Il generale Ben Hodges: “La partita con l’Iran non è chiusa, Usa e alleati devono lavorare per una vittoria globale”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK — «La Repubblica Islamica ha sparato oltre trecento fra droni, Cruise e missili balistici: e di quelli pochi sono effettivamente arrivati su territorio israeliano facendo praticamente zero danni ovunque. A vederla così è una grande sconfitta dell’Iran. Il risultato è a dir poco umiliante. Dunque il dubbio è più che legittimo: sono davvero incapaci o è stato un evento performativo? Me lo auguro». Il generale a riposo Ben Hodges è stato fra il 2014 al 2017 al vertice del Comando dell’esercito degli Usa in Europa dopo aver guidato le truppe in Iraq e aver comandato la Pakistan Afghanistan Coordination Cell. Grande conoscitore del Medio Oriente, oggi è analista del Cepa, Center for European Policy Analysis.
Performativo o meno, l’Iran ha alzato il livello dello scontro. Cosa accadrà adesso?
«Non c’è dubbio che aver lanciato un attacco direttamente da territorio iraniano e in coordinamento con gli alleati Houti ed Hezbollah, obbligherà Israele a dare un qualche tipo di rispost…
NEW YORK — «La Repubblica Islamica ha sparato oltre trecento fra droni, Cruise e missili balistici: e di quelli pochi sono effettivamente arrivati su territorio israeliano facendo praticamente zero danni ovunque. A vederla così è una grande sconfitta dell’Iran. Il risultato è a dir poco umiliante. Dunque il dubbio è più che legittimo: sono davvero incapaci o è stato un evento performativo? Me lo auguro». Il generale a riposo Ben Hodges è stato fra il 2014 al 2017 al vertice del Comando dell’esercito degli Usa in Europa dopo aver guidato le truppe in Iraq e aver comandato la Pakistan Afghanistan Coordination Cell. Grande conoscitore del Medio Oriente, oggi è analista del Cepa, Center for European Policy Analysis.
Performativo o meno, l’Iran ha alzato il livello dello scontro. Cosa accadrà adesso?
«Non c’è dubbio che aver lanciato un attacco direttamente da territorio iraniano e in coordinamento con gli alleati Houti ed Hezbollah, obbligherà Israele a dare un qualche tipo di risposta. Anche se non ha causato danni. Certo, potrebbe trattarsi a sua volta di una risposta selettiva e limitata. Magari limitandosi a colpire le strutture da dove i missili sono stati lanciati. O un raid fuori dall’Iran. Bisogna però anche capire se invece l’Iran considera veramente conclusa la faccenda, come ha detto o se invece ha lanciato questo tipo di attacco per capire qualcosa di più della Difesa israeliana o intendono fare un altro tipo di azione altrove. La partita non è chiusa».
Abbiamo assistito a uno straordinario coordinamento di forze alleate. Farà da deterrente?
«Non c’è dubbio. Abbiamo anche visto quanto la Giordania e l’Arabia Saudita abbiano aiutato: un fatto che ci dice quanto le relazioni strategiche con Israele siano ancora solide nonostante i disaccordi e le pressioni esercitate da quei paesi rispetto a Gaza. Abbiamo in tal senso effettivamente assistito a qualcosa di molto importante. Così come altrettanto significativo è stato lo scambio di intelligence che c’è stato e che, coordinato dagli Stati Uniti, ha coinvolto molti attori sul campo. Competenze, intelligence, tecnologie e formazione hanno portato a un risultato per ora eccellente».
Stati Uniti e Iran non hanno relazioni diplomatiche e ufficialmente non comunicano. E ufficiosamente?
«Ci sono sicuramente canali aperti di cui non sappiamo. E canali terzi che comunque passano messaggi in tempo reale. Non andiamo d’accordo su molte cose, ma le comunicazioni, in un modo o nell’altro, non si sono mai interrotte».
Biden ha detto a Netanyahu che se risponderà ulteriormente lo farà da solo...
«Una minaccia del genere avrà peso solo se gli Stati Uniti decideranno di interrompere il flusso di armi ad Israele. È l’unica pressione effettiva che Biden può fare. Purtroppo temo che al momento la Casa Bianca manchi di strategia in questo contesto: sta lavorando in difesa, preoccupandosi solo di non alimentare l’escalation. Ma personalmente non vedo un piano né la capacità a un impegno concreto a risolvere problemi a lungo termine. E parlo anche della questione Palestinese».
Come se ne esce?
«Penso che Stati Unti e gli altri alleati debbano collaborare per ottenere una vittoria che non sia solo regionale ma globale. E questo significa sostenere economicamente e con armi adeguate innanzitutto l’Ucraina. Non sto andando fuori tema. Fa tutto parte di un unico grande problema strategico globale: se l’Ucraina sconfigge la Russia, allora Mosca sarà più debole. Di conseguenza anche l’Iran rimarrà isolato, insieme ai suoi surrogati, gli Houti, Hezbollah e sì, anche Hamas. Visto che i russi sono finanziati dagli ayatollah. Uno sforzo in tal senso significherebbe anche avere più deterrenza sulla Cina: che finalmente sarebbe costretta ad ammettere che l’Occidente è serio e ha le capacità di mettere in atto le cose che dice. Ecco quello che intendo per priorità strategiche. La Casa Bianca lo sa bene: ma finora non ha avuto la forza politica di farlo».
Sollecitati da Biden i membri del G7 preparano una reazione diplomatica...
«È molto importante.. Il problema è globale e lo sforzo deve essere globale. Non si può perdere altro tempo. Bisogna agire su tutti questi fronti contemporaneamente, ora».