La scelta dell’India
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Carlo Pizzati. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualL’India affronta le elezioni più costose della sua storia con un investimento di oltre 8 miliardi di euro, tra accuse di soffocamento dei diritti civili delle minoranze, persecuzione dell’opposizione, mazzette in cambio di protezione, ma anche trionfi economici e geopolitici accumulati dal governo di Narendra Modi in 10 anni. Per 44 giorni, dal 19 aprile al 1 giugno, 970 milioni di indiani potranno andare al voto per rieleggere per un terzo mandato consecutivo la maggioranza di destra del Bharatya Janata Party (che ora ha 303 seggi) oppure scegliere l’alleanza dell’opposizione di sinistra guidata da Mallikarjun Kharge, leader del Congress Party (che oggi ha appena 52 seggi). Ci vorrà un mese e mezzo per via dell’enorme popolazione, le distanze e la logistica per assicurarsi che ogni provincia scelga, tra più di 8 mila candidati, i 543 parlamentari nelle sette date del periodo elettorale. Negli Stati più piccoli si vota in un unico giorno, in quelli come l’Uttar Pradesh, con più di 230…
L’India affronta le elezioni più costose della sua storia con un investimento di oltre 8 miliardi di euro, tra accuse di soffocamento dei diritti civili delle minoranze, persecuzione dell’opposizione, mazzette in cambio di protezione, ma anche trionfi economici e geopolitici accumulati dal governo di Narendra Modi in 10 anni. Per 44 giorni, dal 19 aprile al 1 giugno, 970 milioni di indiani potranno andare al voto per rieleggere per un terzo mandato consecutivo la maggioranza di destra del Bharatya Janata Party (che ora ha 303 seggi) oppure scegliere l’alleanza dell’opposizione di sinistra guidata da Mallikarjun Kharge, leader del Congress Party (che oggi ha appena 52 seggi). Ci vorrà un mese e mezzo per via dell’enorme popolazione, le distanze e la logistica per assicurarsi che ogni provincia scelga, tra più di 8 mila candidati, i 543 parlamentari nelle sette date del periodo elettorale. Negli Stati più piccoli si vota in un unico giorno, in quelli come l’Uttar Pradesh, con più di 230 milioni di abitanti, si vota in ognuna delle sette date, grazie al coordinamento di 15 milioni di scrutatori in tutto il Paese.
Il nostro viaggio attraverso l’India inizia nella metropoli che dal 2024 accoglie più miliardari di ogni altra città asiatica. Dopo New York e Londra, è Mumbai la città con più super-ricchi al mondo. Ma nel caos allegro delle sue strade non si percepisce il lusso. Tra le bancarelle di street food, gli affannati taxi gialli e neri, i tuk tuk schiamazzanti e il valzer di pedoni e pendolari, si osserva il tipico scenario da Paese in via di sviluppo. Basta alzare gli occhi verso l’obbrobrio pacchiano del grattacielo della famiglia più ricca d’Asia, gli Ambani, asserragliati nei 27 piani nella torre privata Antila, antenna del kitsch degli arricchiti del Gujarat, per leggere l’impennata della prosperità accumulata in due generazioni dai monopolisti. Mukesh Ambani vale oggi 110 miliardi di dollari, è l’undicesimo uomo più ricco al mondo seguito da Gautam Adani, 97,9 miliardi.
Lo Stato del Maharashtra produce il 6% del Pil nazionale, il 25% dell’output industriale, il 70% del commercio marittimo. Il tutto in una marea di senza casa che affolla le strade. Anche a Colaba, la punta più a sud di una lunga isola che ricorda Manhattan. Sul lungomare che cinge il luccicante Taj Mahal Palace, dove nel 2008 una carneficina di terroristi islamici infiltrati dal Pakistan spostò parte dell’elettorato verso una radicalizzazione antimusulmana, si può ammirare la Porta dell’India, l’arco affacciato sui mercati mediorientali e sull’Europa. È dove sognano di andare, forse, i diseredati accorsi dalle campagne con l’urbanizzazione degli ultimi 20 anni, sfrattati dall’inflazione degli affitti che convive con lavori non qualificati. Cantieri stradali e edili costellano l’India del 2024. Ma dietro le impalcature si cela un dato significativo. È vero che sono aumentati i posti di lavoro nelle costruzioni. Ma sono sottopagati. E non bastano ad arginare la disoccupazione del 40% dei laureati under-25 (paragonata al 7,5% in Cina). L’India ha un numero crescente di giovani con titoli di studio, frustrati perché non riescono a trovare un lavoro all’altezza delle aspettative, illusi che la mirabolante crescita economica, che per il governo è arrivata al 7,6% a marzo ‘24, non genera abbastanza posti di lavoro. È su questo scontento giovanile che l’opposizione appende le sue esili speranze.
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Risalendo verso nord lungo Marine Drive, ci si avvicina al fulcro della città. Ecco il quartiere che meglio rappresenta la capitale finanziaria indiana, dove svetta il grattacielo Lodha Trump Tower, joint venture tra il miliardario ministro dello Sviluppo del Maharashtra del Bjp, Mangal Prabhat Lodha, e l’ex presidente americano Donald Trump. Oltre la Baia di Mahim si arriva a Bandra, dove vivono la star Shah Rukh Khan e il “ceto medio riflessivo” all’opposizione.
Mumbai si può definire nella spaccatura tra chi ambisce a entrare nel quartiere di Lodha Trump, dove la sera ci si ritrova nei ristorantini tra marciapiedi nitidi che ricordano Abu Dhabi, e il mondo di Bandra dove si trincerano i giornalisti coraggiosi che osano esprimere critiche al governo, come quelli del giornale Scroll.in, gli intellettuali, gli artisti, gli attori, i galleristi che ancora articolano critiche e non solo elogi sperticati per Modi.
Così il SeaLink, la rete stradale che spezzando l’orizzonte a occidente compone su trampoli di cemento un lungo pontile, accompagnato da tunnel nel cuore dell’isola per risolvere il problema del traffico, si trasforma in uno specchio di diverse visioni del mondo. Per gli imprenditori della Lodha Trump l’asfalto che inanella la nuova Mumbai è il futuro: meno traffico, meno spreco, più modernità. A Bandra, chi non crede nel fondamentalismo induista che trasforma l’India in “autocrazia elettorale” (definizione della Ong svedese V-Dem), vede invece uno scempio per Mumbai che intaserà gli snodi di un quartiere finora salvo dai clacson.
Lo scenario politico, qui come nel centro-nord, è dominato dall’induismo. Tradizionalmente il Maharashtra è nelle mani del Shiv Sena, partito induista locale. Nel 2019 ha conquistato 18 seggi e l’alleato Bjp 23, costruendo una maggioranza solida. Da allora, il Shiv Sena si è spaccato, una parte col Bjp e l’altra con l’opposizione del Congress Party. Una lotta cruenta, tuttora in corso, che secondo le previsioni vedrà Modi uscirene vincitore. Così Mumbai diventerà ancor più un simbolo internazionale dei monopolisti arricchiti con petrolio, telecomunicazioni, materie prime e appalti per costruire la rete di infrastrutture dell’India del futuro, tra aeroporti, autostrade e porti commerciali.
Nella terra contesa della Silicon Valley indiana
Scendendo a sud, si penetra nel Karnataka, punta di diamante dell’Information Technology, unico luogo nel meridione che accoglie l’hindi, la lingua dell’Hindutva, l’ideologia che vuol imporre l’induismo come religione di Stato. Nel 2019, il Bjp trionfò con 25 dei 28 seggi nazionali. Nel 2023, però, il governatore del Congress Party, il carismatico Siddaramaiah, si è ripreso l’assemblea regionale con 136 seggi contro i 66 del Bjp, facendo sperare in una riscossa nel 2024. Ma a settembre un partito “ago della bilancia” il Janata Dal, ha cambiato casacca, alleandosi a Modi. A Bangalore e dintorni il partito di Modi ha avuto successo grazie all’urbanizzazione e all’industrializzazione. La miscela di nazionalismo e promesse è piaciuta ai giovani accorsi a lavorare prima nei call center e poi nelle start up, occupazioni che consentono di uscire dalla propria casta e classe sociale.
Nella congestionata Church street, la biblioteca della Book Society è oggi un Hard Rock Café. Un maxi-negozio di cellulari è attorniato da baretti che sembrano sbucati dalla periferia di Cupertino, in California. Siamo nella Silicon Valley indiana dove si trova il 40 % delle startup e si genera l’8 % del Pil nazionale, con un giro d’affari di 250 miliardi di dollari. E se nelle folle indiane è evidente che la metà del miliardo e 450 milioni di cittadini ha meno di 25 anni, qui la percentuale appare ancora più alta. Non è certo un Paese per vecchi. Tranne forse al ristorante “Koshy,” ritrovo dell’intellighenzia locale. «La mia donna delle pulizie mi ha chiesto un giorno libero per accogliere Modi all’aeroporto - racconta una professoressa sorseggiando un tè - “Non sapevo votassi Modi”, ho detto. “Non lo voto”, ha risposto, “è che mi danno 500 rupie”. “Alle regionali mi ha detto di aver votato Congress. Ma non ti piaceva Modi?”. “Il Congress mi da 600 rupie…”. Ecco spiegato un problema della più popolosa democrazia al mondo, dove il voto dei poveri è sovente merce da vendere al miglior offerente. Molti studi documentano come le spese domestiche, i piccoli investimenti, l’acquisto di alcol e altri beni non primari aumentino notevolmente sotto elezioni, con una correlazione diretta legata al denaro in cambio di voti. Il che spiega anche i costi record di queste elezioni.
Anche se il Bjp continua a promettere un repulisti anti-corrotti, anche se Modi continua a presentarsi come il candidato anti-bustarelle, la realtà, nel lato pratico degli appalti, dei permessi, della burocrazia, è la solita. Lo dicono gli indici che misurano la facilità di fare affari nel mondo. Lo dicono le imprese internazionali che non si sono lasciate irretire dalla promessa del “Make in India” fatta da Modi nel 2014, piano ambizioso per attrarre investimenti esteri tuttora spesso recalcitranti. Invece, molte società se ne sono andate. La Citibank ha venduto le filiali alla Axis Bank, la Danone ha smesso di fare yogurt, la Ford ha fermato la fabbrica a Chennai. Alcuni imprenditori di Bangalore confermano la sensazione che il protezionismo, mascherato da aggrovigliati e snervanti cavilli burocratici e richiesta di mazzette, sia il vero nemico. «Sappiamo che va pagata una certa percentuale», confessa a una cena un uomo d’affari che vota Bjp e vuol restare anonimo, «non si può pretendere che cambi tutto in poco tempo». In verità son passati 10 anni di governo Bjp… «Sì, ma il punto è l’avidità. Nell’ultimo appalto la percentuale richiesta dal funzionario era quasi il 40 per cento. Ho pattuito una tregua con i competitor. Siamo andati a dirgli: o abbassi la tangente, o nessuno accetterà. Ha funzionato». Le soluzioni si trovano. Ma quando il conflitto è politico, venirne fuori è complesso. È il caso di un altro Stato del sud, noto come la “Terra dei Tamil.”
Nella terra dei Tamil insediata dalle promesse del nord
Scendendo lungo la costa di Coromandel, sull’“autostrada” East coast road attraversata da pastori e vacche - ma interrotta da lavori in corso per sopraelevate e ampiamenti a 8 corsie - si approda nell’ex colonia francese di Pondicherry. Tra le stradine dai nomi francofoni si osservano ancora armate di turisti occidentali alla ricerca di esotismo, stranieri hippie chic assetati di spiritualità. Ma da quattro anni i ristoranti, le boutique e i cocktail bar sono stipati di giovani indiani in arrivo dal mondo IT di Hyderabad, Chennai e Bangalore, con camice alla moda, cappellini di paglia e short colorati. E con budget di spesa generoso. Sono la nuova India. E sono elettori quasi trentenni che conoscono solo l’era Modi. Eppure il Tamil Nadu non è ancora capitolato. Nonostante le molte pressioni. «Il problema qui», spiega un imprenditore edile cinquantenne di Chennai, «è che gli appalti per le infrastrutture finanziati da Delhi vanno alle ditte del Nord vicine al Bjp che arrivano senza sapere come funziona il contesto. Spendono troppo e ci mettono di più. La soluzione, ci dicono, è iscriversi al Bjp. Così, pur essendo tamil, otterrai l’appalto».
Chennai viene chiamata la Detroit dell’Asia perché in un corridoio di 60 km si produce il 33 % dei veicoli commerciali, il 21% delle automobili e il 35% di pezzi di ricambio. Ma qui si è affermata anche l’Information Technology. A Bangalore, Chennai e Hyderabad sono arrivati giganti globali come Amazon e Microsoft. Il 46 % degli “unicorni” è qui nel Sud, come anche il 66% dei servizi IT da esportazione. Su 14 fornitori Apple in India, 11 sono nel Sud. Il Pil pro capite negli Stati del Sud è 4,2 volte più alto che al Nord. Il Bjp qui non è ancora riuscito a sfondare. Ma vuole portare i seggi del Parlamento nazionale da 543 a 754, e le nuove poltrone andrebbero in gran parte agli Stati popolosi del Nord dove il Bjp è fortissimo. «È una spada di Damocle che pende sulla testa del Tamil Nadu», ha dichiarato il governatore, capofila della dell’opposizione a Modi. Che rischia anche il posto, perché ormai molti sostengono che un governatore del Bjp canalizzerebbe più investimenti da Delhi.
Nel nordest schiacciato tra Cina, Bangladesh e Myanmar
Un esempio di come il sud rischia di omogeneizzarsi all’ondata del Bjp lo si trova nel nord-est indiano, dove le “Sette sorelle,” stati poveri ed ex di sinistra, sono rotolati nelle mani del Bjp. Guwahati è la capitale dell’Assam, terra famosa sia per il tempio alla “dea delle mestruazioni” Khamakya, dove si celebrano ancora sacrifici animali, sia per le piantagioni di tè, sia perché nella visitatissima riserva di Kaziranga vive il 70% della popolazione mondiale di rinoceronti. Il problema qui erano gli attentati dei nazionalisti assamesi, forse con la complicità oltre-frontiera dei cinesi. Oggi, il potere del Bjp è tale che acerrimi nemici come il leader nazionalista assamese Dipanka Kumar Nath cambiano casacca.
Nath si opponeva alla legge di cittadinanza che integra i profughi bengalesi di religione induista e cristiana. Temeva che l’accettazione delle folle di profughi avrebbe alterato economia, cultura e politica assamese. Ma alla fine si è iscritto al Bjp, come altri politici di opposizione, in questi anni.
Il problema del confine con il Bangladesh lo si scopre risalendo verso la “Patria delle Nuvole,” lo Stato di Meghalaya che svetta su un altopiano oltre i 1000 metri. Anche qui la paura dei migranti bengalesi scatena reazioni aggressive. Da quassù, proprio come nella Fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari,” si scruta la vasta pianura del Bangladesh che durante i monsoni si allaga fino a sembrare un’unica grande baia costellata di isolotti dove si trincerano pescatori e contadini in fuga dall’innalzamento delle acque.
Molti sconfinano, rischiando una pallottola delle Forze di sicurezza di frontiera. Il frastagliato confine tra il Bangladesh e gli Stati di Assam, West Bengala, Mizoram, Tripura e Meghalaya è la quinta frontiera più lunga al mondo. E una delle più letali. Sono 4.096 km di filo spinato, palizzate, torrenti, paludi e strade. Per fermare il contrabbando di vacche, droga, armi, immigrazione e terrorismo in questo colabrodo, tra il 2000 e il 2020 gli agenti indiani hanno ucciso 1.236 bengalesi. La linea dura del Bjp si è trasformata in voti. Nel vicino Stato del Manipur un altro conflitto etnico ha causato di recente 130 morti e 50mila sfollati. La maggioranza induista dei Meitei si è opposta alla legge per gli aiuti alla minoranza tribale dei Kuki. Sommosse, sparatorie e proteste sono continuate per mesi.
Varanasi, Bollywood della spiritualità
Varanasi (l’ex Benares) è la città dove molti induisti desiderano venire a morire o a farsi cremare sulle scalinate nel Gange, per accelerare la ruota delle reincarnazioni, ottenere la liberazione, moksha, unendosi in eterno alla divinità. Siamo nella città simbolo dell’Uttar Pradesh, regno del Bjp. Il governatore, il monaco fondamentalista Yogi Adityanath, fu scelto da Modi. Nel 2019, il Bjp e gli alleati si sono presi 64 degli 80 seggi. I metodi brutali di Adityanath sono criticati da anni. Molte famiglie di indagati per crimini e anche politici dell’opposizione sono stati o arrestati con poche prove, oppure uccisi in equivoci encounters in cui gli agenti erano “costretti a sparare.” COra l’Uttar Pradesh cerca di presentare un’immagine più evoluta, ma resta un luogo denso di pericoli, tranne forse proprio a Varanasi, dov’è candidato Modi, grazie a investimenti generosi del Bjp.
Varanasi offre un’immagine bollywoodizzata dell’induismo. Tra i caratteristici santoni sadhu con i dreadlock e la collana di semi, al tramonto, lungo il Gange si radunano preti e fedeli per la cerimonia del fuoco che evoca più una coreografia cinematografica che non un antico rito sacro. Ma il popolo di fedeli assembrato nelle barchette sul fiume ammirando i movimenti coordinati dei preti attorno ai bracieri, resta a bocca aperta tra il baluginio di migliaia di candeline galleggianti abbandonate al flusso acqueo, come questue per le divinità. Anche questo è il popolo del Bjp. Mentre arti umani rotolano dalle pire assieme ai ciocchi di legno accatastati per la cremazione, si alzano al cielo, tra le volute di fumo, i canti induisti per celebrare Shiva, Vishnu, Kali, Ganesh e il resto delle divinità oggi simboli di una religione politicizzata.
Nell’Uttar Pradesh, i fondamentalisti del Bjp hanno vinto una battaglia leggendaria per l’Hindutva. Dopo decenni di scontri, i giudici hanno accettato che l’abbattimento da parte di una folla di fanatici indù della moschea di Babri ad Ayodhya, nel 1992, fosse irreversibile. E hanno decretato che il tempio elevato al dio Ram è legittimo, proclamando Ayodhya città sacra per l’induismo. E confermando la potenza del fondamentalismo nel reprimere il passato islamico e il presente di 200 milioni di cittadini musulmani.
Delhi, tra arresti e proteste, si candida a leader globale
Recentemente la capitale è stata scossa da una serie di colpi stordenti contro l’opposizione. Prima di tutto, l’espulsione dal Parlamento dell’uomo simbolo dell’opposizione, Rahul Gandhi, per un’esile condanna per diffamazione che ha innescato l’immediata sospensione del rampollo della dinastia Nehru-Gandhi. Poi c’è stato il caso Mahua Moitra, ex parlamentare del Trinamool Congress Party, nota per vivaci interventi contro Modi. Coinvolta in uno scandalo innescato da un ex amante, è stata espulsa anche lei dal Parlamento. Ma lo shock più recente per la democrazia indiana è stato l’arresto per corruzione di Arvind Kejrwal, governatore di Delhi e leader di un partito di opposizione forte anche nel Punjab, l’Aad Aadmi Party. Inoltre, a Natale, in risposta alle manifestazioni di protesta dell’opposizione che chiedevano una commissione d’inchiesta bipartisan sull’incursione di due manifestanti (laureati disoccupati) che urlavano “Abbasso la dittatura!” durante una seduta Parlamentare, le autorità hanno sospeso fino a fine sessione tutti i 146 politici dell’opposizione.
Non sono fulmini a ciel sereno. Dal 2014 al 2024, più di 400 politici sono stati indagati per corruzione. Nel periodo del governo del Congress, dal 2009 al 2014, solo 40 politici furono indagati. Sembrerebbe una buona notizia per l’etica indiana. Ma il 90 % degli indagati sono membri dell’opposizione. Il Bjp dichiara che è perché i corrotti sono dall’altra parte. È per questo, sostengono, che il temibile Enforcement Directorate, il Central Bureau of Investigations, e l’Income Tax department (il fisco) colpiscono nel centro-sinistra. Ma uno scandalo sui finanziamenti pubblici dimostra che non è così. La Corte Suprema ha decretato che il sistema di finanziamento pubblico ai partiti voluto dal Bjp, utilizzando le “Obbligazioni elettorali,” deve diventare trasparente. È emerso così che le Obbligazioni sono state spesso usate come modo per gli indagati di pagare il partito al potere per far si che l’inchiesta per truffa, per corruzione, per riciclaggio all’improvviso svanisse.
Sono scandali che fanno sperare l’opposizione. Ma i sondaggi danno Modi al 78% dei consensi, uno dei leader più amati al mondo. Più che un premier, un guru. E la coalizione dell’opposizione non dà l’impressione di avere compattezza. Si fa chiamare Indian National Develpmental Inclusive Alliance, o INDIA. E come l’India, anche l’Alleanza inclusiva nazionale per lo sviluppo è piena di diversità. Vi partecipano 26 partiti regionali coordinati a fatica dal Congress Party. L’INDIA promette di far crescere l’economia, aumentando l’occupazione con più impieghi pubblici e di punire gli attacchi dei fondamentalisti indù alle minoranze (musulmani e Dalit) riaprendo gli spazi della critica in un ambito mediatico molto represso. Si propone come partito anti-polarizzazione. Ma oggi la coalizione raccoglie appena 142 seggi contro i 303 di un Bjp che con gli alleati arriva a 352, e che punta a 370 nel 2024, cifra che consentirebbe di approvare riforme costituzionali radicali.
Nonostante non abbia generato abbastanza posti di lavoro, Modi è riuscito a conquistare i voti tra i più poveri con il “New welfarism,” programmi economici di aiuti e distribuzione di servizi. Con la digitalizzazione dei pagamenti, è riuscito a far arrivare i bonifici dei sussidi nei conti degli elettori, invece di affidarsi a costosi e spesso corrotti intermediari. Il Bjp ha costruito una macchina di influenza potente.
Nella campagna elettorale Modi elenca ciò che chiama le “garanzie,” come il ruolo accresciuto dell’India nel mondo, sia negli equilibrismi della sua posizione tra Russia e Cina all’interno dei Brics e della Shanghai Cooperation Organization, che nell’espansione nei rapporti con Medioriente, Asia e Africa. Ma anche la riaffermazione muscolare sul Pakistan, nazione ormai fallimentare.
C’è poi la crescita economica, accentrata però nei conglomerati amici del potere e negli Stati del Gujarat, Rajasthan, Haryana, epicentri del “modismo,” nella miscela di fondamentalismo e galoppo industriale-economico. Ma il lato oscuro, di cui si legge poco in India, a parte le violazioni dei diritti civili delle minoranze religiose e delle caste più basse, è la disoccupazione che dal 2017 al 2024 ha mantenuto la media del 6,1%, la più alta in 45 anni, con picchi del 20,8% nel 2020 causa pandemia. Per l’ente governativo Periodic Labour Force Survey, nel 2023 c’è stato un promettente calo fino al 3,2%. Invece, per l’ente indipendente Center for Monitoring Indian Economy, a gennaio del 2023 la disoccupazione era all’8,3%. Sono cifre da scrutare con la lente d’ingrandimento per scoprire che in questi 10 anni tra gli occupati c’è stato un aumento di lavoratori autonomi dal 49,5% (2014) al 57,3% (2023), quindi più stagionali e con meno stabilità e sicurezze. I salariati sono scesi dal 23,1% al 20,9%. L’occupazione nel manufatturiero si è dimezzata tra il 2016 e il 2021 e la maggioranza dei dipendenti è sottopagata, a fronte di un’inflazione attorno al 5%. L’occupazione è aumentata nell’edilizia, ma con lavori stagionali pagati poco. Inoltre, la pessima gestione della pandemia ha creato un ritorno alle campagne: nel 2019 la popolazione nelle zone rurali aveva un tasso del 42,5 % (in confronto al 58% del 2004) ma nel 2022 è risalito al 45,5%.
Nelle montagne contese dell’Himalaya dove vive il Dalai Lama
Atterrando ai piedi del massiccio del Dhauladar che tocca i 6000 metri si è subito inebriati dall’altitudine. Salendo verso Dharamshala e il Tempio del Dalai Lama si diradano i simboli induisti, rimpiazzati dai sai amaranto dei bonzi e dalle bandierine variopinte. Non è un caso che la città del buddismo tibetano, affacciata sull’estesa base militare che ospita il Nono distretto dell’esercito, sia il simbolo della resistenza alle pressioni cinesi ai confini.
Oltre le nevi del Dhauladar, lassù a nordest, ci sono i picchi del Ladakh al confine con la Cina. Un movimento politico pacifista ladakhiano sta protestando da settimane per riottenere il diritto di gestirsi politicamente, dopo che Modi, togliendo l’autonomia al Kashmir, s’è preso anche la gestione diretta del Ladakh motivandolo con le tensioni frontaliere d’alta quota.
Guardando verso nord-ovest ecco il Jammu e Kashmir, frontiera rovente con il Pakistan. Il Kashmir è il simbolo del pugno di ferro degli induisti con le minoranze islamiche. Pur avendo una popolazione a maggioranza musulmana, a causa dei perenni conflitti etnici e religiosi, le forze armate lo stanno presidiando e Delhi sta gestendo anche questo Stato, proponendo le spettacolari montagne come meta turistica, non fosse per il rischio attentati non ancora debellato.
Qui dal tetto del mondo, rivolgendo lo sguardo ai diversi punti cardinali si può fare un riassunto dell’India alla vigilia del voto. La capitale problematica, la più inquinata al mondo, spesso bloccata dalle proteste degli agricoltori del Punjab in rivolta contro le privatizzazioni agrarie e la liberalizzazione dei prezzi. E dove non esiste più una stampa critica. La grande pianura pro-Bjp popolata dai vigilantes delle vacche che in questi 10 anni hanno terrorizzato musulmani o Dalit (gli intoccabili) che commerciavano la carne bovina, uccidendo, torturando, picchiando, ma poi diventando leader politici dopo occasionali pene carcerarie. Il Gujarat sempre più affluente dove gli amici di Modi sono oggi gli uomini più ricchi al mondo. I poverissimi Stati di Jharkhand e Bihar che forniscono manovalanza a basso costo per costruire strade nei luoghi più impervi della nazione. Il nord-est in subbuglio per le migrazioni che ne alterano economia, cultura e tradizioni. Il ricco sud che resiste al concetto di Hindutva. E il costante esercito di un milione di giovani che ogni mese entra nel mondo del lavoro e deve trovare un’occupazione in una nazione che cresce al galoppo, sì, ma non di certo in maniera uguale per tutti.
L’India va al voto, nei mesi più torridi, in un clima teso, ma con un esito che molti prevedono garantirà la continuità di un sistema sempre meno incline ai valori democratici.