Quando Simpson finì alla sbarra. “Quel processo in tv trasformato in un circo fu il primo vero reality”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK — «OJ Simpson è stata una delle figure più caratterizzanti della cultura pop degli anni ‘80 e primi ‘90: amato e invidiato per i suoi successi, prima come star del football, poi come attore – certo non da Oscar ma recitò pur sempre ne L’Inferno di cristallo - e protagonista di pubblicità famose. Finché quell’omicidio, la fuga e il processo che seguirono lo trasformarono in una sorta di personaggio shakespeariano. Un angelo caduto dal cielo». Steve Sheppard, che fino a poco tempo fa ha insegnato giornalismo alla New York University, ha lavorato per oltre 35 anni come editor e producer di “60 minutes”, il più celebre programma di giornalismo d’inchiesta della tv americana. Lavorava lì anche nel 1994: quando l’intera nazione restò per ore incollata al piccolo schermo per seguirne il rocambolesco inseguimento a Los Angeles in diretta che culminò col suo arresto.
Reality tv prima dei reality...
«All’epoca c’erano meno canali, tutti guardavamo le stesse cose. Ricordo l’atmosfera di…
NEW YORK — «OJ Simpson è stata una delle figure più caratterizzanti della cultura pop degli anni ‘80 e primi ‘90: amato e invidiato per i suoi successi, prima come star del football, poi come attore – certo non da Oscar ma recitò pur sempre ne L’Inferno di cristallo - e protagonista di pubblicità famose. Finché quell’omicidio, la fuga e il processo che seguirono lo trasformarono in una sorta di personaggio shakespeariano. Un angelo caduto dal cielo». Steve Sheppard, che fino a poco tempo fa ha insegnato giornalismo alla New York University, ha lavorato per oltre 35 anni come editor e producer di “60 minutes”, il più celebre programma di giornalismo d’inchiesta della tv americana. Lavorava lì anche nel 1994: quando l’intera nazione restò per ore incollata al piccolo schermo per seguirne il rocambolesco inseguimento a Los Angeles in diretta che culminò col suo arresto.
Reality tv prima dei reality...
«All’epoca c’erano meno canali, tutti guardavamo le stesse cose. Ricordo l’atmosfera di quel giorno e non solo per quel che facemmo noi in tv. Entrai in un bar dove di solito trasmettevano eventi sportivi e gli schermi trasmettevano tutte le immagini della sua Bronco Chase bianca sulla tangenziale. Non c’era nulla di speciale nelle riprese se non il fatto che dentro quell’auto ci fosse lui. Ma il vero reality fu il processo: lo trasformarono in un circo».
Tra i primi a essere trasmessi in tv
«Sì, e quello tolse solennità al tribunale e dignità alle vittime. Lui, che aveva carisma, usò i migliori trucchi che conosceva per essere sempre col suo sorriso a favore di telecamera. Molti protagonisti del processo divennero, nel bene e nel male, star. L’avvocato Robert Kardashian, che all’epoca era il miglior amico di OJ oltre che il suo difensore. E pure il povero giudice Ito, che non riusciva a tenere ordine in aula: perse le staffe e subito Jay Leno lo trasformò in un popolare sketch del suo show, “Dancing Ito”. Tutto era pop e irreale. Tutti erano catturati dalla figura di Simpson: lo avevano ammirato, ora lo potevano odiare. O difendere. D’altronde, dopo tutti questi anni, sull’omicidio l’America è ancora divisa».
Nonostante l’assoluzione, non riuscì mai più a rifarsi una carriera...
«L’ombra di quella violenza è sempre rimasta su di lui. E no, lui che aveva ottenuto tutto, destinato al successo fin da giovanissimo, ha faticato a riadattarsi a una nuova vita lontano dai riflettori. Ogni tanto ci provava e ogni volta andava peggio. Non si rimise mai più in piedi».