È la notte che cambia le regole del gioco. Da una base di Kermanshah, nell’Ovest curdo e ribelle dell’Iran, i Guardiani della rivoluzione islamica lanciano un’ondata di droni a cui seguono, da almeno sette città iraniane, decine di missili, cruise e balistici, contro Israele. Per la prima volta in 44 anni la Repubblica islamica di Ali Khamenei decide di colpire direttamente dal suo territorio il nemico di sempre. La guerra ombra che iraniani e israeliani si sono combattuti per oltre dieci anni adesso è uno schema del passato.
La propaganda dei pasdaran
Le televisioni e i media di Stato mandano in onda in loop le immagini dei cieli israeliani attraversati dai droni Shahed, i missili che sorvolano la Cupola della Roccia, a Gerusalemme. A Teheran caroselli di fedelissimi in festa rendono omaggio ai generali e agli ayatollah. Dal Libano degli Hezbollah allo Yemen degli Houti, il cosiddetto asse della Resistenza plaude all’operazione “Vera promessa”: l’onta dell’attacco israeliano al conso…
È la notte che cambia le regole del gioco. Da una base di Kermanshah, nell’Ovest curdo e ribelle dell’Iran, i Guardiani della rivoluzione islamica lanciano un’ondata di droni a cui seguono, da almeno sette città iraniane, decine di missili, cruise e balistici, contro Israele. Per la prima volta in 44 anni la Repubblica islamica di Ali Khamenei decide di colpire direttamente dal suo territorio il nemico di sempre. La guerra ombra che iraniani e israeliani si sono combattuti per oltre dieci anni adesso è uno schema del passato.
La propaganda dei pasdaran
Le televisioni e i media di Stato mandano in onda in loop le immagini dei cieli israeliani attraversati dai droni Shahed, i missili che sorvolano la Cupola della Roccia, a Gerusalemme. A Teheran caroselli di fedelissimi in festa rendono omaggio ai generali e agli ayatollah. Dal Libano degli Hezbollah allo Yemen degli Houti, il cosiddetto asse della Resistenza plaude all’operazione “Vera promessa”: l’onta dell’attacco israeliano al consolato in Siria è lavata. In Parlamento gli ultraconservatori celebrano il “grande schiaffo” a Israele, ma in coda ai distributori di benzina c’è l’altro Iran, la maggioranza, terrorizzata dalla prospettiva di una guerra nella regione e oltre.
La promessa di vendetta
«Attaccheremo se Israele attaccherà i nostri interessi», promette il capo dei Pasdaran, il generale Hossein Salami. Ora c’è «una nuova equazione» in campo, ma è piena di incognite. La guerra ombra fatta di sabotaggi, attacchi attraverso i proxies e ambiguità strategica che ha consentito per anni all’Iran di non rivendicare responsabilità e di proteggere il suo territorio dall’impegno militare diretto è finita. «L’attacco a una sede diplomatica ha imposto un cambiamento nelle regole del gioco, l’Iran doveva ristabilire il principio di deterrenza per evitare che accadesse di nuovo», dice Abdolrasool Divsallar, analista del Middle East Institute. Khamenei e i suoi Guardiani avevano bisogno anche di rispondere alle pressioni interne degli ultraconservatori che chiedevano una risposta dura, e di rinsaldare l’immagine di potenza del Sistema. Ma entrando nell’arena attiva del conflitto, la Repubblica islamica espone il Paese a una futura reazione militare.
Un impatto controllato
Ne sono consapevoli gli stessi generali che hanno pianificato l’operazione cercando di far sì che fosse una dimostrazione di forza ma con un impatto controllato. Il tentativo di evitare l’escalation verso una guerra aperta con Israele è passato soprattutto dal dialogo con gli americani. In almeno quattro momenti dal 2 aprile gli iraniani hanno scambiato messaggi indiretti con Washington, confermano a Repubblica due fonti governative iraniane. Il primo messaggio è stato trasmesso già il 2 aprile all’incaricato d’affari svizzero a Teheran. Gli iraniani protestavano per il raid israeliano, promettendo una risposta veloce e chiedendo agli americani di restarne fuori. In quel momento sarebbe stato stabilito anche un canale diretto con gli Usa da parte di una “entità governativa” di Teheran. Negli scambi successivi gli iraniani hanno messo sul tavolo richieste politiche: la tregua a Gaza e, secondo fonti di Reuters, anche una ripresa dei colloqui sul nucleare. Ma non solo. Domenica scorsa in Oman gli emissari di Teheran hanno indicato quali sarebbero stati gli obiettivi dell’attacco, militari e non civili, facendo arrivare il messaggio che le alture del Golan erano un possibile target.
La rivelazione del premier iracheno
Altri scambi sono avvenuti attraverso i contatti con i turchi e ciprioti, quest’ultimi informati pure poco prima dell’inizio dell’attacco. Un ruolo cruciale l’ha avuto l’Iraq. Una fonte dice a Repubblica che il premier iracheno, Al Sudani, che in questi giorni era a Washington, è stato avvertito 48 ore prima dell’attacco e ha informato gli americani della «portata dell’operazione e della tempistica».
Ieri è stato lo stesso ministro degli Esteri iraniano Hossein Abdollahian a confermare di aver «avvisato i nostri vicini 72 ore prima».
Una ricostruzione che, nella serata di ieri, Casa Bianca e Pentagono hanno smentito confermando che contatti ci sono stati ma non che l’Iran abbia avvertito in anticipo dell’attacco.
«Gli iraniani hanno fatto una operazione in grande stile lanciando oltre 200 tra droni e missili – dice Divsallar – che ha mostrato le capacità militari del Paese, ma l’hanno fatta coordinandosi e senza giocare sul fattore sorpresa per ridurre l’impatto dell’attacco. Dovevano bilanciare tra due esigenze diverse: ripristinare la deterrenza e cercare di evitare il più possibile una guerra aperta».
Le nuove regole del gioco
È presto per dire se l’obiettivo sia stato raggiunto. Nella zona grigia della guerra ombra i confini dello scontro erano paradossalmente chiari. In questo nuovo Medio Oriente gli equilibri sono tutti da definire. Dopo la presa degli ostaggi all’ambasciata americana nel 1979, ci vollero anni per scrivere le nuove regole del gioco. Ieri l’Iran ha inviato un altro messaggio agli Stati Uniti. In questa terra incognita il dialogo anche a distanza tra nemici storici sarà decisivo
(Ha collaborato Saeed Azemi)