Argentina, processo al regime iraniano e a Hezbollah 30 anni dopo la strage al centro ebraico
di Daniele MastrogiacomoLa strage dell’Amia è un “crimine contro l’umanità”. Non ha dubbi la giustizia argentina sugli effetti di quella bomba che il 18 luglio 1994 provocò la morte di 84 persone e il ferimento di almeno altre 300 nel cuore di Buenos Aires. L’esplosione, innescata da un furgone imbottito di tritolo parcheggiato nel garage del sottosuolo della Asociación Mutual Israelita Argentina, l’ente mutualistico ebraico nel grande Paese sudamericano, aveva il chiaro scopo di colpire la comunità ebraica, la sesta per importanza al mondo al di fuori di Israele che ospita 230 mila persone.
Le prime indagini, rese difficili da una serie di pressioni e depistaggi e dal crollo dell’intera palazzina, puntarono subito all’Iran e al suo braccio operativo, l'Hezbollah libanese. Il 5 ottobre del 2006 il procuratore Alberto Nisman, erede del corposo fascicolo, accusò formalmente Teheran di essere l’autore intellettuale dell’attentato e il partito di Dio del Paese dei cedri di averlo compiuto. Chiese un mandato di c…
La strage dell’Amia è un “crimine contro l’umanità”. Non ha dubbi la giustizia argentina sugli effetti di quella bomba che il 18 luglio 1994 provocò la morte di 84 persone e il ferimento di almeno altre 300 nel cuore di Buenos Aires. L’esplosione, innescata da un furgone imbottito di tritolo parcheggiato nel garage del sottosuolo della Asociación Mutual Israelita Argentina, l’ente mutualistico ebraico nel grande Paese sudamericano, aveva il chiaro scopo di colpire la comunità ebraica, la sesta per importanza al mondo al di fuori di Israele che ospita 230 mila persone.
Le prime indagini, rese difficili da una serie di pressioni e depistaggi e dal crollo dell’intera palazzina, puntarono subito all’Iran e al suo braccio operativo, l'Hezbollah libanese. Il 5 ottobre del 2006 il procuratore Alberto Nisman, erede del corposo fascicolo, accusò formalmente Teheran di essere l’autore intellettuale dell’attentato e il partito di Dio del Paese dei cedri di averlo compiuto. Chiese un mandato di cattura contro cinque iraniani e un libanese. Tra i primi figurava l’ex ministro della Difesa Ahmad Vahidi, quello dell’Informazione Ali Fallahijan, l’ex consigliere del governo Moshen Rabbani, l’ex funzionario diplomatico Ahmad Reza Ashgari; il secondo era il cittadino libanese Imad Fayez. Sono tutti riparati in patria e l’Iran, oltre al Libano, si sono sempre rifiutati di consegnarli: li ritengono innocenti. Questo nonostante nel marzo del 2007 l’Interpol abbia inserito i sei alti funzionari iraniani nel sistema di notifica rossa, cioè ufficialmente persone da arrestare.
Ma l’intero caso ha acquistato una chiara valenza politica interna all’Argentina quando il giudice Nisman puntò il dito contro l’allora presidente Cristina Fernández de Kirchner, il ministro degli Esteri Héctor Timerman e altri alti funzionari governativi. Li accusava di aver ordito un piano per scagionare i sette accusati dalla magistratura. Lo scopo era barattare la loro innocenza, favorendo la fuga, in cambio di una serie di contratti commerciali su grano, carne e armamenti. Un interesse superiore che emerse chiaramente nel gennaio del 2013 con la scoperta di un memorandum d’intesa specifico tra Iran e Argentina. Un accordo stipulato all’insaputa del giudice Nisman che era ovviamente contrario.
Il magistrato tirò dritto nella sua indagine e si preparò ad accusare formalmente sia la presidente sia il ministro degli Esteri con una deposizione esplosiva davanti al Congresso. Non fece in tempo. Due giorni prima di lanciare la sua requisitoria, piena di prove compromettenti, fu trovato morto nel suo appartamento. La perizia iniziale disse che si era suicidato con la sua pistola calibro 22 trovata vicino al corpo. La stessa Cristina, scossa da questa improvvisa morte, condivise il verdetto dei tecnici forensi; poi, con una indubbia capacità da equilibrista, suggerì in modo frettoloso la tesi opposta. Colta dai dubbi pubblicò sul suo account Facebook un’ipotesi complottista che si rivelò un boomerang. Il povero magistrato non si era sparato per disperazione: qualcuno lo aveva usato da vivo con pressioni e minacce e lo usava adesso da morto.
La doppia reazione provocò un vespaio di polemiche, con manifestazioni di protesta e di solidarietà con la comunità ebraica fin sotto la sede dell’Amia, nel frattempo ricostruita. La morte di Nisman è diventato un giallo che ha reso ancora più complessa tutta l’inchiesta. Per anni si sono alternate la tesi del suicidio a quella dell’omicidio, fino al verdetto definitivo, dello scorso settembre, nel quale si è stabilito che il giudice era stato assassinato.
Legatissimo a Israele e in viaggio, per la terza volta da quando è stato eletto, negli Usa dove sarà anche nominato come ambasciatore spirituale dell’ebraismo, il presidente Javier Milei riesuma l’intera vicenda e punta a chiuderla con l’avvio di un processo che restituisca un minimo di giustizia alle tante vittime di quell’attentato. Il segnale, oltre che giudiziario, è politico. I peronisti non sono più al potere, Cristina Kirchner ha i suoi guai che la tengono fuori dall’agone del potere per molti anni, c’è la possibilità di portare alla sbarra, anche virtualmente, i responsabili di quella mattanza.
Per farlo c’era bisogno di un pronunciamento della Cassazione. La Corte federale di secondo grado lo ha fatto. Nella motivazione si afferma che l’attacco rispondeva a “un disegno politico e strategico” dell’Iran e realizzato da Hezbollah. “Quando si tratta di crimini come il terrorismo che, per la loro letalità e l’entità dell’ingiustizia, offendono l’intera comunità internazionale”, osservano i tre magistrati che hanno emesso la sentenza, "l’adozione da parte dello Stato di procedure alternative e complementari” è necessaria. Di qui l’utilità di avviare comunque un processo anche in contumacia. I sette accusati avranno la garanzia di una difesa adeguata e dovranno nominare un avvocato di fiducia che li assisterà in loro assenza.