Il dilemma di Teheran: colpire Israele evitando il peggio. Dialogo a distanza con gli Stati Uniti
di Gabriella Colarusso , Anna LombardiROMA – NEW YORK - Un puzzle strategico che può mettere a rischio la sicurezza dell’intero Medio Oriente. Il raid israeliano al consolato iraniano di Damasco, che ha ucciso il capo dei Pasdaran in Siria, ha messo Teheran di fronte a un enigma decisivo: rispondere per ripristinare la propria capacità di deterrenza, ma farlo evitando una guerra diretta con Israele che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti, eventualità che Teheran vuole scongiurare. Questo, almeno, è il messaggio che i diplomatici guidati dal ministro Abdollahian hanno consegnato agli americani e agli europei nel corso di molteplici contatti, diretti e indiretti, intercorsi in questi giorni.
Le ragioni sono evidenti. Gli iraniani puntano a incassare il dividendo politico di questa nuova fase della crisi: la solidarietà ricevuta da una parte della comunità internazionale e il riconoscimento di un ruolo chiave nella regione. L’altro motivo riguarda la guerra a Gaza: la Repubblica islamica non ha nessun interesse a spost…
ROMA – NEW YORK - Un puzzle strategico che può mettere a rischio la sicurezza dell’intero Medio Oriente. Il raid israeliano al consolato iraniano di Damasco, che ha ucciso il capo dei Pasdaran in Siria, ha messo Teheran di fronte a un enigma decisivo: rispondere per ripristinare la propria capacità di deterrenza, ma farlo evitando una guerra diretta con Israele che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti, eventualità che Teheran vuole scongiurare. Questo, almeno, è il messaggio che i diplomatici guidati dal ministro Abdollahian hanno consegnato agli americani e agli europei nel corso di molteplici contatti, diretti e indiretti, intercorsi in questi giorni.
Le ragioni sono evidenti. Gli iraniani puntano a incassare il dividendo politico di questa nuova fase della crisi: la solidarietà ricevuta da una parte della comunità internazionale e il riconoscimento di un ruolo chiave nella regione. L’altro motivo riguarda la guerra a Gaza: la Repubblica islamica non ha nessun interesse a spostare l’attenzione dal conflitto in Medio Oriente, che ritiene stia logorando il sostegno internazionale a Israele e i rapporti tra il governo Netanyahu e l’amministrazione Biden. La guerra nella Striscia ha consentito agli iraniani di rafforzare la loro influenza regionale mettendo a tacere, almeno per il momento, le tensioni interne al Paese.
«Sono convinti che Israele voglia spingerli alla guerra e non vogliono offrire a Netanyahu questa opportunità», dice un diplomatico europeo che ha lavorato a lungo con Teheran. Ma una risposta ci sarà, l’ha promessa la stessa guida Suprema Ali Khamenei accusando “il malvagio regime” di aver attaccato il suolo iraniano. Quale, è la decisione che spetta al consiglio Supremo per la sicurezza nazionale guidato dall’ultraconservatore Saeed Jalili. Se l’Iran attaccasse direttamente con droni e missili, Israele non esiterebbe a rispondere con un contro-attacco in territorio iraniano, mentre «un attacco per procura sarebbe considerato più “misurato” e potrebbe evitare l’escalation», prosegue il diplomatico. Ma non è una matematica perfetta e un errore di calcolo potrebbe far deflagrare la regione.
L’amministrazione Biden, conscia del rischio, è stata chiara e ha ribadito il «ferreo impegno per la sicurezza di Israele» inviando a Gerusalemme il capo del Centcom, generale Eric Kurilla, per coordinare con gli alleati una risposta al possibile attacco iraniano. Kurilla ha incontrato il ministro della Difesa israeliano Gallant, che dopo l’incontro ha subito sottolineato la vicinanza tra i due Paesi: «I nostri nemici pensano di poter dividere Israele e Stati Uniti ma è vero il contrario. Stanno rafforzando i legami, siamo spalla a spalla, pronti a difenderci a terra e in aria». Washington ha già deciso che invierà rinforzi nella regione «per aumentare la deterrenza e la protezione delle forze armate statunitensi» e perché «sarebbe imprudente non essere adeguatamente preparati», come ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza John Kirby. Infatti ha spedito la portaerei Eisenhower davanti alle coste israeliane. Un messaggio a Teheran: se superate la linea rossa, interverremo.
La Casa Bianca considera l’attacco iraniano sicuro, ma a pochi mesi da elezioni su cui già incombe l’ombra della guerra di Gaza non vuol assolutamente farsi trascinare in un conflitto regionale. Anche per questo gli americani hanno più volte ribadito l’estraneità all’attacco di Damasco («Israele non ci ha avvertito» ha ripetuto il Segretario alla Difesa Austin). Secondo diverse fonti, poi, Kurilla oltre che per fornire informazioni di intelligence, sarebbe volato in Israele anche per moderare una eventuale contro-risposta israeliana. Di sicuro, detro le quinte la diplomazia americana sta lavorando per spingere l’Iran a una risposta calibrata che non li coinvolga direttamente. Tanto che venerdì scorso, quattro giorni dopo l’attacco aereo israeliano, a tanta circospezione hanno risposto una ventina di senatori repubblicani firmando una lettera in cui accusavano l’amministrazione Biden di aver intrapreso una “strategia di pacificazione”, sia pure sottotraccia, con l’Iran.
Intanto, Biden ha coinvolto anche diversi Paesi arabi per fare pressioni su Teheran. E il segretario di Stato Antony Blinken ne ha parlato anche con Pechino. Secondo il sito Axios, Teheran avrebbe fatto la voce grossa: «Se gli Stati Uniti entrano nella faida, colpiremo i loro soldati». Ma altri resoconti di stampa parlano di un atteggiamento più dialogante. Domenica scorsa, il ministro degli Esteri iraniano è volato in Oman, Paese che da tempo media nei rapporti indiretti con gli Usa. Abdollahian avrebbe assicurato la volontà di Teheran di non provocare “una escalation”, chiedendo in cambio due cose: una tregua permanente a Gaza e la ripresa dei colloqui sul nucleare congelati proprio dal conflitto in Medio Oriente. Washington resta prudente. E spera che la portata dell’attacco sia limitata.