Nelle vie di Kharkiv sotto le bombe russe: “Fate scorta di tutto, la normalità è finita”
dal nostro inviato Daniele RaineriKHARKIV – Il primo colpo arriva all’una di notte, due droni di fabbricazione iraniana contro un palazzone di quattordici piani. Arrivano i pompieri e le ambulanze. Il secondo colpo arriva cinquantacinque minuti dopo. Si chiama double tap, serve a uccidere i soccorritori che sono sulla scena del primo attacco a fare il loro lavoro e magari anche eventuali curiosi. Un’altra coppia di droni e punta con precisione lo stesso posto. In teoria i russi li hanno riverniciati e ribattezzati “modello Geranio”, ma nessuno ci crede e tutti usano il nome originale: Shahid.
Le esplosioni investono i camion dei vigili del fuoco, ne ammazzano tre e un passante. Arrivano altri pompieri e anche loro indossano il giubbotto antiproiettile sopra la tuta ignifuga come da protocollo, perché dal punto di vista pratico sono interventi in zona di guerra. Uno dei più giovani della squadra, Volodymyr, corre con gli stivali sul tappeto di vetri rotti per soccorrere i colleghi. Scopre che fra i corpi a terra c’è a…
KHARKIV – Il primo colpo arriva all’una di notte, due droni di fabbricazione iraniana contro un palazzone di quattordici piani. Arrivano i pompieri e le ambulanze. Il secondo colpo arriva cinquantacinque minuti dopo. Si chiama double tap, serve a uccidere i soccorritori che sono sulla scena del primo attacco a fare il loro lavoro e magari anche eventuali curiosi. Un’altra coppia di droni e punta con precisione lo stesso posto. In teoria i russi li hanno riverniciati e ribattezzati “modello Geranio”, ma nessuno ci crede e tutti usano il nome originale: Shahid.
Le esplosioni investono i camion dei vigili del fuoco, ne ammazzano tre e un passante. Arrivano altri pompieri e anche loro indossano il giubbotto antiproiettile sopra la tuta ignifuga come da protocollo, perché dal punto di vista pratico sono interventi in zona di guerra. Uno dei più giovani della squadra, Volodymyr, corre con gli stivali sul tappeto di vetri rotti per soccorrere i colleghi. Scopre che fra i corpi a terra c’è anche quello di suo padre Vladislav, 52 anni.
La tecnica russa del double tap
“Adesso il figlio Vova si sta prendendo una pausa per lutto di dieci giorni”, dice a Repubblica il caposquadra, Evgeny, mentre cammina fra i camion Volvo smisurati della stazione centrale dei vigili del fuoco di Kharkiv. “Ma tutti sentiamo i caduti come parte di una famiglia. È un legame inevitabile, dopo che passi decenni a lavorare assieme, a fare i turni assieme e a dormire in stazione. Abbiamo una nostra procedura contro i double tap, ma non la posso dire per non aiutare il nemico. E non sempre riusciamo a seguire queste istruzioni al cento per cento. La nostra priorità è salvare le persone. Purtroppo tre soccorritori sono rimasti uccisi, ma siamo comunque riusciti a tirare fuori un uomo dalle macerie. Per salvare l’uomo il prezzo è di tre soccorritori morti. Questa è una guerra, la vita va avanti e anche il lavoro”.
La tattica double tap è la regina degli espedienti per demoralizzare una popolazione bombardata e se esistesse un manuale scritto dai pianificatori russi per disarticolare una società civile sarebbe nel capitolo primo. Elimina dalla scena le squadre di soccorso, gli uomini addestrati a reagire con calma nelle emergenze e diffonde un sentimento di abbandono.
Una donna si china a fotografare le file di tulipani nelle lunghe, ordinatissime aiuole di piazza della Libertà a Kharkiv. Alla domanda diretta “perché fotografi i tulipani?”, si alza, comincia a mettere assieme una risposta sulla forza della bellezza, che è così rassicurante pure quando le cose vanno male, e sulla tenacia di una città che cura i fiori colorati anche in mezzo a una guerra, ma dopo poche frasi comincia a piangere e non riesce più a continuare.
La resistenza di Kharkiv
Kharkiv è la seconda città dell’Ucraina e una parte della sua popolazione in questi giorni è sull’orlo di una crisi di nervi, perché ha capito di essere il bersaglio naturale della prossima rappresaglia di Putin, quella del 2024 – che nelle intenzioni del Cremlino dovrebbe essere l’anno che spazza via tutte le certezze occidentali sull’Ucraina.
Per due anni non è stato così e Kharkiv aveva superato la prova dell’invasione in modo brillante. Le truppe russe avevano provato a conquistarla ma la loro testa di ponte, in una scena sospesa a metà tra la commedia e il truculento, era stata troppo veloce e aveva finito per entrare in città, voltarsi e scoprirsi da sola, senza più il grosso alle sue spalle. Era stata accerchiata e finita in poche ore. La marea dei soldati russi si era fermata fuori, a qualche chilometro di distanza, e aveva cominciato a battere con i cannoni – soprattutto sui palazzoni del quartiere dormitorio a est, Saltivka – ma qualche mese dopo era stata cacciata.
La gente era risalita in superficie dalle cantine e dalle stazioni della metropolitana, i giornalisti si erano allontanati. Era cominciato un lungo periodo di normalità, a soli trenta chilometri dal confine con la Russia umiliata – lo stesso confine che fino a dieci anni fa i cittadini di Putin attraversavano d’estate per venire nei parchi e nei cinema di qui.
I russi tornano all’attacco
“La normalità è agli sgoccioli, tutti comprano generatori elettrici, fanno scorta di cibo e carburante diesel, ripassano dove è possibile andare a prendere acqua potabile se non uscirà più dal rubinetto, il che vuol dire nei grandi parchi”, dice Grigory, che non ha mai lasciato Kharkiv. Lui è un runner da venti chilometri al giorno e quindi funziona anche come un sensore per quello che succede in città. Da un po’ di tempo la corsa di sera è diventata angosciante, a volte vede i lampi delle esplosioni prima ancora di sentire il botto e per istinto si rannicchia sul posto. In questi giorni Grigory corre in casa sua sul tapis roulant. Tanto non riesce nemmeno più a vedere quanti chilometri ha percorso perché gli ucraini hanno mandato in tilt, apposta, il sistema Gps. Ti indica sempre che sei da un’altra parte rispetto alla realtà.
In Ucraina le scorte di missili anti-missile sono quasi alla fine. Per due anni sono state lo scudo concesso dagli alleati occidentali contro i bombardamenti che arrivano dalla Russia – e arrivano in ogni forma: missili balistici, da crociera, ipersonici e droni suicidi iraniani. Ogni giorno che passa, il governo ucraino è costretto sempre di più a scegliere chi salvare. Proteggere gli abitanti della capitale oppure quelli di Odessa? Proteggere i soldati al fronte oppure la popolazione di Dnipro?
Le nuove micidiali bombe di Putin
In questo gioco della coperta troppo corta a restare fregata è Kharkiv, per la sua posizione disgraziata. Adesso la vicinanza con la Russia vuol dire che è esposta ai tiri di missile con poco preavviso, ma soprattutto che è a portata utile delle nuove bestie, le bombe che planano – che poi sarebbero vecchie bestie, bombe sovietiche aggiornate con l’aggiunta di un sistema di guida e due alettoni che fanno scivolare la bomba per decine di chilometri. I russi hanno avuto questa idea soltanto da pochi mesi, ma già fanno sfracelli. Gli aerei non lasciano nemmeno lo spazio aereo russo, salgono in quota, sganciano e le bombe planano fino a qui. Per ora la maggioranza dei bombardamenti colpisce la regione e non Kharkiv città. Ma che succede se la Russia decide di concentrare le bombe?
La parte di popolazione che non è sull’orlo di una crisi di nervi ha un’aria di sfida e per ora quasi nessuno lascia Kharkiv. Tutti citano il precedente del 2022 e quel periodo di bombardamenti come il Grande Spavento che li ha temprati. I soldati russi non hanno le forze per superare l’anello di fortificazioni che circonda la città e quindi si resta, almeno fino a quando non arriverà un ordine di evacuazione – che è già arrivato per quarantasette villaggi più vicini al confine e bombardati tutti i giorni. Al parco Gorki la gente gioca a calcetto e i due campi sono tutti prenotati fino a sera, anche se poi finisce come si vede in un video di quattro giorni fa, tutti i giocatori stesi a terra, mentre le bombe esplodono da qualche parte in città e fanno tremare il terreno.