Attacco ai siti nucleari iraniani o raid su luoghi simbolici: ecco tutte le opzioni per il contrattacco di Israele
di Daniele RaineriIsraele potrebbe lanciare un’operazione militare contro l’Iran come rappresaglia per l’attacco con droni e missili nella notte tra sabato e domenica, contro il volere dell’Amministrazione Biden. Non è scontato. Ci sono molte ragioni solide per non farlo, ma dal punto di vista israeliano non rispondere vorrebbe dire anche accettare che i raid aerei israeliani in Siria che vanno avanti dal 2013 non sono legittimi e che la risposta dell’Iran era giustificata – e sono entrambe posizioni aberranti per il governo Netanyahu.
Fermare l’arricchimento di uranio
L’obiettivo naturale di questa rappresaglia ipotetica di Israele potrebbe essere il programma atomico di Teheran. Da molti anni il governo israeliano discute assieme agli Stati Uniti la possibilità di bom…
Israele potrebbe lanciare un’operazione militare contro l’Iran come rappresaglia per l’attacco con droni e missili nella notte tra sabato e domenica, contro il volere dell’Amministrazione Biden. Non è scontato. Ci sono molte ragioni solide per non farlo, ma dal punto di vista israeliano non rispondere vorrebbe dire anche accettare che i raid aerei israeliani in Siria che vanno avanti dal 2013 non sono legittimi e che la risposta dell’Iran era giustificata – e sono entrambe posizioni aberranti per il governo Netanyahu.
Fermare l’arricchimento di uranio
L’obiettivo naturale di questa rappresaglia ipotetica di Israele potrebbe essere il programma atomico di Teheran. Da molti anni il governo israeliano discute assieme agli Stati Uniti la possibilità di bombardare e distruggere i siti della ricerca nucleare in Iran. In quei siti i tecnici iraniani stanno arricchendo l’uranio per ottenere abbastanza materiale da arrivare un giorno a produrre una o più bombe atomiche.
Gli impianti nel mirino
I siti principali del programma, spiega John Allen Gay, autore americano di un libro su come potrebbe essere una guerra fra Israele e Iran, sono quattro: Isfahan, Natanz, Fordo e Arak. Isfahan è un impianto industriale quasi normale, dove l’uranio è convertito in esafluoruro d’uranio, che è più lavorabile nel processo di arricchimento. Sarebbe il bersaglio più facile.
Dopo la conversione in esafluoruro d’uranio, c’è un’altra fase che è l’arricchimento dell’uranio e ne occupano migliaia di centrifughe nei due siti di Natanz e Fordo, quelli al centro delle controversie alle Nazioni Unite. Natanz è costruita sottoterra, Fordo è ancora più difficile da raggiungere perché è in un tunnel scavato nel fianco di una montagna. Israele ha già preso di mira queste due basi con una campagna di sabotaggi, fino a far esplodere una bomba dentro Natanz, ma non è riuscito a fermarli. Infine c’è il reattore al plutonio di Arak, ma come Isfahan è un bersaglio meno ostico.
L’ipotesi delle bombe bunker buster
Per distruggere Natanz e Fordo i piloti israeliani dovrebbero usare delle bombe bunker buster, che sono costruite apposta per colpire bersagli protetti e sono capaci di penetrare molto nel terreno, meno nel cemento o nella roccia, prima di esplodere in profondità. Il punto è che gli aerei d’attacco israeliani possono trasportare al massimo una o due di queste bombe – a seconda del modello – e questo vuol dire che Israele potrebbe portare tra le cento e le centocinquanta bombe bunker buster con una singola ondata d’attacco contro l’Iran.
Washington contraria a un intervento diretto
Per coprire i duemila chilometri fino ai siti iraniani gli aerei di Israele avrebbero bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti, soprattutto per il rifornimento di carburante in volo, ma l’Amministrazione Biden ha già detto che non sosterrebbe un attacco all’Iran. Gli iraniani hanno buone possibilità di difendersi, perché con una qualsiasi manovra di disturbo potrebbero far perdere chilometri di autonomia preziosi agli aerei israeliani e tenerli lontani dai siti atomici. In breve: un attacco di Israele al programma atomico dell’Iran non ha un risultato garantito e senza gli americani le chance di successo si riducono di molto. E questo forse spiega perché negli anni si è fatto un gran parlare di questi raid aerei ma poi non è mai successo nulla.
Le altre opzioni dei piani ipotetici
Le opzioni per una rappresaglia di Netanyahu contro l’Iran potrebbero benissimo essere altre, dato che stiamo parlando di piani ipotetici che Israele non ha alcun interesse a far conoscere al pubblico: raid aerei contro le basi dei Guardiani della Rivoluzione oppure sulle industrie belliche o ancora contro luoghi simbolici, come il ministero della Difesa a Teheran. In questo scenario gli israeliani potrebbero usare anche i missili a lungo raggio e i sottomarini che navigano davanti alla costa dell’Iran.
I colpi di sponda
C’è anche la possibilità di un attacco contro i gruppi filo iraniani, come Hezbollah in Libano, che Israele dopo il 7 ottobre vorrebbe ricacciare verso Nord, a venti chilometri dal confine e dietro al fiume Litani. Ma se Israele attaccasse quelle milizie diluirebbe il messaggio politico della contro rappresaglia. Come l’Iran ha scelto di lanciare molti missili e droni dal proprio territorio contro Israele, così anche Israele questa volta potrebbe attaccare in via diretta l’Iran. I colpi di sponda contro gli alleati non sarebbero una novità. In teoria gli iraniani hanno già colpito una base del Mossad israeliano nel Kurdistan iracheno con sette missili balistici a gennaio, tre mesi fa, o almeno così hanno dichiarato.
La possibile rotta degli aerei
La rappresaglia dovrebbe tenere conto anche di altri fattori politici: per arrivare all’Iran gli aerei israeliani sceglierebbero, probabilmente, la rotta Sud che passa sopra i Paesi che stanno discutendo la possibile adesione – oppure hanno già aderito – agli Accordi di Abramo, come Emirati arabi uniti o l’Arabia Saudita. Ci sarebbe un problema diplomatico, ma se gli aerei israeliani passassero da Nord, dalla Turchia, oppure dal corridoio centrale, Siria e Iraq, dovrebbero vedersela con la reazione della contraerea. Del resto durante l’attacco dell’Iran sono stati i jet americani e britannici e non israeliani a distruggere le decine di droni che stavano transitando nello spazio aereo di Siria e Iraq, in modo da mitigare l’imbarazzo internazionale per la violazione dello spazio aereo.