrisolte”, ci spiega. “Ritengo che questo caso debba essere indagato in modo indipendente e accurato e che bisognerebbe riuscire a produrre un’esatta ricostruzione della sua storia, come avviene legalmente con ogni quadro analizzato nell’ambito delle restituzioni. E l’indagine dovrebbe avvenire indipendentemente dalla casa d’aste, dal proprietario attuale e dagli eredi. Sarebbe meglio chiarire tutte queste questioni prima della vendita”.

Jakubovits è una delle figure chiave dietro al famoso caso della complessa restituzione del “Ritratto di Adele Bloch-Bauer“ di Klimt raccontato dal famoso film con Helen Mirren “The Woman in Gold”. Ed è molto netta sull’importanza di un chiarimento serio della provenienza del quadro: “L’Austria ha già avuto il suo scandalo delle restituzioni: ricordiamoci del ‘Melo’ di Klimt che fu restituito agli eredi sbagliati”.

Jakubovits sta già svolgendo ricerche autonome sul “Ritratto della Signorina Lieser”, anche per l’interesse internazionale che l’asta del 24 aprile sta cominciando a suscitare. “La restituzione è un tema molto complesso, e il risultato delle ricerche deve essere sempre trasparente e impeccabile. Per fare in modo che anche per le restituzioni future ci sia uno ‘stato dell’arte’ cui fare riferimento”. Purtroppo è poco plausibile che il giallo sul capolavoro di Klimt venga chiarito in questa manciata di giorni che manca alla vendita. Un vero peccato.

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