Mosca sostiene l’Iran per indebolire Biden. Ma teme un’altra crisi
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA — Il Cremlino, al momento, tace. La prima reazione russa all’attacco iraniano contro Israele spetta al ministero degli Esteri. Da un lato, sostegno all’alleato che ha operato «nell’ambito del diritto di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu» dopo il raid israeliano contro il consolato iraniano a Damasco. Dall’altro, «estrema preoccupazione per un’altra pericolosa escalation nella regione» accompagnata dall’invito a «tutte le parti coinvolte alla moderazione» e dalla stoccata all’Occidente colpevole, secondo Mosca, di aver bloccato i tentativi del Consiglio di sicurezza dell’Onu di censurare il raid israeliano a Damasco.
«Abbiamo più volte avvertito che le numerose crisi irrisolte in Medio Oriente, soprattutto nella zona del conflitto israelo-palestinese, spesso alimentate da azioni provocatorie irresponsabili, porteranno a un aumento della tensione», si legge nella nota del ministero. E, al telefono c…!-->!-->
MOSCA — Il Cremlino, al momento, tace. La prima reazione russa all’attacco iraniano contro Israele spetta al ministero degli Esteri. Da un lato, sostegno all’alleato che ha operato «nell’ambito del diritto di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu» dopo il raid israeliano contro il consolato iraniano a Damasco. Dall’altro, «estrema preoccupazione per un’altra pericolosa escalation nella regione» accompagnata dall’invito a «tutte le parti coinvolte alla moderazione» e dalla stoccata all’Occidente colpevole, secondo Mosca, di aver bloccato i tentativi del Consiglio di sicurezza dell’Onu di censurare il raid israeliano a Damasco.
«Abbiamo più volte avvertito che le numerose crisi irrisolte in Medio Oriente, soprattutto nella zona del conflitto israelo-palestinese, spesso alimentate da azioni provocatorie irresponsabili, porteranno a un aumento della tensione», si legge nella nota del ministero. E, al telefono con l’omologo Hossein Amir Abdollahian, Sergej Lavrov lo ribadisce: «Un ulteriore inasprimento della situazione e nuove pericolose azioni provocatorie potrebbero portare a un aumento della tensione».
A soffiare sul fuoco ci pensa però l’ex leader Dmitrij Medvedev, sostenendo che una guerra tra Iran e Israele limiterebbe le chances di Joe Biden di essere rieletto presidente. «L’America non vuole una grande guerra in Medio Oriente», scrive su Telegram. «Gli omicidi a Gaza peggiorano le prospettive elettorali di Biden e la guerra tra Israele e Iran aggiunge ulteriore incertezza». In realtà, un’escalation farebbe male innanzitutto a Mosca. Se la Russia trae vantaggio dal caos nella regione perché distoglie attenzione e risorse dell’Occidente dall’Ucraina, una guerra tra Iran e Israele potrebbe metterne a nudo le debolezze.
Nell’ultimo decennio Mosca ha cavalcato i conflitti per rafforzare la propria influenza: ha sfruttato la guerra civile in Libia per stabilire una testa di ponte nel Mediterraneo e nel 2015 ha salvato il regime di Bashir al-Assad in Siria aprendo basi a Tartus e Khmeimim. Ma soprattutto, colmando il vuoto creato dal disimpegno statunitense, è diventata un importante attore regionale. Da quando ha lanciato l’offensiva contro Kiev, ha trovato in Iran un alleato indispensabile. Teheran le invia droni, nonostante le smentite, e la aiuta ad aggirare le sanzioni. Lo scorso dicembre il leader iraniano Ebrahim Raisi ha incontrato Vladimir Putin a Mosca. Uniti da un nemico comune, gli Usa, insieme a Xi Jinping, i due cercano di promuovere un ordine globale non più dominato dagli Stati Uniti. Non a caso lo scorso luglio l’Iran è diventato il nono membro dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) guidata dalla Cina che comprende anche la Russia. A dicembre ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica a guida Mosca. E a gennaio è entrato a far parte dei Brics, i mercati emergenti che comprendono Mosca e Pechino.
Impegnata com’è in Ucraina, la Russia però non è più in grado di intervenire su altri fronti: non riesce a essere una forza stabilizzatrice nel suo “prossimo vicino”, lo spazio post-sovietico, come ha dimostrato, lo scorso ottobre, quando non è riuscita a mediare tra Armenia e Azerbaijan, figurarsi in Medio Oriente. Se Teheran ingaggiasse una guerra con Israele, potrebbe non solo limitare le forniture militari, ma anche presentare il conto chiedendo un sostegno che la Russia però, a differenza che nel 2015 in Siria, al momento non può dare. Non solo. Dopo aver negoziato nel marzo 2022 l’intesa tra Iran e Arabia Saudita, la Cina potrebbe farsi avanti ancora una volta come mediatrice strappando a Mosca ulteriori aree di influenza. Il ruolo del Cremlino in Medio Oriente ne uscirebbe minato. Da qui la prova di equilibrismo: sostenere il prezioso alleato non ostacolandone i piani di vendetta, ma scongiurare un’escalation che svelerebbe Putin come “Re Nudo”.