Israele tra paura e fatalismo: l’attesa della vendetta iraniana
dal nostro inviato Fabio TonacciHAIFA — Sarà perché si sentono in guerra con l’Iran già dal 7 ottobre, come facevano notare ieri alcuni avventurosi bagnanti sulla spiaggia di Haifa. Sarà perché sono consapevoli che le forze armate israeliane sono tutte schierate per parare il colpo di Teheran, se e quando arriverà. O sarà perché, per non perdere l’equilibrio mentale, in Medio Oriente bisogna necessariamente essere un po’ fatalisti. Qualsiasi sia il motivo, gli israeliani che non sono al fronte attendono l’annunciata vendetta degli ayatollah con un invidiabile sangue freddo: andando al lavoro, pranzando fuori al sole e correndo sul lungomare.
I segnali, però, sono tutti pessimi. Ce n’è uno, in particolare, che dà la misura di quanto gli Stati Uniti siano preoccupati da un’escalation che finirebbe per incendiare tutta la regione, e anche oltre: la portaerei Eisenhower ha ricevuto l’ordine di risalire il Mar Rosso verso la penisola del Sinai con l’obiettivo di «aumentare la deterrenza da parte dell’amministrazione …
HAIFA — Sarà perché si sentono in guerra con l’Iran già dal 7 ottobre, come facevano notare ieri alcuni avventurosi bagnanti sulla spiaggia di Haifa. Sarà perché sono consapevoli che le forze armate israeliane sono tutte schierate per parare il colpo di Teheran, se e quando arriverà. O sarà perché, per non perdere l’equilibrio mentale, in Medio Oriente bisogna necessariamente essere un po’ fatalisti. Qualsiasi sia il motivo, gli israeliani che non sono al fronte attendono l’annunciata vendetta degli ayatollah con un invidiabile sangue freddo: andando al lavoro, pranzando fuori al sole e correndo sul lungomare.
I segnali, però, sono tutti pessimi. Ce n’è uno, in particolare, che dà la misura di quanto gli Stati Uniti siano preoccupati da un’escalation che finirebbe per incendiare tutta la regione, e anche oltre: la portaerei Eisenhower ha ricevuto l’ordine di risalire il Mar Rosso verso la penisola del Sinai con l’obiettivo di «aumentare la deterrenza da parte dell’amministrazione Biden». A bordo ha sistemi di contraerea in grado di intercettare missili e droni puntati su Israele. Secondo alcune fonti vicine al governo americano, saranno inviati rinforzi nelle basi in Medio Oriente per renderle pronte a qualsiasi risposta l’Iran deciderà di mettere in atto dopo la distruzione del consolato iraniano a Damasco del primo aprile, dove sono morti sette pasdaran tra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, testa di ponte con le milizie libanesi di Hezbollah.
«La minaccia della rappresaglia di Teheran è reale e si può concretizzare», spiegano alla Casa Bianca, senza tuttavia addentrarsi in previsioni sulla tempistica. A differenza di quanto hanno fatto ieri due funzionari dell’amministrazione Biden: parlando in forma anonima al canale Cbs, hanno ipotizzato che Israele « entro 24-48 ore» sarà investito da «cento droni e diversi missili».
L’attacco a sciame, tattica di combattimento sviluppata e già usata in passato dalle Guardie della Rivoluzione e di cui si è parlato ieri su Repubblica, è lo scenario peggiore: se provenisse direttamente da suolo iraniano, significherebbe automaticamente guerra aperta. Ma anche se fossero le milizie sciite alleate dell’Iran a condurlo (Hezbollah, Houti, i gruppi siro-iracheni) il rischio dell’esplosione dell’intera regione è alto. Nella serata di ieri Hezbollah ha lanciato sul nord di Israele 40 razzi katiusha e due droni esplosivi, distrutti dalla contraerea o caduti in aree deserte: neanche un assaggio di quel che potrebbe essere la rappresaglia a sciame. Che resta, va detto, l’ipotesi meno probabile, proprio per le conseguenze apocalittiche che avrebbe. Nel ventaglio delle possibilità temute dai servizi di intelligence ci sono anche l’assalto a una sede diplomatica israeliana all’estero e l’attacco missilistico mirato su obiettivi militari, come la base sul Monte Meron al confine col Libano o le alture del Golan.
Le diplomazie di Stati Uniti, Francia, Russia e Germania in queste ore stanno lavorando in segreto con entrambe le parti per tentare di evitare lo showdown. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha telefonato al suo omologo iraniano, Hossein Amir-Abdollahian. «Gli ho rivolto un appello alla moderazione, non possiamo rischiare una escalation in una fase estremamente volatile come questa. Tutti gli attori regionali devono dare prova di responsabilità». Sia il segretario di Stato Antony Blinken sia quello alla Difesa Lloyd Austin hanno parlato con il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, per avere contezza di come lo Stato ebraico intenda reagire a quel che tutti gli osservatori considerano ormai inevitabile, e anche per sottolineare a Gallant di non essere stati preavvertiti del raid al consolato di Damasco (che Israele ufficialmente non ha rivendicato).
Non è un eccesso di cautela, dunque, se i governi di Francia, Gran Bretagna, Canada, India, Polonia e Australia hanno emanato avvisi ai propri cittadini di evitare viaggi in Israele, Cisgiordania, Iran e Libano. Lufthansa ha fermato i voli da e per Teheran. L’ambasciata Usa ha chiesto al proprio staff in Israele di non spostarsi fuori dalla cosiddetta “grande Tel Aviv” (che include Herzliya, Netanya, Even Yehuda), da Gerusalemme e da Be’er Sheva. «Siamo pronti a ogni scenario, difensivo e offensivo», ostenta sicurezza il portavoce delle forze armate israeliane Daniel Hagari. «Il nostro capo di Stato maggiore sta valutando la situazione insieme al comandante del CentCom americano, il generale Kurilla. Siamo coordinati». Ai cittadini israliani non è stata fatta alcuna raccomandazione particolare. Solo quella di «rimanere vigili», perché «la nostra contraerea è tra le migliori al mondo, però non è infallibile».