Israele prepara la rappresaglia: “Risponderemo al momento giusto”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME — E adesso? Cos’ha in testa, davvero, Netanyahu, ora che Israele, grazie anche agli alleati, ha parato il colpo annunciato e infine sferrato dall’ayatollah Khamenei? Nonostante l’Iran per la prima volta nella storia abbia attaccato direttamente Israele, l’Occidente chiede a Bibi di mantenere la calma, di evitare la reazione di pancia, quella immediata e brutale che il premier ha promesso di riservare a chiunque attacchi lo Stato ebraico. E che una parte degli israeliani vorrebbe, nonostante significhi incendiare il Medio Oriente, trascinandolo verso il conflitto regionale.
La partita non è chiusa, affatto. Il Gabinetto di guerra si è riunito nella serata a Tel Aviv e, da quel poco filtrato sui media, pare che l’orientamento prevalente sia di rispondere all’Iran, anche se non è stato rivelato né quando né come. «Non abbiamo intenzione di estendere le nostre operazioni militari, al momento», riferisce Daniel Hagari, portavoce delle Israeli defence forces (Idf), dove in q…
GERUSALEMME — E adesso? Cos’ha in testa, davvero, Netanyahu, ora che Israele, grazie anche agli alleati, ha parato il colpo annunciato e infine sferrato dall’ayatollah Khamenei? Nonostante l’Iran per la prima volta nella storia abbia attaccato direttamente Israele, l’Occidente chiede a Bibi di mantenere la calma, di evitare la reazione di pancia, quella immediata e brutale che il premier ha promesso di riservare a chiunque attacchi lo Stato ebraico. E che una parte degli israeliani vorrebbe, nonostante significhi incendiare il Medio Oriente, trascinandolo verso il conflitto regionale.
La partita non è chiusa, affatto. Il Gabinetto di guerra si è riunito nella serata a Tel Aviv e, da quel poco filtrato sui media, pare che l’orientamento prevalente sia di rispondere all’Iran, anche se non è stato rivelato né quando né come. «Non abbiamo intenzione di estendere le nostre operazioni militari, al momento», riferisce Daniel Hagari, portavoce delle Israeli defence forces (Idf), dove in quell’“al momento” vanno ricercate le reali intenzioni di Netanyahu. «Abbiamo approvato dei piani operativi sia offensivi che difensivi».
Benny Gantz, uno dei cinque ministri che compongono il Gabinetto, sorta di mini governo di unità nazionale nato dopo il 7 ottobre, invita il premier a sfruttare strategicamente la rappresaglia fallita della Repubblica islamica per «costruire una coalizione regionale contro la minaccia iraniana». In sostanza, di elaborare una risposta per i 330 ordigni lanciati su Israele, il 99% dei quali abbattuti, ma di farlo con freddezza e intelligenza, «esigendo un prezzo nella maniera e con la tempistica più vantaggiose per noi». Dunque di non puntare subito i missili e i caccia su infrastrutture militari in territorio iraniano. Di aspettare. Anche perché il presidente americano Joe Biden, che ha convocato d’urgenza una riunione dei capi di Stato e di governo del G7, ha dichiarato di non avere intenzione di sostenere alcun attacco diretto contro la Repubblica islamica, conscio dell’escalation in cui gli Stati Uniti si ritroverebbero inevitabilmente impelagati e già promessa dalle Guardie della rivoluzione con la minaccia di aggredire, nel caso di intrusione, le basi Usa.
La partita non è chiusa ed entrambi i contendenti, nel day after, rivendicano la vittoria. Teheran esulta per aver punito «il regime sionista». A Tel Aviv, invece, il comando dell’Idf mette sotto forma di numeri il successo del poderoso ombrello aperto sul Paese: solo una manciata dei 330 ordigni lanciati ieri notte (170 droni kamikaze, 120 missili balistici, 30 missili da crociera a guida satellitare) ha toccato il suolo israeliano. «Si contano sulle dita di una mano i missili che hanno colpito la base dell’aviazione di Nevatim, nel deserto del Negev, che ha subito danni leggeri ed è pienamente operativa». Tutto il resto è stato abbattuto in volo, la maggior parte intercettato ancor prima di varcare i confini grazie all’aiuto dei jet americani, francesi, inglesi e anche giordani.
Per quanto il regno Hashemita si affretti a dire di averlo fatto «solo per la nostra sicurezza», la partecipazione a sorpresa della Giordania alla coalizione che ha protetto il cielo sopra Israele è un fatto politico inedito, il seme della “coalizione regionale anti Iran” tra paesi arabi sunniti di cui parlano sia Benny Gantz, sia il ministro della Difesa Yoav Gallant, ieri in visita a un’unità militare che comanda una delle batterie Arrow 3, efficaci nel disintegrare i missili balistici. «Insieme agli Stati Uniti e ad altri Paesi, abbiamo formato una forte e potente alleanza, sincronizzando i nostri apparati di difesa, che ha impedito danni, tranne incidenti minori». Tra questi, purtroppo, c’è il ferimento in modo serio di una bimba di 7 anni, raggiunta da una scheggia nei pressi di Arad.
Se Netanyahu non cederà alle sirene dei suoi ministri della destra radicale e messianica, che pretendono dal Gabinetto di guerra l’ordine per una offensiva immediata contro Teheran, Israele può incassare un successo strategico dall’attacco senza precedenti di sabato notte.
Chi conosce il premier, però, sa che il suo istinto naturale lo porta invece a voler mostrare all’Iran i muscoli della superiorità tecnologica e militare. A ripagare Khamenei con la sua stessa moneta. Cosa potrebbe fare? Scartato (per ora) l’attacco diretto su basi e centri che lavorano al riarmo nucleare, e in attesa di capire se la via diplomatica del G7 con sanzioni economiche contro Teheran possa essere sufficiente, c’è chi ritiene che il premier userà la rappresaglia iraniana come pretesto per regolare i conti con Hezbollah nel Sud del Libano, ordinando all’Idf di varcare il confine per spingere i miliziani oltre il fiume Litani. Consentendo così il ritorno a casa degli israeliani, evacuati dalla Galilea per via dei razzi che Hezbollah spara da sei mesi.