Uno sciame di missili come stelle cadenti nel cielo di Gerusalemme. Khamenei rivendica: “La città sarà musulmana”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME — Sulla cupola più sacra, la pioggia di ferro è apparsa con la forma delle stelle cadenti. Luci prima silenziose e brillanti, rapide ad attraversare il cielo, ferro iraniano inseguito da ferro israeliano. Poi luci che d’un tratto sono esplose, una dopo l’altra e tutte fuori sincrono, perché il boato arrivava con un ritardo di sette-otto secondi: il tempo per l’onda d’urto di toccare il suolo e rimbombare sulla Spianata delle Moschee.
Ci sono immagini che non si accontentano di rimanere nella Storia, la vogliono definire. Non hanno bisogno di didascalia perché danno il significato a un istante e lo raccontano per sempre. Com’è stato il primo attacco diretto della Repubblica islamica a Israele? È stato quelle stelle cadenti lì, incandescenti e letali sulla Cupola della Roccia dove Abramo era pronto a sacrificare suo figlio Isacco. E dove una notte di metà aprile è transitata la vendetta dell’ayatollah Khamenei. Una scena mai vista prima, spettacolare e terribile. Non …
GERUSALEMME — Sulla cupola più sacra, la pioggia di ferro è apparsa con la forma delle stelle cadenti. Luci prima silenziose e brillanti, rapide ad attraversare il cielo, ferro iraniano inseguito da ferro israeliano. Poi luci che d’un tratto sono esplose, una dopo l’altra e tutte fuori sincrono, perché il boato arrivava con un ritardo di sette-otto secondi: il tempo per l’onda d’urto di toccare il suolo e rimbombare sulla Spianata delle Moschee.
Ci sono immagini che non si accontentano di rimanere nella Storia, la vogliono definire. Non hanno bisogno di didascalia perché danno il significato a un istante e lo raccontano per sempre. Com’è stato il primo attacco diretto della Repubblica islamica a Israele? È stato quelle stelle cadenti lì, incandescenti e letali sulla Cupola della Roccia dove Abramo era pronto a sacrificare suo figlio Isacco. E dove una notte di metà aprile è transitata la vendetta dell’ayatollah Khamenei. Una scena mai vista prima, spettacolare e terribile. Non erano astri biblici, ma pezzi di missili lanciati dall’Iran e intercettati dagli israeliani sulla testa degli arabi.
A Gerusalemme nessuno pensava davvero di sentire le sirene di allarme, neppure nel giorno della grande rappresaglia. E non ci si preoccupava di guardare in alto. Piuttosto si facevano i conti con le traiettorie, calcolando tramite velocità e distanza l’ora in cui i droni e i missili teleguidati da Teheran avrebbero varcato i confini dello Stato ebraico. «Non li vedremo qui, nella città che è santa per le tre religioni monoteiste», si argomentava con una certa sicurezza. A Tel Aviv forse, a Haifa, in Galilea, sulle alture del Golan o nel deserto del Negev dove c’è una base militare dell’aviazione. Ma non certo a Gerusalemme. «Nessuno è così pazzo, Gerusalemme è intoccabile».
Eppure, all’1.45 tra il 13 e il 14 aprile, ecco la prima stella cadente. Seguita da una seconda, una terza, una quarta, una decima, e da esplosioni che un po’ hanno terrorizzato e un po’ hanno affascinato, perché vedere in azione il complesso e poderoso sistema di difesa antiaerea è qualcosa che ipnotizza. Dovresti rifugiarti nei bunker, proteggerti dai detriti che cascano, ma non ce la fai a non guardare l’inseguimento, lo riprendi col telefonino. È la Storia. E la fanno batterie anti-missili cui hanno dato dei nomi biblici: la Cupola di ferro, la Fionda di Davide, la Freccia.
«Gerusalemme sarà nelle mani dei musulmani», scrive su X, il giorno dopo, Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, pubblicando un post proprio con il filmato che ha fatto il giro del pianeta saturando i social network: gli ordigni abbattuti che cadevano, per fortuna senza fare danni e senza ferire nessuno, non troppo lontano dalla Cupola della Roccia e dalla moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam sunnita dopo la Ka’ba alla Mecca e la moschea del profeta a Medina. «Il mondo musulmano celebrerà la liberazione della Palestina», dichiara l’ayatollah che ha deciso l’attacco.
I suoi missili e i suoi droni non erano puntati su Gerusalemme, non volevano colpire niente della città santa. Miravano ad obiettivi militari, viaggiavano verso altre mete, come hanno stabilito le analisi balistiche dell’esercito israeliano. Quelle luci avrebbero dovuto solo sorvolarla, la città santa. Al buio, senza brillare, trasportando a destinazione il loro carico di morte. Invece sono state viste da tutti, tutti hanno sentito gli scoppi. Sia gli israeliani, sia i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e quelli che abitano nei villaggi arabi vicini, in Cisgiordania. Sui terrazzi c’era chi mormorava «Allahu Akbar», tanti per paura, qualcuno per esaltazione. Ma in generale i palestinesi dei Territori occupati, come raccontato ieri da Repubblica, non si fidano affatto dell’Iran. Perché, dicono, «se avesse voluto davvero aiutarci sarebbe dovuto intervenire prima, quando l’Idf ha invaso la Striscia di Gaza per dare la caccia a Hamas e ha provocato il massacro dei civili». Teheran è lontana dalla Palestina, in tutti i sensi, e in Cisgiordania la maggior parte delle persone è convinta che un conflitto regionale con Israele porterà soltanto guai a questa terra, martoriata da scontri quotidiani con gli estremisti israeliani degli insediamenti «che potrebbero diventare ancora più violenti e feroci».
Sa di truffa e di ipocrisia, allora, quel «Gerusalemme sarà dei musulmani» postato da Khamenei. A quali musulmani parla? Agli sciiti come lui, o anche ai sunniti? E pure il richiamo alla Palestina libera assomiglia a una giustificazione, per aver dato l’ordine di sparare su Israele missili che sono stati intercettati e sono caduti vicino alla cupola dorata. La più sacra e la più intoccabile.